INGROIA COLTO SUL “FATTO” SPACCA LE TOGHE ROSSE - MOROSINI SI DIMETTE DA SEGRETARIO NAZIONALE DI MAGISTRATURA DEMOCRATICA: E’ LUI IL GUP DEL PROCESSO SULLA “TRATTATIVA” - “SI TRATTA DI UN PROCESSO EXTRA ORDINEM CHE RICHIEDE UNA GRANDE DEDIZIONE E CONCENTRAZIONE SIN DA QUESTE PRIME BATTUTE” - IN TILT LA CORRENTE SINISTRATA: CRITICHE E SOLIDARIETA’ VERSO I PM DI PALERMO…

Giovanni Bianconi per il Corriere della Sera

Il primo appuntamento è fissato tra un mese e mezzo, il 29 ottobre, ma il giudice dell'udienza preliminare s'è già reso conto della complessità del processo. Giuridica e non solo. Perché la vicenda della cosiddetta trattativa fra Stato e mafia al tempo delle stragi non è solo un caso giudiziario, come dimostrano le polemiche degli ultimi mesi: dal conflitto tra il Quirinale e la Procura di Palermo a proposito delle telefonate di Napolitano intercettate casualmente, alla partecipazione di due pubblici ministeri titolari dell'indagine alla festa del quotidiano Il Fatto.

Polemiche che hanno investito anche la magistratura associata e la sua corrente di sinistra e politicamente più esposta, Magistratura democratica. Il cui segretario nazionale, Piergiorgio Morosini, è proprio il giudice che dovrà stabilire se rinviare o meno a giudizio i dodici imputati: boss di Cosa Nostra, politici di ieri e di oggi, ex ufficiali dei carabinieri.
Una coincidenza scomoda che lo stesso Morosini ha voluto rimuovere abbandonando la carica che ricopriva da due anni. Ieri pomeriggio il giudice ha convocato il comitato esecutivo del movimento per dare comunicazione ufficiale della sua decisione.

«Ritengo indispensabile, nell'interesse dell'istituzione in cui opero e del gruppo, che io mi autosospenda con decorrenza immediata dalle funzioni di segretario generale, sino al termine del processo che mi è stato assegnato», ha scritto nella lettera inviata al presidente di Md Luigi Marini. Concetto ribadito nella riunione in cui l'esecutivo ha preso atto della sua scelta, insieme all'intenzione già manifestata di non ricandidarsi alla scadenza del mandato prevista per fine anno.

Dunque si tratta di dimissioni definitive. La motivazione ufficiale è la complessità del processo che Morosini definisce «assai impegnativo per l'entità dell'incartamento (oltre cento faldoni), la tipologia delle imputazioni, la natura eterogenea delle fonti di prova, le questioni di fatto e di diritto che potenzialmente possono essere sollevate dalle parti».

È immaginabile, infatti, che le difese faranno istanze di ogni tipo: dalla richiesta di attendere il verdetto della Corte costituzionale sul destino delle telefonate tra l'ex ministro Mancino e il capo dello Stato allo spostamento del processo in altra sede (Caltanissetta o Roma, per le connessioni con le stragi e i palazzi della potere) o davanti al tribunale dei ministri.

Più altre questioni, a cominciare dalla peculiarità del reato contestato («violenza o minaccia aggravata a un corpo politico dello Stato») e dalle sentenze definitive di altri processi su fatti e vicende trattate in questo procedimento. Tutte con evidenti ricadute sul piano politico e storico.

«Si tratta di un processo "extra ordinem" - anticipa Morosini nella sua lettera - peraltro oggetto di straordinaria attenzione da parte dei mezzi di comunicazione, che per le energie professionali da mettere in campo per essere doverosamente affrontato con scrupolo e definito in tempi ragionevoli, richiede una grande dedizione e concentrazione sin da queste prime battute».

Impegno incompatibile con quello di segretario di una corrente attesa dal congresso fissato per l'inizio del 2013 e altre scadenze già in calendario. Tra cui un'iniziativa sui rapporti tra magistratura e politica, questione che tocca molto da vicino le dispute già scaturite intorno al processo sulla presunta trattativa.

Non solo sui giornali e in tv, ma anche all'interno di Magistratura democratica si discute animatamente sui contenuti dell'inchiesta e sui comportamenti di alcuni dei pubblici ministeri che l'hanno condotta. Aveva cominciato Nello Rossi, procuratore aggiunto di Roma e autorevole rappresentante del gruppo, criticando l'accusa mossa all'ex ministro della Giustizia Conso (non imputato ma indagato in un procedimento-stralcio), al quale altri aderenti alla corrente avevano contestato l'intrusione e il rischio di delegittimazione dei colleghi.

Poi sono arrivate le polemiche sull'intervento dei pm Ingroia e Di Matteo (il primo aderente a Md, il secondo presidente della sezione palermitana dell'Associazione magistrati) al dibattito organizzato da Il Fatto, pubblicamente disapprovato dal vertice nazionale dell'Anm nonché da esponenti molto noti della corrente. Ai quali altri iscritti, ugualmente noti e carismatici, hanno replicato difendendo i due inquirenti.

Ora, nelle mailing list riservate agli iscritti, è il turno delle contestazioni all'impostazione e al contenuto dell'indagine, già seguite da messaggi di condivisione e di dissociazione. Finora Morosini è rimasto in silenzio nel dibattito che coinvolge in pieno la corrente delle cosiddette «toghe rosse». S'è dimesso da segretario anche per preservare la sua immagine di giudice imparziale e disinnescare possibili strumentalizzazioni sul doppio ruolo. E per lasciare Md libera di discutere e dividersi sul processo nel quale lui dovrà emettere una sentenza.

 

 

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