DA GIUSEPPE DI MATTEO AI BAMBINI DI SAN CRISTOFORO FINO AL PICCOLO NICOLA IANNICELLI FREDDATO IN CALABRIA, LA MAFIA NON FA PRIGIONIERI: SE SERVE S’AMMAZZANO ANCHE I “PICCIRIDDI”

Attilio Bolzoni per "la Repubblica"

La mafia non uccide mai bambini, la mafia i bambini li rispetta. Questa è la favola che tramandano i boss, generazione dopo generazione. La mafia in realtà ha sempre ucciso i bambini, quando è «necessario» l'omicidio non ha età. «Liberati del canuzzu», liberati del cagnolino dice Giovanni Brusca a uno dei suoi, indicando una larva, un corpicino che non pesa neanche 30 chili.

E che da 779 giorni è prigioniero, incatenato in una botola. Lo chiama così, «canuzzo», il piccolo Giuseppe Di Matteo, 11 anni, figlio di Santino «Mezzanasca» che ha la colpa di essere diventato un pentito della strage di Capaci. Suo figlio Giuseppe oramai non fa più resistenza, non sente nemmeno la corda che gli passa intorno al collo. Poi sparisce in un bidone di acido muriatico. «Ha reagito»?, chiede ancora Brusca. «No, non era come tutti gli altri bambini, lui era debole debole», gli risponde Giuseppe Monticciolo la sera dell'11 gennaio 1996 quando il piccolo Di Matteo se ne va per sempre.

Lo fanno per vendetta o per ricatto, lo fanno per eliminare un testimone pericoloso, uno che ha visto o sentito. Li bruciano, li sotterrano, li squagliano, tre anni, otto anni, dodici anni, la data di nascita è ininfluente quando c'è un capo che dà l'ordine o se bisogna salvare se stessi.

È capitato anche a Nicolas l'altro giorno quando era con suo zio e la donna di suo zio nelle campagne di Cassano allo Jonio, capita sempre quando un bambino è nel posto sbagliato nel momento sbagliato. In quel mondo innocenti non ne esistono. La mafia non uccide mai i bambini, ripetono in Sicilia e in Calabria già negli Anni Sessanta quando i sicari - è il gennaio del 1961 - sparavano due fucilate alla schiena a Paolino Riccobono, il figlio di un mafioso della borgata di Tommaso Natale. Un errore di persona? Un pazzo? Un proiettile vagante?

La mafia vecchia è sempre «buona» e la mafia nuova sempre «cattiva». Così si seppellisce il passato. Pochi se lo ricordano ma subito dopo la guerra, nel ‘48, Giuseppe Letizia, pastorello di dodici anni, fu ucciso con un'iniezione letale all'Ospedale dei Bianchi di Corleone dal medico condotto e capomafia Michele Navarra.

La notte prima Giuseppe aveva visto gli uomini che avevano rapito il sindacalista Placido
Rizzotto. Gli sgherri di Navarra. Ufficialmente deceduto per «tossicosi», il pastorello fu assassinato da un veleno. I bambini non si toccano. Come non toccarono nel 1976 i quattro picciriddi di San Cristoforo, quattro bambini del quartiere più malfamato di Catania che avevano scippato la borsa alla mamma del boss Benedetto Santapaola.

Furono prelevati e trasportati in un casolare a più di cento chilometri di distanza, in una campagna fra San Cono e Mazzarino, ai confini con la provincia di Caltanissetta. Il più grande aveva 14 anni, il più piccolo 11. Li tennero lì per due giorni, poi li soffocarono e li gettarono in un pozzo. Tutta l'antica cavalleresca mafia del tempo fu d'accordo: ammazziamoli.

Gli anni passano ma la mafia non cambia mai quando deve uccidere. La storia di «Dodo», Domenico Gabriele, anche lui 11 anni, assassinato in un campo di calcio a Crotone. Il sicario voleva uccidere un suo rivale, ha cominciato a sparare all'impazzata e ne ha fatto fuori due e feriti altri dieci che inseguivano il pallone.

Uno era «Dodo», tre mesi di agonia. Come Nadia e Caterina Nencioni, 8 anni una e 2 mesi soltanto l'altra, morte in via dei Georgofili a Firenze con la bomba del «terrorismo mafioso» del maggio 1993. Come i gemelli Giuseppe e Salvatore Asta, 6 anni, saltati in aria con la madre Barbara nell'attentato del 2 aprile 1985 a Trapani contro il giudice Carlo Palermo. Come Letterio Nettuno, 13 anni, sparito nel gennaio del 1991 a Reggio Calabria, rapito, torturato, sgozzato. I suoi aguzzini sospettavano che aveva fatto da palo in un agguato contro un boss della cosca Ficara.

Piccole vittime cercate e piccole vittime «casuali», fra sventagliate di mitraglia e artificieri. Diceva Totò Riina ai suoi macellai quando c'era da mettere qualche bomba: «Di bambini a Sarajevo ne muoiono tanti, perché ci dobbiamo preoccupare proprio noi di Corleone?». Ma non sempre è andato tutto «normalmente», tranquillamente.

Palermo, autunno del 1986, il maxi processo è iniziato da otto mesi. La città è avvolta in un silenzio surreale, è vietato uccidere, vietato rapinare, vietato rubare. Non deve accadere nulla mentre i boss sono alla sbarra in attesa di giudizio. Ma la sera del 7
ottobre un sicario in motocicletta, il viso coperto dal casco, si avvicina a un bambino di 10 anni che cammina in una strada della borgata di San Lorenzo e lo chiama: «Claudio».

Claudio si volta e lui gli spara un colpo in mezzo agli occhi. Il giorno dopo, nell'aula bunker dell'Ucciardone, Giovanni Bontate che era uno dei rappresentati dell'aristocrazia mafiosa di Palermo, si alza in piedi, chiede la parola. E si rivolge alla Corte: «Non siamo stati noi, questo è un delitto che ci offende ».

Per quel «noi» - noi mafiosi, voleva dire - pronunciato pubblicamente e violando quindi il vincolo più sacro - la segretezza - della sua organizzazione, Giovanni Bontate fu ucciso nella sua casa qualche giorno dopo la scarcerazione. Claudio Domino - sapremo in seguito - era stato testimone di uno scambio di una partita di eroina.

 

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