1. IL PAROLAIO DEVE DECIDERE SE DARE 10 MILIARDI ALLE IMPRESE O AI LAVORATORI 2. TORNA LA POLITICA? FORSE, MA INTANTO OCCHIO ALLE BUFALE COME QUELLA PER CUI SE RIDUCI L’IRAP LE AZIENDE DIVENTANO PIU’ COMPETITIVE. O COME LA STORIELLA CHE CON 80 EURO IN PIU’ IN BUSTAPAGA RIPARTONO I CONSUMI: AL MASSIMO, SI RIDUCONO I DEBITI 4. INTANTO PARTITI, CONFINDUSTRIA E SINDACATI GIOCANO TUTTI LA STESSA PARTITA: TUTELARE LA PROPRIA SOPRAVVIVENZA, PIU’ CHE GLI INTERESSI DEI LORO ISCRITTI 5. L’ABOLIZIONE DEL BICAMERALISMO PERFETTO, L’ITALICUM E LE SUE SOGLIE DI SBARRAMENTO SONO LO STRUMENTO PER AVERE DUE SOLI PARTITI CHE CONTANO, UN PREMIER CHE FA IL SINDACO D’ITALIA E STRONCARE SUL NASCERE QUALUNQUE ALTERNATIVA POLITICA (NON FACENDOLA ENTRARE IN PARLAMENTO SOTTO IL 4,5%, O CONDANNANDOLA ALL’IRRILEVANZA TOTALE ANCHE RAGGIUNGESSE “POPULISTICAMENTE” IL 20%, VEDI GRILLO)

Dagoanalisi della domenica

Date duecento euro a tre ragazzini di 12 anni abituati a uscire al massimo con dieci in euro in tasca e lo spettacolo sarà assicurato. Verranno spesi in tante piccole stupidaggini o saranno investiti in videogiochi normalmente fuori budget? Scatteranno acquisti di felpe e sneakers di moda, oppure saranno destinati a un fondo cassa per le prossime uscite comuni? Di sicuro ci saranno discussioni e forse, nel gruppo, emergerà per la prima volta un leader.

A ben vedere, la storia della riduzione del cuneo fiscale e di quei 10 miliardi che Roma è autorizzata a spendere non è molto diversa. Con le politiche monetarie e di bilancio totalmente cedute fuori dai confini nazionali e con il permesso da chiedere a Bruxelles su qualunque scelta, dalle riforme del lavoro a quelle fiscali, poter decidere se ridurre il cuneo fiscale tagliando l'Irpef o l'Irap è davvero un'improvvisa botta di libertà. Una botta di libertà che costringe la nostra pallida classe digerente a fare delle scelte e a diventare adulta, almeno per qualche giorno.

Prima di vedere come si comporteranno i nostri poteri tutti chiacchiere e brufoli, val la pena riassumere i contorni della vicenda e sgombrare il campo da alcune bugie più o meno infantili, ma comunque tutte molto interessate.

Se l'intervento da 10 miliardi che Pittibimbo annuncerà mercoledì prossimo sarà sull'Irap, ovvero sulla tassazione aziendale, non è vero che vi sarà un automatico aumento di competitività delle aziende italiane. E neppure è assicurato che vi sarà una ripresa occupazionale anche minima. Nulla vieta alle imprese di utilizzare quei soldi risparmiati per altri fini, utili e dividendi compresi (che non sono certo un male, sia chiaro).

Ma in una situazione in cui non si possono ulteriormente comprimere i salari, la riduzione del carico fiscale sul lavoro dal lato delle imprese accetta in modo supino e acritico una scelta di politica industriale e sociale ben precisa. Quella secondo la quale la competizione si gioca sul costo del lavoro e non sull'innovazione del prodotto. Per le imprese italiane vorrebbe dire uscire dalla partita con le mani alzate, seppur agitando qualche banconota.

Per portare a casa un risultato così smaccatamente di parte (per non dire di classe) e così tristemente di breve respiro, si racconta che "tagliando l'Irap si rilancia la competitività delle nostre aziende rispetto a tedeschi e francesi". E' una super-balla e per scoprirlo basterebbe ricordare che il cuneo fiscale italiano è inferiore a quello francese e tedesco. Non a caso, tra tante proiezioni e tabelle pubblicate in queste ore dai giornaloni di Lor Signori, manca proprio quella più semplice e immediata: la classifica continentale del cuneo fiscale, paese per paese.

Contro l'ipotesi di una divisione dell'intervento tra Irap e Irpef, secondo la classica non-scelta del politico che non vuol scontentare nessuno, si sostiene che bisogna evitare "l'effetto pizza". Se il governo destinasse quei 10 miliardi al taglio dell'Irpef per i redditi inferiori ai 25 mila euro, si avrebbe un beneficio medio in busta paga tra gli 80 e i 100 euro netti al mese.

Se si scegliessero vie mediane con l'Irap, si dovrebbe comunque fare attenzione a non scendere sotto i 50 euro, che si dice verrebbero percepiti come un inutile spinta a concedersi un sabato in pizzeria in più al mese, con nessun beneficio "di sistema".

Ma non è così. La balla sull'"effetto pizza" è una balla interessata, e chi la racconta vuole semplicemente spingere il governo a tagliare solo l'Irap. Ma quando la ripetono i sindacati, con l'intenzione opposta di spostare tutto l'intervento sull'Irpef, non è che diventa improvvisamente una verità evangelica.

Ma chi l'ha detto che se date 100 euro in più al mese a chi guadagna meno di 25 mila euro l'anno questi soldi verranno tutti spesi in modo da aumentare la domanda interna? Perché non si accompagna questo dibattito sul cuneo fiscale con un discorso sull'indebitamento delle famiglie e sulla pressione fiscale complessiva?

Detto in parole semplici. Se a un italiano che guadagna 1.200 euro al mese aggiungi 80 euro, lo aiuti a farsi una vacanza in più o a cambiare l'auto, oppure a togliersi qualche debito? Se uno non è un deficiente, e se le statistiche di Bankitalia sull'indebitamento privato non mentono, con quei soldi in più pagherà rate di mutui e finanziamenti, cartelle di Equitalia, polizze Rc auto, multe e le sempre nuove tasse sulla casa (per chi ce l'ha).

E ora torniamo ai tre dodicenni in campo e al sabato da leoni che li aspetta con quei 200 euro da spartirsi per gentile concessione di Mamma Ue e della zia Troika.
Il primo, quello che sulla carta comanda perché è lui che ha materialmente in mano la super-paghetta, si chiama Renzie ed è appena riuscito ad aggiungere il distintivo alle chiacchiere.

Adesso è chiamato alla prova dei fatti. Se interverrà sull'Irap, farà un favore alle imprese. Se punterà tutto sull'Irpef, darà una piccola mano a milioni di cittadini. Se dividerà la posta farà una gran paraculata, ma non è detto che alla fine non faccia tutti scontenti. In ogni caso, è di fronte alla prima vera prova di maturità. E si capirà se è di sinistra, se è di destra, se è di centro o se è fine a se stesso.
Il secondo dodicenne sono in realtà due gemelli eterozigoti.

Uno si chiama Confindustria e chiede a gran voce che i 10 miliardi siano tutti consegnati alle aziende, come fosse un altro Tfr. L'altro si chiama Confcommercio e tifa per una divisione della posta, perché rappresenta grandi imprese con tanti lavoratori, ma anche piccoli esercizi con sempre meno clienti. Quindi si muove su un filo sottile.

Ma la scelta apparentemente più netta del gemello di viale dell'Astronomia non rende giustizia di un fatto incontrovertibile: le imprese che rappresenta non sono tutte uguali. L'intervento sull'Irap agevolerà (forse) le aziende che esportano, ma quello sull'Irpef converrà (forse) a chi si rivolge alla domanda interna.

Il terzo dodicenne è la trimurti Cgil-Cisl-Uil, per una volta compatta nel chiedere che si intervenga sul lato dell'Irpef. Visto che si tratta di uno di quei rarissimi casi in cui gli interessi di parte sono lampanti, sarebbe scandaloso che stessero apertamente con gli "altri". Ma anche qui la partita è più sottile di quanto sembri. Renzie intende spaccarli sul Jobs Act e i lavoratori sindacalizzati faranno una valutazione complessiva su cuneo fiscale e riforme del lavoro.

Una valutazione al termine della quale, probabilmente, decideranno se Cgil-Cisl-Uil servono ancora a qualcosa.
Di sicuro, il fatto che come tagliare il cuneo fiscale sia una vera scelta politica, difficilmente spacciabile per "neutra" o "tecnica", aiuta a capire che partiti e sindacati, in fondo, stanno giocando la stessa partita. E la partita si chiama "riforma della rappresentanza". In chiave di esclusione di una parte sempre maggiore della società.

L'abolizione del bicameralismo perfetto, l'Italicum e le sue soglie di sbarramento sono lo strumento per avere due soli partiti che contano, un premier che fa il sindaco d'Italia e stroncare sul nascere qualunque alternativa politica (non facendola entrare in Parlamento sotto il 4,5%, o condannandola all'irrilevanza totale anche raggiungesse "populisticamente" il 20%). Se poi a votare ci va sempre meno gente, meglio ancora: meno consenso vuol dire meno spesa per il controllo.

Sarà un caso, ma lo stesso giochetto è in corso sul fronte sindacale, dove la battaglia sulla rappresentanza serve non solo alle aziende, ma anche e soprattutto ai tre sindacati dominanti per non avere sorprese "dal basso" e mettere "fuori legge" possibili concorrenti. Anche qui, se poi a prendere la tessera ci vanno sempre meno lavoratori, poco importa. I soldi si fanno offrendo servizi.

Insomma, il bello del dibattito sul cuneo fiscale è che questi 10 miliardi non cambieranno la vita a nessuno e neppure muteranno il destino dell'Italia, ma riportano a galla la dialettica degli interessi, le contraddizioni profonde di chi dice di tutelarli e l'evidente processo di rarefazione dei poteri che è in corso da tempo.

Se le cose stanno così, non è neppure fondamentale vedere se Renzie supererà o meno il suo primo esame, perché la fabbrica della rarefazione può produrre uno, dieci, cento premier sempre più belli, giovani e colorati. L'importante è che si muovano veloci sul tavolo, mentre le decisioni vere vengono prese sotto. Se si schiantano, poi tanto se ne mette un altro.

 

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