CASTRARE LA CASTA - I FINANZIAMENTI PUBBLICI AI PARTITI, ABOLITI CON UN REFERENDUM NEL 1993, ADESSO SI CHIAMANO “RIMBORSI ELETTORALI”, E PER LEGGE POSSONO ESSERE EROGATI ANCHE IN CASO DI SCIOGLIMENTO DELLE CAMERE - NELLE CASSE DEI PARTITI ENTRANO SOMME BEN MAGGIORI DI QUELLE NECESSARIE A COPRIRE LE SPESE: LA LEGA AD ESEMPIO HA SPESO 3,5 MLN, INCASSANDONE 41 - GRAZIE A VARI MEZZUCCI, DAL 1974 A OGGI, I PARTITI SI SONO INTASCATI ALMENO 10 MILIARDI €…

Sergio Rizzo per il "Corriere della Sera"

«Che cosa ne facciamo di tutti quei soldi?" Questo chiede Giancarlo Pagliarini, il 16 novembre del 2006, in una lettera indirizzata a Umberto Bossi, Roberto Calderoli e allo stato maggiore della Lega Nord. E quell'imbarazzante interrogativo, precisa l'ex ministro leghista, non è suo. «È una domanda», scrive nella lettera che ha rivelato Paolo Bracalini nel libro Partiti s.p.a. edito da Ponte alle Grazie, «che mi hanno fatto dei militanti». I quali si dovranno rassegnare. Non avranno mai una risposta. Come non l'avrà neppure Pagliarini: un anno dopo lascerà la Lega.

Parole scomode, le sue. Scomodissimo, in un sistema sempre più ingordo e mai sazio di denari pubblici, ammettere che girano troppi soldi. Tanti che non si sa dove metterli: a meno di non volerli investire in Tanzania, come avrebbe fatto cinque anni più tardi Francesco Belsito. Ancora più scomode, quelle parole, perché quando Pagliarini scrive la lettera non sono passati che pochi mesi dall'ultimo schiaffo assestato dai partiti ai contribuenti.

Quale schiaffo? Una leggina indecente infilata di soppiatto in un provvedimento approvato a febbraio 2006 che garantisce l'erogazione dei contributi elettorali anche nel caso di scioglimento anticipato delle Camere (con il risultato che i partiti avranno poi per tre anni doppia razione) e consente di far restare anonimi i contributi privati di valore fino a 50 mila euro.

Alla faccia degli italiani. Perché è bene non dimenticarsi che nel 1993 gli elettori avevano detto chiaramente «basta» con un referendum al finanziamento pubblico. Giusta o sbagliata che fosse, la decisione era stata quella. Messi in crisi, i partiti avevano cercato di correre ai ripari. Con un sistema identico a quello utilizzato per far sopravvivere il ministero dell'Agricoltura, cancellato anch'esso dal referendum: cambiando semplicemente nome. Il ministero è stato così ribattezzato «delle Politiche agricole», mentre il finanziamento pubblico dei partiti è diventato «rimborso elettorale». Calcolato subdolamente a forfait.

E con questo trucco la pioggia di denaro si è trasformata in un acquazzone.
Da 800 lire a elettore nel 1993 si è passati nel 2002 a 5 euro per ogni consultazione (Camera, Senato, europee e regionali), ora ridotti del 30% sull'onda dell'indignazione popolare. Dal 1999 al 2008, mentre le retribuzioni dei dipendenti pubblici crescevano del 42,1% e le risorse per i beni culturali si riducevano del 50%, il finanziamento pubblico ai partiti lievitava del 1.110 per cento.

Senza risparmiarci particolari sconcertanti. Per esempio: il rimborso si calcola sul numero di iscritti alle liste elettorali della Camera che sono oltre 50 milioni, anche per le elezioni del Senato, dove la soglia di età per partecipare al voto è 25 anni e gli elettori sono quindi circa 4 milioni di meno.

Per esempio: i partiti che non raggiungono l'1 per cento non hanno diritto al rimborso, ma i soldi che questi non incassano se li dividono gli altri. Per esempio: fin quando esistevano i collegi e non c'era ancora il «porcellum», si aveva diritto ai rimborsi elettorali anche per le elezioni suppletive, nonostante il costo della campagna per quei seggi fosse stato già rimborsato. Per esempio: grazie alla norma votata nel 2006, ai rimborsi elettorali hanno diritto anche i partiti morti, come la Margherita e i Ds. Nonché quelli non presenti in Parlamento perché non hanno superato la soglia di sbarramento del 4%, ma hanno comunque raggiunto l'1%, come la Destra.

Quando poi si parla di finanziamento pubblico, ci si limita sempre al rimborso elettorale. Ma i quattrini arrivano anche da tanti altri rivoli. Ci sono infatti i fondi destinati ai gruppi parlamentari di Camera e Senato e dei consigli regionali, i finanziamenti ai giornali di partito e lo sgravio del 19% spettante ai contributi «privati»: per capirci, quelli che ora possono restare anonimi fino a 50 mila euro. Per non parlare dei soldi che molti parlamentari versano nelle casse del proprio partito: denari pubblici anch'essi, spesso prelevati dal fondo per i collaboratori.

Tutte queste voci più che raddoppiano il rimborso elettorale. Se dunque il finanziamento pubblico «nudo e crudo» ha garantito ai partiti dal 1974 a oggi una somma pari, in euro attuali, a oltre 5,6 miliardi, non è azzardato ipotizzare che le formazioni politiche abbiano assorbito in 37 anni almeno 10 miliardi di euro. Praticamente, è la pura verità, senza alcun controllo. Nessun partito, a eccezione del Pd, fa certificare il bilancio da un revisore esterno. Il collegio sindacale interno è composto da fedelissimi della segreteria e del tesoriere.

E sebbene qui si stia parlando di denaro pubblico, la Corte dei conti non può metterci il naso. I giudici contabili hanno il solo compito di esaminare la correttezza formale dei rendiconti elettorali, senza alcun potere sanzionatorio. Più volte hanno sottolineato pubblicamente l'ipocrisia di chiamare «rimborso» un finanziamento che è quattro volte superiore alle spese documentate: 503 milioni contro 136, per le sole elezioni del 2008. Ma nessuno ha dato loro ascolto.

E da questi pochi numeri si capisce perché. Nel 2008 il Carroccio ha dichiarato spese elettorali per 3 milioni 562 mila euro e ha incassato 41 milioni 384 mila euro. Nemmeno se avesse investito in un titolo spazzatura, ai tempi d'oro degli hedge fund, avrebbe avuto un ritorno simile. E agli altri partiti non è andato certamente peggio. Il folle aumento dei rimborsi, per giunta, ha causato anche la crescita esponenziale delle spese elettorali, andate letteralmente in orbita. Nel 1996 Alleanza nazionale e Forza Italia denunciarono una campagna elettorale da poco più di 5 milioni? Ebbene, nel 2008 il Pdl ne ha spesi oltre 68.

Del resto le regole, approvate dagli stessi partiti, sono fatte ad hoc. Sul modello delle tre scimmiette: non sento, non vedo, non parlo. Compresa quella, sconosciuta ai comuni mortali, che consente al tesoriere di andare in banca con la Gazzetta ufficiale e farsi anticipare le rate dei rimborsi di fatto su base fiduciaria e senza rendere conto a nessuno.

E nessuno, finora, le ha mai cambiate quelle regole, anche se a parole sono tutti d'accordo. In Parlamento ci sono circa 40 proposte di legge. Metà arrivate, guarda caso, soltanto dopo che è scoppiato lo scandalo dei soldi della Margherita. Una di queste porta come prima firma quella del presidente della Margherita Francesco Rutelli: dentro c'è scritto che le proprietà immobiliari acquistate con i fondi dei partiti devono essere intestate al partito. C'entra qualcosa con una certa villa di Genzano comprata dal tesoriere Luigi Lusi?

Inutile dire che è meglio non farsi troppe illusioni. Nessuna di queste proposte è ai primi punti dell'ordine del giorno. E si mettano l'anima in pace anche quelli del Movimento difesa del cittadino rappresentati dall'avvocato Gianluigi Pellegrino, che hanno spedito due diffide a Camera e Senato. La prima perché i 20 milioni ancora nelle casse della Margherita vengano restituiti all'Erario. La seconda, perché vengano bloccati i rimborsi al partito di Bossi.

Già, il Carroccio. Dicevamo che almeno a parole sono tutti d'accordo sul cambiamento delle regole, ma non è esatto. Perché c'è un partito che non ha mai presentato in questa legislatura una proposta per intervenire sulle piaghe dei rimborsi elettorali e dell'opacità dei bilanci dei partiti: è la Lega Nord. Ma questa, almeno, si chiama coerenza...

 

UMBERTO BOSSI FRANCESCO BELSITO CON UMBERTO BOSSIROBERTO CALDEROLI Francesco BelsitoPIERLUIGI BERSANI berlusconi e casini

Ultimi Dagoreport

edmondo cirielli guido crosetto giorgia meloni antonio tajani maurizio gasparri

DAGOREPORT - NELL’ARMATA BRANCA-MELONI, GIUNTA AL QUARTO ANNO DI POTERE, I REGOLAMENTI DI CONTI NON AVVENGONO SOLO TRA "VIA DELLA SCROFA E "FIAMMA MAGICA", TRA SALVINI E LA DUCETTA - CHI AVEVA INTERESSE A COLPIRE IL VICEMINISTRO DEGLI ESTERI IN QUOTA FDI, EDMONDO CIRIELLI, RENDENDO PUBBLICA SULLE COLONNE DEL “CORRIERE DELLA SERA”, LA NOTIZIA DEL SUO INCONTRO CON L’AMBASCIATORE RUSSO IN ITALIA ALEKSEJ PARAMONOV? - CHE LA DUCETTA SIA ANDATA SU TUTTE LE FURIE E' UNA CAZZATA PERCHE' IL MINISTRO TAJANI ERA A CONOSCENZA DELL'INCONTRO ESSENDO AVVENUTO ALLA FARNESINA ALLA PRESENZA DI DI DUE FUNZIONARI DEL MINISTERO - A VOLERE LO SCALPO DELL’EX GENERALE DI BRIGATA DEI CARABINIERI SONO IN TANTI, DATO CHE IL SUO CARATTERE FUMANTINO STA SUL GOZZO SIA AI CAMERATI D'ITALIA SIA A FORZISTI ITALIOTI - IL SILURO DIRETTO ALLE PARTI BASSE DI CIRIELLI È “MADE IN CIOCIARIA”…

donald trump benjamin netanyahu ali khamenei iran usa

DAGOREPORT – NON SIAMO ASSISTENDO AL DISORDINE POLITICO MONDIALE, MA PIUTTOSTO AL DISORDINE MENTALE DI GRAN PARTE DEI LEADER - LA STRATEGIA DELLA “DECAPITAZIONE” DI NETANYAHU  (BANG! BANG! UCCIDIAMO TUTTI I LEADER IRANIANI) È UNA MINCHIATA CHE RADICALIZZERA' ANCORA DI PIU' IL REGIME TEOCRATICO DI TEHERAN - PER OGNI AYATOLLAH SPEDITO A MAOMETTO, CE NE SONO ALMENO DUE ANCORA PIÙ ESTREMISTI PRONTI A SUBENTRARE - COME DIMOSTRANO GAZA E LIBANO: HAMAS E HEZBOLLAH, PUR DECIMATI, CONTINUANO A COMANDARE, GOVERNARE E COMBATTERE – L’UCCISIONE DI LARIJANI, CAPO DELLA SICUREZZA NAZIONALE CHE AVEVA PRESO LE REDINI DEL COMANDO DOPO KHAMENEI, AVEVA COME SCOPO DI NON FAR ''SCAPPARE'' TRUMP DALLA GUERRA (LA CASA BIANCA ERA STATA TENUTO ALL'OSCURO DAGLI ISRAELIANI) - CON LO STRETTO DI HORMUZ BLOCCATO E MINATO, LA BENZINA ALLE STELLE, TRAFFICI E COMMERCI IN TILT, UNA CRISI ECONOMICA GLOBALE MINACCIA GLI STESSI STATI UNITI, CHE PERDONO ALLEATI: DOPO GLI STATI EUROPEI, ANCHE IL GIAPPONE RINCULA - UNICA VIA USCITA PER TRUMP? DICHIARARE "HO VINTO" E ANDARE A CASA...

andrea iervolino antoniozzi giuli santanche floriana gentile cinecitta

DAGOREPORT – “CIAK”, SI SCAZZA! NON BASTAVA LA LITE CON BUTTAFUOCO E UN VESPAIO DI NOMINE DEMENTI, ORA IL MINISTRO GIULI-VO DELLA CULTURA SI RITROVA CONTRO IL CINE-PRODUTTORE ANDREA IERVOLINO, A CUI IL MIC HA BLOCCATO 66 MILIONI DI TAX CREDIT – OLTRE A UNA INTERROGAZIONE PARLAMENTARE DI FDI A SUO FAVORE (SIC!), LA SETE DI VENDETTA DI IERVOLINO SI ARMA DI UN "MANGANELLO DI CARTA": HA ACQUISITO DALLA SANTANCHE' LA RIVISTA “CIAK” PER SVELARE "DA VICINO E DA DENTRO TUTTI I MECCANISMI CHE MUOVONO I FILM: FINANZIAMENTI PUBBLICI, DINAMICHE DEL TAX CREDIT, PREMI E LORO MODALITÀ DI ASSEGNAZIONE" - IERVOLINO HA GIA' DENUNCIATO CHE LE SOCIETÀ DA PUNTARE, QUANDO SI PARLA DI TAX CREDIT, NON SONO LE SUE, MA PIUTTOSTO...

markus soder soeder ursula von der leyen manfred weber friedrich merz

DAGOREPORT – ANCHE MERZ, NEL SUO PICCOLO, S’INCAZZA! IL CANCELLIERE TEDESCO È UNA FURIA CONTRO MANFRED WEBER, IL BOSS DEL PPE CHE A BRUXELLES LAVORA PER L’ALLEANZA CON I POST-NAZISTI DI AFD: “NON COLLABORIAMO CON L’ESTREMA DESTRA E ANCHE LUI LO SA”. TRADOTTO DAL TEDESCO: SE NON TI ADEGUI, SEI FUORI – È LA STESSA LINEA DEL POTENTE MARKUS SOEDER, PRESIDENTE DELLA BAVIERA CHE SCALPITA, E TEME LA CRESCITA DI AFD NEL SUO LAND (INTANTO, DOMENICA SI VOTA IN RENANIA PALATINATO, REGIONE DELL’OVEST IN CUI FROTTE DI VOTI STANNO MIGRANDO VERSO LE SVASTICHELLE…)

peter thiel donald trump papa leone xiv thomas joseph white

DAGOREPORT – PREVOST, CUOR DI LEONE: “NON ME NE FREGA NULLA DEI SOLDI CHE ARRIVANO DAGLI STATI UNITI. CANCELLATE LE CONFERENZE ALL'ANGELICUM DI PETER THIEL” - LA RISPOSTA TOSTA DEL SANTOPADRE AL RETTORE DELL'ANGELICUM, IL TRUMPIANO THOMAS JOHN WHITE, CHE GLI AVREBBE FATTO PRESENTE DI CORRERE COSI' UN SERIO RISCHIO: FAR SVANIRE L'OBOLO DEGLI STATI UNITI, PRIMO FINANZIATORE DEL VATICANO (13,7 MILIONI) – COLPO DI SCENA AL TERZO GIORNO DI PISTOLOTTI ROMANI, THIEL HA SVELATO IL NOME DI CHI AVREBBE AVVERTITO IL MONDO DELL’ARRIVO DELL’ANTICRISTO: RATZINGER, DEFINITO “IL PIÙ  GRANDE PENSATORE CRISTIANO DEGLI ULTIMI 100 ANNI” (NON A CASO FU BENEDETTO XVI CHE TOLSE LA SCOMUNICA AI SEGUACI ANTI-CONCILIARI DI MONS. LEFEVBRE) - IL NOME DI RATZINGER   SERVE SOLO A RINFOCOLARE LA SPACCATURA TRA LA CHIESA CONSERVATRICE USA E QUELLA PROGRESSISTA DI LEONE XIV…

donald trump e mark rutte a palm beach

DAGOREPORT – PEGGIO DI TRUMP CI SONO SOLO I CAMERIERI PAVIDI COME MARK RUTTE CHE, PER ACCONTENTARE IL "PADRONCINO" DI TURNO, SONO DISPOSTI A TUTTO – IL SEGRETARIO GENERALE DELLA NATO HA RICEVUTO UN “VAFFA” DAI PAESI EUROPEI, STUFI DEI SUOI APPECORONAMENTI DI FRONTE AL TYCOON – RUTTE, DOPO LO SCOPPIO DELLA GUERRA IN IRAN, HA GARANTITO A TRUMP IL MASSIMO SUPPORTO DELLA NATO, CIANCIANDO DI UN “AMPIO SOSTEGNO” DA PARTE DEI LEADER DELL’ALLEANZA. SOSTEGNO CHE NON C’È MAI STATO, TANTOMENO ADESSO CHE IL TYCOON MINACCIA GLI ALLEATI DI UN “FUTURO TERRIBILE”, E METTE IN DISCUSSIONE L’ESISTENZA STESSA DELLA NATO…