LOTTA TRA TOGHE E PROCESSO STATO-MAFIA: ASCESA E DECLINO DI FRANCESCO MESSINEO (RE GIORGIO NON PERDONA)

Attilio Bolzoni per "La Repubblica"

A Palermo, la procura della Repubblica è senza capo. Anzi, senza quello che per il Consiglio superiore della magistratura era solo un capo sulla carta. Un procuratore a mezzo servizio, «debole », incapace di guidare uno degli uffici giudiziari più caldi e rognosi d'Italia. Giù in Sicilia, sta cominciando un'altra estate difficile per la giustizia. E già si annuncia una rifondazione per quella procura trascinata più volte in passato (per le tante nefandezze compiute dai giudici contro Giovanni Falcone e Paolo Borsellino) nel gorgo di sospetti e veleni.

Ma stiamo ai fatti e ricostruiamo cosa esattamente è accaduto, perché l'organo di autogoverno della magistratura ha deciso di avviare la procedura per «incompatibilità ambientale» per Francesco Messineo, procuratore capo dal 2006. E i fatti, per la prima commissione del Csm, sono tanti.

Primo fatto. Ha gestito l'ufficio «senza la necessaria indipendenza».
Secondo. Il procuratore «è stato influenzato dal suo aggiunto Antonio Ingroia».
Terzo fatto. Ha pregiudicato la cattura del boss latitante Matteo Messina Denaro «per un difetto di coordinamento all'interno della procura».

Quarto. Ha invitato «a soprassedere, in attesa di ulteriori acquisizioni all'iscrizione nel registro degli indagati» del dirigente di banca Francesco Maiolini, a lui legato e al quale aveva chiesto e ottenuto «un posto di lavoro per suo figlio».

Quinto fatto. Ha comunicato a quel direttore di banca informazioni sulla sua posizione giudiziaria (questa accusa è stata archiviata propri ieri dalla procura di Caltanissetta in quanto, Messineo, si era limitato a riferire notizie già in possesso dell'indagato).
Sesto e ultimo fatto. Il capo della procura non «ha sempre seguito», nell'uso dell'istituto dell'astensione, «criteri coerenti e nitidamente individuabili».

Il riferimento del Csm corre ai guai giudiziari di due parenti stretti di Messineo. Uno è suo fratello Mario, processato per la gestione di fondi regionali (assolto in primo grado, prescritto in appello), l'altro è suo cognato Sergio Sacco, schedato mafioso dalla Questura
fin dagli anni ‘70, in buoni rapporti con i capi della «famiglia» Madonia, sempre «miracolato» nonostante le tante accuse e al momento sotto processo per associazione a delinquere. La lista parla da sola.

Per spiegare l'origine di questo pasticcio che è diventato scandalo, bisogna fare un passo indietro e raccontare come Messineo è arrivato al vertice della procura di Palermo e quali sono le logiche della magistratura italiana. Giochi di corrente e manovre non sempre comprensibili.

Per evitare che l'attuale procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone (poi nominato a Reggio Calabria) finisse a Palermo, Magistratura Democratica si è sorprendentemente
mobilitata per sostenere Messineo - che apparteneva a un'altra corrente - nonostante non avesse esperienza di cose di mafia e soprattutto per quei suoi legami familiari che, già molti anni prima, l'avevano costretto ad allontanarsi da Palermo.

Così, per far fuori Pignatone, hanno puntato tutto su Messineo, un personaggio che non aveva il profilo per occupare quella poltrona. Così la procura della Repubblica ha avuto un capo «ombra» che per anni è stato Antonio Ingroia. È lui che ha deciso le grandi scelte di politica giudiziaria di quell'ufficio, è lui che ha avviato l'inchiesta sulla trattativa fra Stato e Cosa Nostra, sempre lui è rimasto riferimento per il pool antimafia fino al giorno in cui si è gettato nell'arena politica.

Il punto centrale delle accuse del Csm contro Messineo resta comunque quello della «dipendenza» dal suo vice. Si riporta nell'atto di incolpazione: «Ha perso piena libertà e indipendenza nei confronti del procuratore aggiunto Ingroia e del sostituto Lia Sava (oggi procuratore aggiunto a Caltanissetta ndr)» tanto da subirne «condizionamenti».

Un'ultima annotazione. Meno di un mese fa, il Tribunale di Milano ha condannato tre giornalisti a 8 mesi di carcere per diffamazione (e senza sospensione della pena) per un articolo dal titolo: «Ridateci Caselli». Raccontavano del poco peso di Messineo alla procura di Palermo, invocando il ritorno del vecchio capo. Un eccesso di critica pagato caro.

La ricostruzione di questa vicenda non si può chiudere non parlando dell'inchiesta e del processo che è in corso in Sicilia sulla trattativa fra Stato e mafia. Intanto perché il procuratore generale della Cassazione ha promosso un'azione disciplinare contro il pm Nino Di Matteo e lo stesso Messineo, il primo per «avere ammesso l'esistenza delle telefonate fra l'ex ministro Mancino e il capo dello Stato», il secondo per «non avere segnalato le violazioni del suo sostituto». Poi perché quel processo è diventato un caso italiano.

Certo che non c'è alcun collegamento fra ciò che sta travolgendo Messineo - anche se il Csm già in passato aveva insabbiato alcune accuse contro di lui che erano le stesse di oggi - ma c'è chi ipotizza che la tempesta che si sta abbattendo sulla procura porti anche indirettamente, inevitabilmente, conseguenze al dibattimento con quegli imputati eccellenti. A cominciare dalla competenza territoriale. Alla prossima udienza sapremo se il processo Statomafia resterà a Palermo o finirà altrove.

 

FRANCESCO MESSINEO CAPO DELLA PROCURA DI PALERMOANTONINO INGROIA E FRANCESCO MESSINEO ANTONIO INGROIA CON IL SIMBOLO DELLA SUA LISTA Giorgio Napolitano GIUSEPPE PIGNATONE

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