OBAMA HA VINTO! MA IL PREMIO È UNA PRESIDENZA DA ANATRA ZOPPA - I REPUBBLICANI SONO IMPLOSI, MA L’AMERICA È BLOCCATA FINO A NOVEMBRE 2014

OBAMA HA VINTO, MA IL PREMIO È UNA PRESIDENZA DA ANATRA ZOPPA
Dagoreport - Come scrive lo storico Tim Stanley sul "Telegraph", buona parte della colpa dello shutdown era dei democratici, che per primi al Senato hanno respinto il testo proposto dalla Camera e innescato la crisi. E' stato il governo federale che si è comportato come un bambino viziato, facendo sembrare la crisi amministrativa una tragedia che non è stata. Sono stati i media vicini ai democratici a dare un'immagine dei repubblicani simili a pazzi e invasati (Ted Cruz non è brutto come lo dipingono).

E soprattutto: davvero Obama ha vinto? Certo, si tiene la riforma sanitaria e ha riaperto il governo, ma al risveglio avrà di nuovo lo stesso sistema politico bloccato. Siamo davanti a un presidente che non è riuscito a far passare una legge sul controllo delle armi davvero blanda, che per paura dei sondaggi ha provato a portare la questione siriana al Congresso (con figuraccia).

Aggiunge Stanley: "pensare che la soluzione dello shutdown sia che Obama riuscirà a far passare facilmente la sua riforma dell'immigrazione è pura fantasia. E' una presidenza "spezzata", che vivrà i suoi ultimi anni respingendo attacchi repubblicani o portando il paese pigramente lungo una lunga, inutile, fatua, campagna elettorale. L'amministrazione Obama è alla bancarotta politica".

Nelle prossime settimane si parlerà di come il Tea Party sia morto e di come i repubblicani dovranno eleggere un candidato moderato e politicamente corretto. Ma la realtà è che l'America è inchiodata in un limbo politico che non si risolverà fino alle elezioni di medio termine di novembre 2014 o addirittura nelle elezioni presidenziali del 2016.


2. LA "SCOMMESSA IMPOSSIBILE" CHE HA ATTERRATO I REPUBBLICANI - NON HA FUNZIONATO IL BLUFF SUL DEBITO PER BLOCCARE L'OBAMACARE
Maurizio Molinari per "La Stampa"

Il coro di «Amazing Grace» doveva schiudere le porte al successo dei repubblicani nella battaglia del default ma ne ha invece sancito una lacerazione che ha determinato la sconfitta e ora fa temere il peggio nelle urne del 2014.

Nella notte fra martedì e mercoledì il presidente della Camera, John Boehner, era riuscito a strappare al Senato l'iniziativa sul default, aveva redatto un testo di legge ispirato alle posizioni del Tea Party e doveva solo ottenere il voto favorevole di 218 dei 233 deputati repubblicani per mettere in scacco i democratici e la Casa Bianca. Ha chiamato tutti gli eletti a raccolta in una sala di Capitol Hill e, affiancato dai vice Eric Cantor e Kevin McCharty, ha intonato l'inno cristiano scritto dal pastore John Newton contando sul pathos collettivo per superare le divisioni interne, fare quadrato e approvare un testo che avrebbe inflitto danni seri all'Obamacare, la riforma della Sanità.

I 233 deputati hanno cantato assieme ma usciti dall'aula si sono tornati a dividere in tre fazioni in lotta, polverizzando iniziativa e leadership di Boehner. La pattuglia del Tea Party ha obiettato che il testo era «troppo timido» sull'Obamacare ed equivaleva a una «resa», un altro gruppo ha contestato il rinvio biennale della tassa sui macchinari sanitari come un «cedimento alla lobby dell'industria» e il deputato del Wisconsin Paul Ryan, ex candidato vicepresidente nel 2012, si è trovato pressoché isolato nel chiedere di sostenere Boehner.

Ryan, paladino dei tagli drastici al Welfare State, considerato un super-falco durante le ultime presidenziali, ha vestito i panni della colomba in un parterre di deputati irritati contro Boehner per non aver messo nero su bianco la completa cancellazione dell'Obamacare. Lo Speaker che viene dall'Ohio non ha avuto alternative: ha chiamato la commissione competente e annunciato che rinunciava alla legge anti-default per evitare l'umiliazione dell'aula.

La rivolta del Tea Party contro Boehner, che nella campagna di Midterm del 2010 aprì proprio agli ultraconservatori le porte del partito, descrive l'implosione repubblicana alla Camera che ha spianato la strada al Senato, dove i leader più ostili al Tea Party hanno siglato l'intesa con i democratici. «Ci siamo trovati a raccogliere le briciole dalla tovaglia mentre il tavolo crollava» ha detto Lindsey Graham della South Carolina mentre Richard Burr della North Carolina tuonava verso il Tea Party: «Speriamo abbiano imparato che per bloccare una legge già finanziata non si chiudono i rubinetti all'intero governo».

John McCain, che sfidò Obama nel 2008, è spietato: «Abbiamo perso questa battaglia perché nelle ultime due settimane abbiamo chiesto ciò che non si poteva ottenere» ovvero il blocco della riforma della Sanità oramai in vigore, con tanto di avallo della Corte Suprema. Il volto della sconfitta è quello del senatore texano Ted Cruz quando dice «siamo contrari al compromesso del Senato ma non possiamo bloccarlo» ammettendo la sconfitta di un Tea Party sul quale infierisce Karl Rove, ex guru politico di George W. Bush: «Affermare di poter arrivare al default era privo di senso».

La sconfitta subita può rivoluzionare gli equilibri nel Gran Old Party: se i moderati riusciranno a guidare la nuova commissione bipartisan sui tagli alla spesa potrebbero riguadagnare terreno rispetto al Tea Party. Se invece il partito resterà spaccato, le elezioni di Midterm del 2014 potrebbero riconsegnare l'intero Congresso ai democratici.

 

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