LAPID-ARIO - “IL DURO” YAIR LAPID, CHE HA MESSO NETANYAHU IN DIFFICOLTÀ ALLE ELEZIONI, HA UN GROSSO SEGUITO IN ISRAELE - CONDUCEVA UN IMPORTANTE PROGRAMMA TV, È MOLTO SEXY ED È FIGLIO DELL’EX MINISTRO DELLA GIUSTIZIA TOMMY - COME IL PRIMO MINISTRO CON CUI COLLABORERÀ (FORSE DA MINISTRO DEGLI ESTERI) VUOLE INTRODURRE IL SERVIZIO MILITARE ANCHE PER I RABBINI MA È CONTRARIO A BOMBARDARE L’IRAN E SIMPATIZZA PER OBAMA...

Davide Frattini per il "Corriere della Sera"

La seconda moglie Lihi lo chiama «il duro» anche se venticinque anni fa le ha composto una serenata pop e sdolcinata, Vive a Sheinkin, diventata un successo con le Mango, una specie di Bananarama israeliane. Nello studio tiene appesi i guantoni autografati da Mohammed Ali e ha ostentato la solidità da pugile amatoriale fino a quando qualcuno non ha recuperato un vecchio video in cui finisce al tappeto dopo pochi minuti.

Ammira Raymond Chandler e ha scritto undici gialli, fuma i sigari cubani, frequenta i banchieri (è stato testimonial per un istituto), vive nel sobborgo elegante di Ramat Aviv Gimmel, a nord di Tel Aviv, che negli anni Ottanta ha dato il titolo a una soap opera. Per tutta la campagna elettorale ha ripetuto di essere un israeliano come gli altri, semplice, vicino a quella classe media che fatica a pagare l'affitto e nel 2011 si è accampata sotto le jacarande di viale Rotschild per protestare contro i tagli e le tasse troppo alte.

Yair Lapid, 49 anni, è il volto nuovo che tutti conoscono. Prima di entrare in politica, conduceva il programma giornalistico più popolare del venerdì sera, teneva una rubrica settimanale sul quotidiano Yedioth Ahronoth, era stato attore nella commedia romantica Il canto della sirena («nella parte di un single, rubacuori e detestabile» commenta Asher Schechter sul giornale Haaretz), è considerato uno degli uomini più sexy del Paese.

Agli ospiti del suo show chiedeva sempre «che cosa rappresenta Israele per te?» e il padre malato - sarebbe morto pochi mesi dopo - gli aveva risposto «Sei tu». Così Yair ha deciso di rappresentare Israele, gli elettori scornati e indecisi fino all'ultimo, di seguire la strada di papà Tommy, celebre giornalista arrivato a essere ministro della Giustizia dopo aver sorpreso i vecchi partiti alle elezioni del 2003, quindici seggi e il ruolo autoassegnato di demonio degli ultraortodossi.

Anche il figlio vuole che la religione «sia separata dallo Stato, ma non siamo un partito anti-haredim». Il suo Yesh Atid (C'è un futuro) ha portato alla Knesset 19 deputati (metà donne) e tra loro due rabbini moderati che sono serviti a addolcire il messaggio principale della piattaforma: tutti devono prestare il servizio militare, compresi i giovani che studiano la Torah.

Prima del voto di martedì ha promesso in un'intervista all'Associated Press di non essere disposto «a sedere in un governo con gli ultraortodossi, non voglio essere la foglia di fico per gli oltranzisti di destra. Interpretare il Talmud giorno e notte è una bella occupazione, ma non possiamo più permettercelo: devono andare a lavorare, guadagnarsi uno stipendio, pagare le tasse».

Nel discorso dopo i primi exit poll ha ricordato il padre, la notte in cui aveva conquistato quindici seggi: «Eravamo nel salotto dei miei genitori, tutti siamo saltati in piedi ad abbracciarci, solo lui è rimasto seduto, lo sguardo triste. Gli ho chiesto: "Che succede?" Mi ha risposto: "Solo adesso mi rendo conto della responsabilità che mi sono preso"».

Lapid senior era sopravvissuto all'Olocausto e Yair ripete che Gerusalemme non può essere divisa «perché quella città è stata la ragione che lo ha portato qui, lui e tutti noi. Se sarà necessario, combatteremo per lei». Considera Abu Mazen, il presidente palestinese, un interlocutore per i negoziati di pace, anche se lo accusa di «intransigenza».

Come Netanyahu, sembra non aver fretta di riaprire il dialogo con l'Autorità di Ramallah («non è il caso di essere isterici su questo punto») ma vuole che il primo ministro torni a trattare. A differenza di Netanyahu è convinto - ha spiegato al Jerusalem Post - che «bombardare l'Iran sarebbe un errore perché rinvierebbe solo il problema. La soluzione è la caduta degli ayatollah e per ottenerla bisogna rafforzare le sanzioni economiche».

I giornali lo hanno nominato il Barack Obama della politica israeliana e Lapid ricambia: «Il più grosso errore di Bibi è stato inimicarsi il presidente americano e scommettere sul contendente Mitt Romney». Da possibile ministro degli Esteri, starà al suo stile disinvolto rattoppare lo sgarbo diplomatico.

2. INDEBOLITO DALLE ELEZIONI, NETANYAHU COSTRETTO AD ALLEARSI CON I CENTRISTI
D.F. per il "Corriere della Sera"

La prima buona notizia per Benjamin Netanyahu arriva da chi gli ha portato tutte le cattive della notte elettorale. Yair Lapid - la sorpresa del voto con 19 seggi e il secondo posto - non vuole formare un blocco contro di lui.

È quello che gli proponeva la leader laburista Shelly Yachimovich e l'ex giornalista televisivo aspetta le 8 di sera (massimo ascolto) per recapitare la risposta: «Non possiamo affidarci ad Hanin Zoabi», commenta davanti al cortile di casa riferendosi alla parlamentare araba di sinistra. Perché se è vero che il conteggio quasi finale assegna la stessa forza alle due coalizioni (60 e 60) il centrosinistra dovrebbe basarsi sull'appoggio dei partiti arabi (e Lapid l'aveva già escluso). Così via alle trattative con il primo ministro uscente, che spera di raggranellare un altro seggio per il suo Likud-Beitenu dai voti dei soldati ancora da calcolare.

Netanyahu elenca le priorità del nuovo possibile governo e sembra ricopiare la piattaforma di Yesh Atid (C'è un futuro), sono gli stessi obiettivi ripetuti da Lapid durante la campagna elettorale: una legge che obblighi anche gli studenti delle scuole rabbiniche a prestare il servizio militare, ridurre i prezzi degli alloggi, riformare il sistema statale. Non parla di riaprire i negoziati di pace con i palestinesi - come da Washington gli chiede la Casa Bianca - e non risponde al messaggio che arriva dall'Autorità in Cisgiordania: «Siamo pronti a trattare con qualunque governo ci riconosca».

Avigdor Lieberman (l'alleato ultranazionalista di Netanyahu) vorrebbe affidare al nuovo arrivato Lapid le questioni interne, compresa la grana di raddrizzare un deficit di bilancio raddoppiato rispetto alle previsioni (40 miliardi di shekels, circa 8 miliardi di euro). Dice di considerarlo «il candidato naturale a ministro delle Finanze» (intende: la gente lo ha votato, risolva lui i problemi) ed è anche una mossa per allontanare Lapid dalla guida degli Esteri, dove il leader degli immigrati dall'ex Unione Sovietica vorrebbe tornare se riuscirà a sistemare le vicende giudiziarie.

«L'analisi di queste elezioni - scrive Nahum Barnea su Yedioth Ahronoth - offre importanti lezioni sulla società israeliana. Chi pensava che la protesta dell'estate 2011 fosse stata smantellata come le tende dei manifestanti si è sbagliato. Allora sono stati piantati dei semi che sono germogliati nelle urne martedì, dove si è convogliato il disgusto per i giochi politici». Netanyahu vede stamattina Eli Yishai, che guida il partito ultraortodosso Shas, e contatterà Naftali Bennett di Focolare Ebraico (tutti e due hanno 11 deputati).

Il premier uscente deve scegliere se formare una coalizione centrista - come gli elettori gli hanno indicato - o se imboccare un percorso contando sulla destra religiosa. «Bibi ha salvato il posto di lavoro - commenta Yossi Verter sul giornale liberal Haaretz - ma tenere insieme i pezzi del governo sarà ancora più difficile. È consapevole che una squadra formata solo da oltranzisti e ultranazionalisti sarebbe la fine della sua carriera politica».

 

 

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