NEGLI USA IL POTERE LOGORA CHI CE L’HA - LE PARABOLE INCROCIATE DI APPLE E LANCE ARMSTRONG SONO IL SIMBOLO DELLA “DISTRUZIONE CREATRICE” - APPLE E’ PASSATA DALLA QUASI-BANCAROTTA DEL 1996 ALLA VETTA DEL MONDO MENTRE LANCE HA PERSO IN UN COLPO SOLO SETTE TOUR DE FRANCE E LA FAMA DI EROE PULITO DELLA LOTTA ANTICANCRO, MACCHIATA DAL DOPING - LA “FORZA RINNOVATRICE” A STELLE E STRISCE NON GUARDA IN FACCIA A NESSUNO…

Francesco Guerrera, caporedattore finanziario del Wall Street Journal a New York -
da La Stampa

Apple sale sul podio dei giganti dell' industria americana, Lance Armstrong cade dal podio di sette Tour de France: due pietre miliari nella storia recente degli Usa. Non male per una sonnolente settimana dopo Ferragosto. A prima vista, i due fatti non hanno niente in comune.

Da una parte, il valore di mercato di Apple ha raggiunto livelli stratosferici, permettendole di rubare a Microsoft il titolo di più grande compagnia Usa di tutti i tempi. Non contenta, Apple ha «celebrato» quel successo con una vittoria nettissima in un tribunale californiano nella guerra dei brevetti con Samsung.

Dall'altra, il campione più blasonato del ciclismo moderno ha deciso, a sorpresa, di non difendersi dalle accuse di doping, perdendo in un istante tutti i trofei più importanti. La matematica fredda e calcolatrice dei mercati non dovrebbe mescolarsi con il sudore, le polemiche e le recriminazioni di uno sport che sembra condannato a non avere eroi puliti.

Ma il filo conduttore tra i due avvenimenti è la forza rinnovatrice ed innovatrice che anima l'economia e la cultura americana. Una forza che non guarda in faccia a nessuno - nemmeno a Bill Gates e a chi ha battuto il cancro e tanti altri rivali nella corsa alla maglia gialla - e che potrebbe salvare l'America dal declino terminale.

Nel Novecento, l'economista austriaco Joseph Schumpeter battezzò questo processo crudele e catartico «distruzione creatrice», e nei decenni seguenti il capitalismo e la società americana ne hanno fatto il loro motto. A Wall Street, ma anche nello sport e nella cultura popolare americana, c'è poco spazio per sentimentalismi e retaggi storici.

Le grandi società vanno e vengono e le statue degli idoli sono abbattute con la stessa facilità con cui sono costruite. Come è successo di recente a Joe Paterno, un allenatore di football americano - un tipo mitico alla Bearzot - la cui memoria è stata distrutta da un sordido scandalo di molestie sessuali su ragazzini commesse da un suo vice.

Per ora la vetta è stata conquistata dalla società dei Mac, gli iPod, iPhone e iPad: prodotti forse non innovativi ma che hanno fatto breccia perchè belli, utili e facili da usare. Per gli investitori, questo vale almeno 623.52 miliardi di dollari, la capitalizzazione di mercato da record raggiunta da Apple lunedì scorso, più alta di quella toccata da Microsoft durante la bolla internet del 2000 (al netto dell'inflazione). Per usare un'espressione cara al ciclismo: c'è una società sola al comando. Exxon, il gigante del petrolio, è indietro di 200 miliardi dollari. Ibm di circa 400 miliardi.

Quella di Apple è una storia, tipicamente americana, di fallimento e redenzione, apoteosi e tragedia. Dal lancio del primo Macintosh nel 1984 alla crisi degli anni '90. Dalla quasi-bancarotta del 1996 al ritorno di Steve Jobs un anno dopo fino alla rivoluzione «in bianco» dei nuovi prodotti e alla morte, prematura e strana, del padre padrone lo scorso ottobre. Apple incarna il sogno americano.

La parabola di Jobs è quella del trionfo di un' idea e di un modo di gestire una società non convenzionale, un misto tra un esercito ed un culto. Ma anche la prova che Davide a volte può sconfiggere Golia. La morale della storia, però, è che chi di sorprese ferisce, di sorprese perisce. E' quasi sicuro che, prima o poi, Apple cederà la leadership.

Basta chiederlo a Standard Oil, General Motors, General Electric, Microsoft e tutte le altre icone che, a un certo punto, sono state sorpassate da società più veloci, meno burocratiche e più furbe. «In questo momento, qualcuno sta inventando un prodotto destinato a mettere Apple in difficoltà», ha detto al Wall Street Journal il professore di storia finanziaria Richard Sylla.

Il passaggio delle consegne è scontato ed aspettato, una tappa necessaria nel percorso del capitalismo americano - lezione che l'Europa potrebbe e dovrebbe imparare. Anche Lance Armstrong era, fino a giovedì sera, una storia tipicamente americana, anzi quasi Disneyiana. Il cancro ai testicoli, la cura, il ritorno e le sette vittorie sugli Champs Elysees.

E poi la creazione di una fondazione che con i contributi di società come la Nike, aiuta le vittime dei tumori ed altre malattie gravi. Armstrong sembrava aver realizzato tutti i suoi sogni. Certo, pettegolezzi e accuse c'erano sempre stati. Ma è toccato ad un' istituzione americana - l'agenzia anti-doping - mettere fine al mito. Armstrong si è ritirato prima di andare in tribunale, dicendosi vittima di una «caccia alle streghe» durata decenni. Lance è innocente fino a prova contraria e probabilmente non sapremo mai la verità.

Vale la pena riflettere sul fatto che in questo caso la giustizia pare aver fatto il suo corso, anche se in tempi biblici e senza arrivare ad una conclusione definitiva. E vale la pena chiedersi se, in circostanze simili, nello sport, in finanza o in politica, le autorità si sarebbero comportate nello stesso modo.

Gli esempi nostrani che finiscono in -poli (Tangentopoli, Calciopoli, ecc.) non ispirano moltissima fiducia. Il mondo della giustizia e della finanza americana non sono perfetti: nessun capo di Wall Street è stato ancora punito per la crisi finanziaria del 2007-2008. Ma l'ascesa di Apple ed il tonfo di Armstrong fanno ben sperare. Negli Usa, il potere logora chi ce l'ha.

 

 

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