perotti renzi

UNA MALEDIZIONE CHIAMATA “SPENDING REVIEW” – DOPO GIARDA, BONDI E COTTARELLI SALTA COME UN BIRILLO ANCHE PEROTTI – IL BOCCONIANO SCARICATO DA RENZI, DOPO AVER PROPOSTO IL TAGLIO DELLE DETRAZIONI IRPEF (CAMPO MINATO) E UNA SERIE DI TAGLI AI MINISTERI (ANCORA PIÙ MINATO)

DAGONOTA

roberto_perottiroberto_perotti

Poca sorpresa per le dimissioni di Roberto Perotti da Palazzo Chigi. Da almeno un mese si parlava della sua delusione per come l’amata “Spending review” era stata sforbiciata da Matteo Renzi nell’ultima Finanziaria.

 

I dissapori con il governo erano nati su due fronti: il taglio agli sgravi fiscali e i tagli ai ministeri. Sul primo punto, difficile non dare torto a Renzi: come si fa a diminuire le tasse sulla casa e poi colpire i contribuenti sulle detrazioni, come se queste non fossero un qualcosa che alla fine incide sul saldo delle tasse da pagare? Su questo, le opposizioni avrebbero fatto nero Renzi.

 

ROBERTO PEROTTI ROBERTO PEROTTI

Sul secondo punto, Perotti incassa invece una sconfitta ingiusta. Con la sua uscita di scena godono i papaveri del Tesoro, guidati da Roberto Garofoli, il potente capo della segreteria del ministro Padoan, preoccupati dai tagli. E ancora di più festeggiano gli ambasciatori, ai quali il professore bocconiano voleva tagliare le indennità. Ancora una volta i “mandarini” hanno avuto ragione del premier cazzaro, e Perotti ne ha preso atto.

 

2. NIENTE RISPARMI, PEROTTI SI DIMETTE

Federico Fubini per il “Corriere della Sera

 

Dopo Piero Giarda nel 2012, Enrico Bondi nel 2013, Carlo Cottarelli nel 2014, è la volta di Roberto Perotti. La spending review non riesce mai a ridurre granché le dimensioni del bilancio pubblico, ma si conferma infallibile nel portare alle dimissioni i tecnici ai quali il governo si rivolge per riuscirci. Perotti, uno degli economisti italiani più riconosciuti all' estero, sabato ha fatto sapere a Matteo Renzi che rinuncia al suo incarico e uscirà dalla squadra di consiglieri di Palazzo Chigi. A suo avviso, il varo della legge di Stabilità e i segnali dati anche in seguito dal governo indicano che la riduzione della spesa pubblica non è una priorità.

RENZI PADOAN RENZI PADOAN


«In questa fase non mi sentivo molto utile», ha detto ieri a «L' erba dei vicini» di Beppe Severgnini su Rai3. Perotti, 57 anni, dottorato al Massachusetts Institute of Technology, docente prima alla Columbia University di New York e poi alla Bocconi, non dev' essere arrivato alla sua decisione facilmente. L' anno scorso aveva accettato di diventare consigliere di Palazzo Chigi solo a condizione che l' incarico fosse a titolo gratuito. Per evitare malintesi sul proprio ruolo, Perotti aveva anche rinunciato a qualunque forma di rimborso: per oltre un anno si è pagato da sé le trasferte ogni settimana da Lecco, dove vive, e l' affitto di un appartamento a Roma.

yoram gutgeldyoram gutgeld


Il suo obiettivo era realizzare il compito che Renzi aveva assegnato a lui e al commissario per la spending review Yoram Gutgeld: trovare dieci miliardi di tagli per il 2016, poi continuare negli anni successivi. In legge di Stabilità però gli interventi previsti valgono ufficialmente appena 5,8 miliardi (o meno, secondo molti analisti privati), e per metà sembrano di efficacia discutibile perché basati sulla compressione temporanea di alcune spese ministeriali.


Negli ultimi nove mesi, Perotti aveva lavorato su alcuni fronti in particolare: la sfoltitura degli sgravi fiscali a categorie particolari, che oggi valgono 181 miliardi in tutto, e i costi di funzionamento dei ministeri e degli uffici dei dirigenti pubblici a livello decentrato. Su quasi tutti questi aspetti la legge di Stabilità registra passi avanti minimi o inesistenti. Nel presentare la legge di Stabilità il 15 ottobre, Renzi ha spiegato che dalla lista della spending review per il 2016 aveva rinunciato a quattro miliardi di tagli alle deduzioni e alle detrazioni (la materia di Perotti) perché l' addio agli sgravi avrebbe comportato un aumento della pressione fiscale e avrebbe colpito anche associazioni della società civile.

TOMMASO NANNICINITOMMASO NANNICINI

 

Dunque il governo, secondo il premier, si è fermato per non colpire la fiducia all' interno del Paese.


Non era questa la versione della spending review emersa fino a quel momento dalle indiscrezioni. L'operazione sugli sgravi progettata a Perotti sembrava impostata in modo diverso: il pacchetto degli interventi proposti valeva 1,5 miliardi (non quattro) e riguardava solo i trattamenti di favore per alcune specifiche categorie di imprese, per poter poi ridurre la pressione fiscale in modo più omogeneo su tutte.


Difficile capire se Perotti si sia sentito preso di mira dalle parole del premier. O se abbia avuto l' impressione che il governo cercasse di scaricare su di lui la responsabilità di una spending review ancora una volta incompiuta. Sembra però probabile che, dopo il varo della manovra, l' economista abbia cercato un chiarimento con il premier sul futuro del piano di tagli ora che l' esecutivo deve realizzare nella pratica la riforma della pubblica amministrazione. Certo i due devono essersi trovati su posizioni diverse.

Roberto Garofoli Roberto Garofoli


Non pensa invece alle dimissioni l' altro uomo della spending review: Yoram Gutgeld, deputato del Pd, continuerà a lavorare sulla spesa sanitaria e sugli acquisti dell' amministrazione. Ma anche lui resterà fuori dall'«unità di missione» in preparazione a Palazzo Chigi, composta da una decina di esperti e guidata dall' altro bocconiano Tommaso Nannicini (che sembra destinato a diventare sottosegretario alla presidenza del Consiglio). Si vedrà nei prossimi mesi come funziona il rapporto dell' ultimo «commissario alla spending review» con questo gruppo che, sempre di più, sembra destinato ad accentrare molte leve della politica economica.

 

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