LA TEMPESTA PERFETTA CHE FA CROLLARE IL MURO DEI BRIC - NEL 2001 BRASILE, RUSSIA, INDIA E CINA ERANO IL MOTORE DELL'ECONOMIA MONDIALE. ADESSO SONO AL TRACOLLO, TRANNE LA CINA, CHE PURE HA I SUOI PROBLEMI

Eugenio Occorsio per ‘Affari&Finanza - La Repubblica'

«Ah, i miei poveri Bric», sospira Jim O'Neill passeggiando per i vialetti del Villa d'Este. È stato lui a coniare il termine, quand'era capo economista di Goldman Sachs nel 2001, con un libro intitolato "I nuovi padroni dell'economia mondiale". «Erano il miracolo economico del secolo, i motori del pianeta. Niente più di tutto questo. Quello che mi preoccupa di più è il Brasile, ma anche India e Russia sono al tracollo. Forse si salva solo la Cina». Beh, pure lei ha i suoi problemi...

«Ma probabilmente riuscirà a superarli perché ha raggiunto una sufficiente forza intrinseca. Per chi come me segue l'economia cinese giorno per giorno, non tutte le speranze sono perdute. Ma per il resto...oggi si potrebbe parlare di "C", ma come acronimo non è un gran che. Guardi, meglio puntare sugli Stati Uniti e incredibili dictu (lo dice così, in latino) sull'Europa». È cambiato il mondo, ed è cambiato in fretta. «Intendiamoci - chiarisce John Hailer, Ceo di Natixis Global anche la fuga generalizzata dai mercati emergenti che si è determinata con la crisi dei Bric non è giustificata.

C'è mercato e mercato, e ogni sconvolgimento ne porta alla ribalta di nuovi. La Globalizzazione 2.0, che segue quella 1.0 del decennio precedente, porta altri protagonisti: Messico, Vietnam, perché no Uganda, Kenya, Nigeria, Uruguay». Il fatto che Hailer abbia inserito la Nigeria implica un'altra cosa: il Sudafrica, che un paio d'anni fa i Bric avevano cooptato come quinto Paese d'élite, è scomparso dalle classifiche. «Anche per me non c'entrava niente con i Bric - taglia corto O'-Neill - e infatti la Nigeria l'ha già superato come Pil».

La tempesta perfetta che si è abbattuta sui Bric ha simbolicamente un momento d'inizio: l'annuncio del tapering americano, nel settembre scorso, cioè la contemporanea fine del quantitative easing e il preannunciato rialzo dei tassi Usa (che si materializzerà nel 2015 ma i mercati scontano già). Risultato: una fuga incontrollata di capitali non solo dai Bric (con la parziale esenzione della Cina come vedremo) ma anche da Turchia, Argentina e un plotone di altri Paesi, con l'inevitabile crisi valutaria a catena, il blocco degli investimenti e la crescita della disoccupazione.

A questo si sono aggiunti nei mesi successivi i segnali di brusca frenata in India, il rallentamento ormai strutturale in Cina, l'esplosione delle disuguaglianze e dei gap di democrazia in Brasile, e come se non bastasse la sconsiderata avventura di Putin in Ucraina dagli strascichi ancora tutti da verificare. Vediamo caso per caso, in ordine di acronimo: Bric. Brasile. Economia troppo centralizzata, investimenti insufficienti, sfiducia generalizzata, inflazione tendente a schizzare se la Banca centrale non tenesse innaturalmente alti i tassi (con il risultato di deprimere ancora di più l'economia): all'inizio di aprile il saggio di sconto Selic è stato alzato di un altro 25% fino all'11%, anche per contenere la persistente debolezza del real.

A questi mali endemici, che avevano depresso la crescita allo 0,9% nel 2013, si aggiunge ora l'infausta avventura dei mondiali di calcio, che a 45 giorni dall'apertura sono costati già oltre 300 milioni di dollari e soprattutto lo sconvolgimento sociale che ha portato ai sanguinosi moti della settimana scorsa nella "Nuova Palestina", come è stata soprannominata la nuova favela da un milione di abitanti creata a Rio per tutti gli abitanti delle altre favelas spazzate via per far posto agli stadi.

Un mix esplosivo dal potenziale impressionante, con in più l'incertezza delle elezioni in ottobre. «Dovremo necessariamente rinegoziare gli aiuti che continuiamo ad offrire a questi che sono considerati ancora Paesi in via di sviluppo », spiega Bertrand Badré, chief financial officer della Banca Mondiale. «Già oggi i finanziamenti al Brasile sono i più alti fra tutti quelli che garantiamo ai Bric: 3,1 miliardi di dollari nel 2013 contro gli appena 60 milioni per la Russia, gli 1,3 miliardi per l'India e gli 1,9 per la Cina». Il Brasile ha appena subito il downgrade di S&P's fino a BBB-, ultimo gradino prima dei junk bond. All'interno della stessa America Latina, così, si alimenta una divergenza fra economie forti (Messico, Colombia, Cile) e sistemi deboli (Brasile, Argentina) che «è destinata ad accentuarsi considerevolmente », puntualizza Hailer della Natixis.

«Noi le chiamiamo "economia Atlantica", quella debole, ed "economia Pacifica" quella forte». Russia. La crescita è in caduta verticale, da ben prima dell'invasione della Crimea: era dell'1,6% nel primo trimestre 2013, è scesa all'1,3 a fine anno e allo 0,9% nel primo quarter del 2014. Per la fine di quest'anno - malgrado le ottimistiche previsioni del governo ( vedere grafico) - si avvicinerà a zero con il serio pericolo di scendere al di sotto se l'operazione in Ucraina si rivelerà più costosa del previsto (sembra che le presunte risorse petrolifere al largo di Odessa siano in realtà assai scarse).

Ma in generale l'intero andamento economico dipenderà dagli sviluppi militari e diplomatici, connessi ai quali c'è la fuga dei capitali, prima stranieri e ora anche russi. Il rublo continua a svalutarsi, «ma soprattutto colpisce - osserva Giulio Dal Magro, chief economistdella Sace - l'ostinazione con cui Mosca continua a basare la sua economia sulla sola voce idrocarburi, settore in cui peraltro le quotazioni internazionali tendono a scendere. Eppure la Russia ha una solida tradizione industriale e tecnologica, che non fa nulla per non dissipare ulteriormente. E ora mancano i capitali da investire e quei pochi hanno costi finanziari crescenti».

Intanto il rublo ha perso il 20% sul dollaro rispetto ad un anno fa. India. Anche qui le previsioni del governo sono ottimistiche ma platealmente smentite dagli economisti indipendenti. L'inflazione, per dirne una, è tornata a salire fino (dato di marzo) all'8,4% su base annua, spinta in alto dagli aumento dei prezzi alimentari. Molte speranze risiedono in Raghuran Rajan, ex capo economista dell'Fmi nominato governatore della Banca centrale nell'agosto 2013, ma di fatto le manovre economiche procedono al rallentatore e la rupia ha perso il 39% negli ultimi due anni. Ora poi è tutto fermo: siamo infatti nel pieno delle più lunghe e complesse elezioni politiche della storia del pianeta: iniziate il 7 aprile, si concluderanno il 12 maggio e i risultati saranno noti il 16. I seggi sono 930mila, le operazioni coinvolgono 11 milioni di dipendenti governativi più 5,5 milioni di volontari, gli aventi diritto al voto sono 815 milioni: 100 milioni in più del precedente voto del 2009, il che la dice lunga sulla rapidità della crescita demografica del subcontinente (al prossimo turno nel 2019 è già previsto che i votanti raggiungano il miliardo).

Un bell'esercizio di democrazia e un'operazione costosa: nel solo stato dello Uttar Pradesh, che non è neanche il più grande, la spesa prevista è di 3,7 miliardi di rupie pari a 50 milioni di euro. Da tutto questo la speranza è che esca un governo in grado di abbattere la corruzione, rilanciare la privatizzazioni, migliorare l'efficienza burocratica, insomma risolvere i problemi che hanno portato la crescita a dimezzarsi dall'8 al 4% in tre anni. Il favorito Narendra Modi sembrerebbe all'altezza, visti i buoni risultati che ha avuto da governatore dello stato del Gujarat, ma su di lui - sempre che vinca - grava l'ombra di non essere neutrale nello sciogliere i nodi delle divisioni etniche che travagliano il Paese e che sono a loro volta causa non ultima delle traversie economiche: Modi è un indù, accusato addirittura di aver fomentato le sanguinose aggressioni del 2005 contro i musulmani (oltre duemila morti), sospetto che gli è costato la revoca del visto (e dell'appoggio) Usa. I musulmani sono il 15% degli indiani. Cina. Il tasso di crescita, è il consensus degli economisti, non riuscirà in nessun trimestre di quest'anno a raggiungere il 7,7% previsto inizialmente dal governo ma neanche il 7,5% "rivisto", e a fine anno la media sarà fra il 7,2 e il 7,3.

Stesso andamento nel 2015. Per le dimensioni cinesi, è l'ultimo livello prima della recessione. Il guaio è che mentre è ancora tutta da compiere la transizione verso un'economia più bilanciata con un maggior peso dei consumi interni, spiega Marco Valli, chief economist di Unicredit, «in diverse aree del Paese sta emergendo un eccesso di infrastrutturazione: si sono costruite troppe case, strade, aeroporti, per di più aprendo gigantesche esposizioni debitorie a tassi sovvenzionati dallo Stato». Insomma una serie di bolle che ha cominciato a esplodere. «Anche l'industria pesante non trovando mercati dovrà diminuire la produzione », spiega Valli. Per correre ai ripari la Banca centrale sta bruscamente alzando i tassi, e non a caso le società immobiliari (ma non solo) hanno cominciato a finanziarsi sui mercati stranieri scontando però le difficoltà regolamentari del caso.

Dei 2000 miliardi di dollari di corporate bondesistenti, l'8% è detenuto dagli stranieri: 169,2 miliardi, il 60% in più dell'anno scorso. Perché il trend si rafforzi, premiando evidentemente le aziende più valide e in grado di stare sul mercato, servono decisi passi avanti in termini di liberalizzazioni che le autorità concedono però col contagocce. A questo si aggiunge il caso dello shadow banking, che ancora non si sa quanto sia connesso al sistema bancario ufficiale, e se sia servito come serbatoio di liquidità o alternativamente come bad bank dove scaricare in silenzio le partite in sofferenza. «Tutti questi problemi stanno venendo al pettine », spiega Michael Spence, l'economista premio Nobel già presidente della commissione per lo sviluppo dell'Onu che ha concluso nel 2011 i suoi lavori con una serie di raccomandazioni agli "emergenti". «Malgrado tutto, però, io non darei per persa la Cina. Con lentezza, ma ce la farà a tornare a galla»

 

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