carlo calenda callende

“UNO SPERMATOZOO D’ORO DEI PARIOLI” - IL MARCHESE FULVIO ABBATE ISPIRATISSIMO SU CARLO CALENDA: “HA SURFATO TRA MONTI, LETTA, ITALIA FUTURA, E QUEL CERTO MONDO CHE OTTERRÀ SEMPRE LE PATENTI DELLA RISPETTABILITÀ BORGHESE, E QUESTO PERCHÉ ROMA, NONOSTANTE I SUOI ‘STICAZZI, I MA VATTELA-A-PIJA-‘NDER-CULO, ALLA FINE SA PRODURRE UNA SUA CLASSE DIRIGENTE DALLA SCRIMINATURA ESATTA, CAMICIA, POLO E ACCAPPATOIO CON LE INIZIALI”

Fulvio Abbate per http://www.linkiesta.it

 

FULVIO ABBATE

E poi arrivò Calenda, meglio, l’evidenza della sua irresistibile ascesa, la percezione di un attivismo politico che, in brevissimo tempo, ne ha fatto un primattore della scena politica, ben oltre l’iniziale basso profilo da “tecnico” defilato, eppure accorto sulle questioni del suo ministero che ha in cura lo Sviluppo economico.

 

Nell’ordine, nelle scorse ore, Carlo nostro si è espresso sul caso del canone Rai, sulle tasse universitarie, sul destino d’Alitalia, sulla “fuga dalla realtà” offerta dalle proposte del M5S. Un poker di considerazioni poco casuali. Infine ha rassicurato il mondo circa le proprie ambizioni: “Gentiloni è un premier molto migliore di come io potrei mai essere, così mi auguro che se il centrosinistra vinca lo faccia Renzi”. Si dice sempre così.

 

CARLO CALENDA CARLO CALLENDE

Quando - povero fesso - facevo ancora il trotskista, Carlo Calenda stava già sulle figurine Panini dedicate al libro “Cuore” trasposto sul piccolo schermo dal nonno. Era il 1984, ieri, almeno ai miei occhi. Vere soddisfazioni, le sue. Intendiamoci, Calenda non è un genio come Rimbaud, eppure allo stesso modo di quest’ultimo ha avuto immense pubbliche soddisfazioni già da bimbo, proprio grazie a Luigi Comencini, il celebre regista, che l’ha fatto appunto esordire decenne come Enrico Bottini, il protagonista-io narrante del classico deamicisiano.

 

Accanto a lui Johnny Dorelli, nei panni di vigogna del maestro, e Ugo Pagliai, convinto prof di ginnastica, baffi umbertini, patriottici. Comencini, suo nonno. Rimbaud nasce poeta “di sette anni”, scrive precoci versi assoluti, si mostra ribelle al mondo, profilo da bambino irriducibile, diventando infine la disperazione dei familiari, salvo recuperare poi la piena rispettabilità pubblica grazie al mestiere di mercante, forse perfino di schiavi.

 

CARLO CALENDA CALLENDE

Carlo Calenda, figlio della regista e scrittrice Cristina Comencini, spermatozoo d’oro della Roma borghese dalle insegne artistico-intellettuali, l’Urbe dei quartieri con prenotazione obbligatoria, tra Villa Balestra a Monti Parioli e piazza Caprera nel cuore di gnomo del Quartiere Trieste, fa di meglio. Mai sfiorato dal bisogno d’essere un rivoluzionario, un incendiario, un Franti, assodato che non è neppure nella sua natura, nella sua indole, nel suo peso-forma da circolo di canottieri affacciato sul Tevere.

 

Calenda preferisce piuttosto affiancarsi al proverbiale Luca Cordero di Montezemolo, che infatti lo porterà fin da subito alla Ferrari con ruoli di “responsabile gestione relazioni con i clienti e con le istituzioni finanziarie”.

 

CARLO CALENDA EMMA BONINO

Arriveranno poi Sky e nuove naturali doverose soddisfazioni professionali, certificate dall’appartenenza più che sociale alla “bella gente”; altro che sudore, fatica, attese alla fermata del 64, pacche, scoregge e “magheggi”, come accade invece ai semplici figli di portinai, sebbene astuti, catalogati sotto la voce dei “furbetti dei quartierini”, ora Tiburtino ora Val Cannuta, giusto per restare in ambito manageriale, con i suoi racconti d’ascesa più o meno resistibile.

 

Sempre Carlo Calenda, spermatozoo d’oro dei Parioli, ha potuto invece socialmente surfare tra Mario Monti, Enrico Letta, Italia Futura, e quel certo mondo che otterrà sempre le patenti della rispettabilità borghese, e questo perché Roma, nonostante i suoi ‘sticazzi, i ripetuti ma vattela-a-pija-‘nder-culo, i rutti “da Cencio alla Parolaccia” come passacaglia di fondo, nonostante il complesso di inferiorità verso la Milano dei Pirelli e dei Mattioli, alla fine sa addirittura produrre una sua classe dirigente dalla scriminatura esatta, camicia, polo e perfino accappatoio con le iniziali.

CARLO CALENDA PIER CARLO PADOAN

 

Magari in possesso perfino di un grande potere di suggestione inibitoria verso chi, diversamente da Carlo Calenda, nel migliore dei casi ha avuto l’opportunità di recitare in un filmino familiare fuori fuoco, che mai nessuno vedrà oltre il condominio del Trullo o dell’Appio-Claudio o di Focene. Grazie alla benemerita Raitre, proprio l’altra mattina, sorta di “In Hoc Signo Vinces” della sua fortuna pubblica, c’era modo di ritrovare il piccolo Carlo-Enrico nella fascia antimeridiana.

 

“Ahò, ma tu lo sai che fa mo’ quer regazzino? Er ministro, fa”, così la vox populi scorgendone il nome fra i titoli di testa. “Anvedi, che gran bucio de culo!”, ribattono all’unisono il dirimpettaio scopino, il “bujaccaro”, er sor Ulisse.

 

carlo calenda capalbio libri

D’altronde, una certa Roma è esattamente così, destinata agli allori griffati, ai migliori campi di terra battuta, magari con Nicola Pietrangeli e Adriano Panatta a insegnargli personalmente cos’è una “volèe”, tra le vetrine di “Davide Cenci” a Campo Marzio e sullo sfondo dei bastioni di Orione di Monti Parioli, via Rubens, via Cavalier d’Arpino.

 

Che è poi la stessa città che si riconosce nei timorati film di Nanni Moretti, “La stanza del figlio” o “Mia madre”, no, ma che dico?, i libri e i film di mamma Cristina, e questo in nome della sobrietà, del tacco basso, dell’undestatement, del “senonoraquando?”, dei “girotondi”, dove l’opzione politica è sempre subordinata a una questione di stile, di gusto, di zuppa di farro, di cappottino da Cappuccetto rosso afro-tirolese dal collo di mongolia acquistato da De Clercq & Clercq, perché “… vorrai mica confonderti con i coatti dell’ “a Fra’ che te serve?” E ancora, l’abbonamento a “Internazionale” puntuale nella buca delle lettere, gli studi tra “Tasso”, “Visconti” o, perché no, “Nazareno”, la certezza di sapere cos’è mai l’aoristo. E magari anche una telefonata a Veltroni per digli ogni bene del suo ultimo libro. “Dai, che non l’hai ancora chiamato Walter?”

 

CARLO CALENDA1

Da una parte la Roma sbracata degli studenti IPSIA o, metti, del “Nautico”, per i quali Fiumicino è sinonimo di fritto di paranza con gli amici della palestra sotto casa. Dall’altra, proprio la Roma appunto dell’aoristo: eleganza, flemma, mai un’esclamazione, un “cazzo!” fuori posto, la stessa che altrove ha messo al mondo un altro ministro non meno spermatozoo d’oro, Marianna Madia, pallore d’anemia preraffaellitica di piazza Adriana.

 

Intendiamoci, può anche darsi che non ci sia “grand commis” di Stato migliore di Calenda, e dunque l’aria da certezza assoluta gli andrebbe invidiata, come escludere questa eventualità? Magari alla faccia della Roma di “Dramma della gelosia”, con Oreste Nardi-Marcello Mastroianni, poraccio, a piazza San Giovanni durante il comizio di Pietro Ingrao, un mondo ormai spazzato via dalle tenerezze della sinistra.

 

carlo calenda nel film cuore del nonno luigi comencini

Calenda, semmai, sempre antropologicamente ragionando, muove dalla città che, un tempo, d’estate, ancorava la barca alla fonda di Castiglioncello, per poi andare a fare uno spuntino a casa di Luchino Visconti, con questi che scattava foto alle incantevoli faccine dei rampolli e delle rampolle sorridenti, in sandali, figli d’amici.

 

Ogni tanto qualcuno, commentando con amarezza l’assenza, qui da noi, di una vera classe dirigente non scaciata e magari dalle ottime letture e frequentazioni, cita il fortunato caso della Francia che vanta l’ENA, la scuola che forma gli impeccabili quadri superiori della pubblica amministrazione, dove Macron è solo l’ultimo spermatozoo d’oro d’Oltralpe guizzato fuori da lì.

 

CARLO CALENDA

In verità, a guardare bene Calenda sembra quasi che egli sia uscito da un’ENA personale, dall’indirizzo misterioso, creata e messa in atto segretamente per lui, solo per lui, per i suoi riscontri presenti e futuri. Complimenti e auguri, dunque. Non è da tutti.

 

Ora che ci penso, sempre a proposito di bimbi romani che hanno esordito recitando con riscontro non meno invidiabile, anche Valerio Fioravanti aveva ottime chance per una carriera che non fosse quella del terrorista nero, ma evidentemente di Calenda ce n’è uno solo, e il vero romanzo della bella gente lo sta scrivendo lui, da ministro che magari si immagina anche a Palazzo Chigi. Se non ora, che Matteo Renzi si è rottamato da solo, quando? Il loro fatti mandare dalla mamma a prendere il titolo.

carlo calenda

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