30enne suicidio lettera

“LA MIA GENERAZIONE È PERDUTA: MAI UN LAVORO, VI DICO ADDIO” - LA STRAZIANTE LETTERA IN CUI UN 30ENNE SPIEGA IL SUO SUICIDIO: “NON POSSO IMPORRE LA MIA ESSENZA, MA LA MIA ASSENZA SÌ. CI AVETE RUBATO LA FELICITA’. QUESTA È UN'ACCUSA DI ALTO TRADIMENTO. COMPLIMENTI AL MINISTRO POLETTI. LUI SÌ CHE CI VALORIZZA A NOI STRONZI”

PRECARIETA'PRECARIETA'

Andrea Pasqualetto per il Corriere della Sera

 

Una lettera d' addio, un lungo, spietato, violento atto d' accusa. Dopo averla scritta, il 31 gennaio scorso Michele è andato a casa della nonna, ha preso una corda e l' ha fatta finita. «Non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere... Di no come risposta non si vive, di no si muore», ha vergato con rabbia e grande delusione per un mondo del lavoro che l' ha rifiutato fino alla fine.

 

«Ho fatto molti tentativi, ho cercato di darmi un senso e uno scopo usando le mie risorse... Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di colloqui di lavoro inutili, stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, stufo di fare buon viso a pessima sorte e di essere messo da parte...».

 

Trent' anni, udinese di un paese prealpino di confine, Michele faceva il grafico. Meglio, avrebbe voluto farlo. «Ma nessuno l' ha preso. Per lui sono stati solo percorsi formativi e corsi e poi risposte negative.

 

E una e due e tre...», dice ora il padre al telefono con un groppo in gola. «Non siamo riusciti neppure noi a cogliere la profondità del disagio. Le sue parole sono un grido strozzato, è l' analisi spietata di un sistema che divora i suoi figli migliori». È l' urlo di una generazione perduta, dice. La chiamano generazione Neet, giovani che non studiano e non lavorano e hanno pure smesso di cercare, di credere, di volere. Un popolo di sfiduciati e avviliti.

 

I genitori hanno chiesto che la lettera del figlio fosse pubblicata integralmente dal Messaggero Veneto . «Perché questo è un allarme rosso, un grave fenomeno sociale, che lui ha voluto denunciare».

 

PRECARIETA'PRECARIETA'

Michele era un figlio di quel Nordest che dopo i fasti del boom ha conosciuto la grande crisi, lasciando sul campo i cocci di centinaia di aziende, di migliaia di disoccupati (in dieci anni sono triplicati), di decine di suicidi. «Da questa realtà non si può pretendere niente - ha scritto nelle ultime, drammatiche pagine - Non si può pretendere un lavoro, non si può pretendere di essere amati, non si possono pretendere riconoscimenti».

Dopo aver cercato lavoro per anni, aveva preso a vedere nero il presente e anche il futuro, in modo totale, cosmico. «Un disastro a cui non voglio assistere». Parole cariche di impotenza, rancore e frustrazione.

 

«Lo stato generale delle cose per me è inaccettabile, non intendo più farmene carico...». Chiede perdono a mamma e papà. «Se potete». Un dolore immenso, quello di una madre e di un padre sopravvissuti al figlio. «Io lo so che questa cosa vi sembra una follia ma non lo è. È solo delusione.

 

PROTESTE GIOVANIPROTESTE GIOVANI

Mi è passata la voglia: non qui e non ora. Non posso imporre la mia essenza, ma la mia assenza sì». Non è follia, scrive, non è caos. «Dentro di me c' era ordine.

Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità». Il padre lo traduce così: «Sono giovani che hanno vissuto come sconfitta personale quella che per noi è invece la sconfitta di una società moribonda». Suo figlio ne ha fatto un incubo: «Un mondo privo di identità, privo di garanzie, privo di punti di riferimento».

Si scusa con gli amici e dà un titolo alla sua denuncia: «Questa è un' accusa di alto tradimento». L' ultimo schiaffo è per il governo: «Complimenti al ministro Poletti, lui sì che ci valorizza».

 

IL DRAMMA DI MICHELE IN UNA LETTERA: "SENZA FUTURO, MI UCCIDO. COLPA VOSTRA"

insegnanti precariinsegnanti precari

La lettera di Michele pubblicata da “il Giornale”

 

Ho vissuto (male) per trent'anni, qualcuno dirà che è troppo poco. Quel qualcuno non è in grado di stabilire quali sono i limiti di sopportazione, perché sono soggettivi, non oggettivi.

Ho cercato di essere una brava persona, ho commessi molti errori, ho fatto molti tentativi, ho cercato di darmi un senso e uno scopo usando le mie risorse, di fare del malessere un'arte.

 

Ma le domande non finiscono mai, e io di sentirne sono stufo. E sono stufo anche di pormene. Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di colloqui di lavoro come grafico inutili, stufo di sprecare sentimenti e desideri per l'altro genere (che evidentemente non ha bisogno di me), stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, di dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata, stufo di dover rispondere alle aspettative di tutti senza aver mai visto soddisfatte le mie, stufo di fare buon viso a pessima sorte, di fingere interesse, di illudermi, di essere preso in giro, di essere messo da parte e di sentirmi dire che la sensibilità è una grande qualità.

 

PRECARIATO PRECARIATO

Tutte balle. Se la sensibilità fosse davvero una grande qualità, sarebbe oggetto di ricerca. Non lo è mai stata e mai lo sarà, perché questa è la realtà sbagliata, è una dimensione dove conta la praticità che non premia i talenti, le alternative, sbeffeggia le ambizioni, insulta i sogni e qualunque cosa non si possa inquadrare nella cosiddetta normalità. Non la posso riconoscere come mia.

 

Da questa realtà non si può pretendere niente. Non si può pretendere un lavoro, non si può pretendere di essere amati, non si possono pretendere riconoscimenti, non si può pretendere di pretendere la sicurezza, non si può pretendere un ambiente stabile.

 

A quest'ultimo proposito, le cose per voi si metteranno talmente male che tra un po' non potrete pretendere nemmeno cibo, elettricità o acqua corrente, ma ovviamente non è più un mio problema. Il futuro sarà un disastro a cui non voglio assistere, e nemmeno partecipare. Buona fortuna a chi se la sente di affrontarlo.

 

Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato, e nessuno mi può costringere a continuare a farne parte. È un incubo di problemi, privo di identità, privo di garanzie, privo di punti di riferimento, e privo ormai anche di prospettive.

 

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Non ci sono le condizioni per impormi, e io non ho i poteri o i mezzi per crearle. Non sono rappresentato da niente di ciò che vedo e non gli attribuisco nessun senso: io non c'entro nulla con tutto questo. Non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere, per avere lo spazio che sarebbe dovuto, o quello che spetta di diritto, cercando di cavare il meglio dal peggio che si sia mai visto per avere il minimo possibile. Io non me ne faccio niente del minimo, volevo il massimo, ma il massimo non è a mia disposizione.

 

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Di no come risposta non si vive, di no si muore, e non c'è mai stato posto qui per ciò che volevo, quindi in realtà, non sono mai esistito. Io non ho tradito, io mi sento tradito, da un'epoca che si permette di accantonarmi, invece di accogliermi come sarebbe suo dovere fare.

 

Lo stato generale delle cose per me è inaccettabile, non intendo più farmene carico e penso che sia giusto che ogni tanto qualcuno ricordi a tutti che siamo liberi, che esiste l'alternativa al soffrire: smettere. Se vivere non può essere un piacere, allora non può nemmeno diventare un obbligo, e io l'ho dimostrato. Mi rendo conto di fare del male e di darvi un enorme dolore, ma la mia rabbia ormai è tale che se non faccio questo, finirà ancora peggio, e di altro odio non c'è davvero bisogno.

 

Sono entrato in questo mondo da persona libera, e da persona libera ne sono uscito, perché non mi piaceva nemmeno un po'. Basta con le ipocrisie.

GIULIANO POLETTI GIULIANO POLETTI

Non mi faccio ricattare dal fatto che è l'unico possibile, il modello unico non funziona. Siete voi che fate i conti con me, non io con voi. Io sono un anticonformista, da sempre, e ho il diritto di dire ciò che penso, di fare la mia scelta, a qualsiasi costo. Non esiste niente che non si possa separare, la morte è solo lo strumento. Il libero arbitrio obbedisce all'individuo, non ai comodi degli altri.

 

Io lo so che questa cosa vi sembra una follia, ma non lo è. È solo delusione. Mi è passata la voglia: non qui e non ora. Non posso imporre la mia essenza, ma la mia assenza sì, e il nulla assoluto è sempre meglio di un tutto dove non puoi essere felice facendo il tuo destino.

 

Perdonatemi, mamma e papà, se potete, ma ora sono di nuovo a casa. Sto bene.

Dentro di me non c'era caos. Dentro di me c'era ordine. Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità. Chiedo scusa a tutti i miei amici. Non odiatemi. Grazie per i bei momenti insieme, siete tutti migliori di me. Questo non è un insulto alle mie origini, ma un'accusa di alto tradimento.

30ENNE SUICIDIO LETTERA30ENNE SUICIDIO LETTERA

P.S. Complimenti al ministro Poletti. Lui sì che ci valorizza a noi stronzi.

Ho resistito finché ho potuto.

 

 

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