“ADESSO NON PARLIAMO DI VOTO ANTICIPATO” – DOPO LA SCOPPOLA REFERENDARIA E LA BATTERIA DI DIMISSIONI NEL GOVERNO, LA MELONI ANNUNCIA CHE SI PRESENTERÀ IN PARLAMENTO GIOVEDÌ 9 APRILE (MA DOPO L'INFORMATIVA NON CI SARA' NESSUN VOTO) PER NEGARE LA CRISI DI UN GOVERNO LOGORATO E CHIEDE AGLI ALLEATI TAJANI E SALVINI DI NON EVOCARE LE URNE - NIENTE RIMPASTO: LA DUCETTA NON VUOLE UN “MELONI BIS”. SI PROCEDERÀ CON AVVICENDAMENTI MIRATI. PERDE QUOTA L’IPOTESI DI SOSTITUIRE ADOLFO URSO, IL MINISTRO DELLE IMPRESE FINITO NEL TRITACARNE DOPO LE STOCCATE DI CONFINDUSTRIA AL GOVERNO. AL POSTO DI DANIELA SANTANCHÈ ARRIVERA' UN MINISTRO DI FDI – L’OPPOSIZIONE SULLE BARRICATE PER LA NUOVA LEGGE ELETTORALE INCARDINATA ALLA CAMERA…
Lorenzo De Cicco per repubblica.it - Estratti
Dopo la scoppola del referendum, la batteria di dimissioni e con un riassetto del governo ancora tutto da definire, Giorgia Meloni ha annunciato che si presenterà in Parlamento giovedì 9 aprile. La prima data era venerdì 10, ma i parlamentari - afflato bipartisan, sia di maggioranza che di opposizione - hanno protestato, la settimana corta nel Palazzo va sempre di moda, dunque si è deciso di anticipare.
Non ci sarà un voto: la premier non ha optato per le «comunicazioni» alle Camere, che implicano una risoluzione da passare al pallottoliere.
Il motivo? Non considera la sconfitta referendaria, per quanto pesante e oltre le previsioni, una frattura nella sua maggioranza. «Non c’è una crisi, non c’è bisogno di votare», la tesi della presidente del Consiglio riportata dai fedelissimi.
Di crisi però, a destra, si parla eccome. Ma sottovoce. La stessa premier, mentre si rincorrevano i rumors sulle elezioni in autunno, lunedì mattina ha sentito i due vice, Antonio Tajani e Matteo Salvini, con una prece: «Non parliamo di voto anticipato». Non adesso, sarebbe l’ennesima spia di un esecutivo logorato, giunto a fine corsa.
matteo salvini giorgia meloni antonio tajani foto lapresse
La mossa dell’informativa in Parlamento - in cui Meloni evita di mettere piede, se non quando è strettamente obbligata, come per le comunicazioni che precedono i summit europei - nasce al contrario per alimentare la narrazione del «rilancio», sulle bollette, la benzina, il solito pallino securitario. L’obiettivo, secondo fonti di Palazzo Chigi, sarebbe «chiarire una volta per tutte che il governo continua a lavorare anche dopo il referendum». (...)
La «fase 2» non fa rima con rimpasto: la leader di FdI non vuole un “Meloni bis”. Dunque per rimpolpare l’esecutivo procederà con avvicendamenti mirati. Perde quota l’ipotesi di sostituire anche Adolfo Urso, il ministro delle Imprese finito nel tritacarne dopo le stoccate di Confindustria al governo. Sarà sostituita Daniela Santanchè. «Con un ministro di FdI», trapela da via della Scrofa. Come dire: non sarà un leghista come Luca Zaia, anche perché Matteo Salvini, semmai, vorrebbe riaccasarsi al Viminale, non sconfinare in un dicastero ormai tribolatissimo come il Mimit.
Sul tavolo di Meloni c’è ancora l’opzione di tenere l’interim al Turismo, con un blitz nel prossimo Cdm, pre-convocato per venerdì: nominare sottosegretario Gianluca Caramanna e sostituire Andrea Delmastro alla Giustizia con una fedelissima come Sara Kelany. Ma appunto il pressing dei big di FdI, a partire da Giovanbattista Fazzolari, è per la nomina di un ministro, con pieni poteri.
Nel quartier generale si continua a cercare il nome giusto. L’ideale sarebbe un meloniano con un peso al Sud, visto che nel Meridione il no ha vinto dappertutto.
L’alternativa è un tecnico d’area, come la presidente dell’Enit, Alessandra Priante. Di certo Meloni ha scelto di prendersi quasi 10 giorni per un motivo: arrivare nell’emiciclo di Montecitorio con il risiko chiuso. Il Pd, con il capogruppo dei senatori, Francesco Boccia, comunque attacca: «La presidente del Consiglio non vuole contarsi, non vuole che il Parlamento voti».
antonio tajani giorgia meloni matteo salvini
Antipasto di uno scontro che già va in scena alla Camera, nella commissione Affari costituzionali, dove ieri è stata incardinata la nuova legge elettorale, con maxi-premio di maggioranza. Secondo Giovanni Donzelli, «non c’è nessuna blindatura del testo o accelerazioni». Per il braccio destro di Meloni nel partito, «ci confronteremo con le opposizioni e siamo pronti a qualsiasi forma di confronto, anche fuori dal Parlamento».
Pure il presidente della commissione, il forzista Nazario Pagano, adesso si mostra conciliante, fa sapere che le audizioni non saranno contingentate. Ma per l’opposizione è un’apertura più «finta» che tattica, anche perché i quattro relatori del testo sono tutti di maggioranza.


