TUTTI I RICCI DI BEPPE - GRAMELLINI COPIA IL MAGO DALEMIX (CHE AVEVA PARAGONATO GRILLO AL MIX BOSSI-GABIBBO) E SCODELLA LA LISTA DEI PADRI NOBILI DEL ‘MOVIMENTO 5 STELLE’: IL PUPAZZO DI “STRISCIA”, “REPORT”, “LE IENE”, IL LIBRO “LA CASTA” E ANTONIO RICCI - “LE RADICI TV DEL GRILLISMO AFFONDANO QUI E GLI HANNO CREATO UN PREGIUDIZIO DI SIMPATIA FRA GLI ELETTORI, ANCHE FRA COLORO CHE NON LO VOTANO. IL ‘M5S’ NON FA PAURA, CREA CURIOSITÀ. È UNA “CLASS ACTION” CONTRO IL POTERE”…

Massimo Gramellini per "la Stampa"

Grillo è un Gabibbo barbuto e il Movimento Cinque Stelle la trasposizione politica di «Striscia la Notizia»? La suggestione esiste, inutile negarlo, ma è solo parziale. Grillo è anche il Gabibbo. Un Gabibbo, però, che guarda «Report», ha letto «La Casta» e sa stare sul Web.

I due hanno in comune la cadenza, ligure, e l'ideatore, Antonio Ricci, di cui Grillo è stato a lungo il ventriloquo tv. «Fantastico», «Te la do io l'America», «Te lo do io il Brasile»: l'unico programma di successo che Ricci non gli ha curato è «Te la do io l'Italia». Quello se lo sta scrivendo da solo. Se Grillo ricorda il pupazzo rosso che svergogna i potenti tra ghigni e sberleffi, l'attivista-tipo del Cinque Stelle assomiglia a uno di quegli inviati di «Striscia» che consegnano tapiri: informato, tignoso, sfacciato.

Quanto all'elettorato, ne esiste uno cresciuto con le tv berlusconiane che da anni si abbevera ai programmi satirici di denuncia e ha finito per introiettarne meccanismi e valori. «Striscia» e «Le Iene» si pongono come giustizieri della notte, raddrizzatori di torti, vendicatori degli oppressi in contrapposizione a un Potere che magnanimo li finanzia attraverso la pubblicità.

Secondo lo studioso dei media Massimiliano Panarari, il loro segreto consiste nel dare sfogo al rancore popolare verso un sistema concepito come nemico. Ai seguaci di «Striscia» il movimento di Grillo non sembra antipolitica, ma politica: difesa del cittadino. In realtà, sostiene Carlo Freccero, il termine corretto è Apolitica: il rifiuto dei partiti, ormai ridotti a meri comitati d'affari. E qui l'albero genealogico del grillismo si allarga a «Report» di Milena Gabanelli e al bestseller «La Casta» di Stella e Rizzo.

"Report" è la versione sofisticata della tv di denuncia, il Gabibbo in bella copia, il grande giornalismo d'inchiesta. Gabanelli incarna l'archetipo grillista del Controllore, colui o colei che incrocia i dati, macina le informazioni e rivela i segreti del Moloch che ci condiziona la vita, sia esso una multinazionale di farmaci o un assessore arrogante e corrotto.

Il milione di copie de «La Casta» è stato un fenomeno sociale che la cultura in ghingheri non ha voluto capire, forse perché gli artefici non erano due intellettuali spocchiosi e incomprensibili, ma due bravissimi giornalisti. Stella e Rizzo hanno dato sostanza di pagine al mal di pancia verso i partiti e il loro sistema chiuso di privilegi.

Cosa accomuna lo spettatore di «Striscia» a quello di «Report» ed entrambi al lettore de «La Casta»? L'idea che destra e sinistra siano diventate la stessa cosa: se non nei valori, nel personale politico che ha smesso di incarnarli per dedicarsi esclusivamente alla gestione del potere.

Le radici televisive del grillismo affondano qui e gli hanno sicuramente creato un pregiudizio di simpatia fra gli elettori, anche fra coloro che non lo votano. Di fronte a questo pregiudizio positivo vacillano i dibattiti sul sistema elettorale. Il doppio turno, infatti, funziona quando l'avversario è percepito come una minaccia (un leghista per un democratico, un «comunista» per un berlusconiano) e spinge l'elettore avverso alle urne per incoronare il male minore.

Ma il Movimento Cinque Stelle non fa davvero paura a nessuno, semmai suscita curiosità. Così si spiega perché al ballottaggio di Parma il candidato del centrosinistra non sia riuscito nemmeno a fare il pieno dei voti presi al primo turno: migliaia di suoi elettori non hanno sentito l'urgenza di tornare alle urne. Magari in cuor loro si saranno persino augurati il trionfo della «novità».

Ma Grillo e il grillismo non si esauriscono nei vecchi mezzi di comunicazione, parola cartacea e tv. Il Cinque Stelle non si può capire senza la «class action», quel fenomeno importato dagli Stati Uniti che induce le vittime di un medesimo torto a unire le proprie forze e a fare causa comune contro il potere che le ha defraudate di qualche diritto. Il berlusconismo era delega passiva al demiurgo. Il grillismo è assunzione collettiva di responsabilità. Il berlusconiano votava col telecomando, l'attivista di Grillo (non chiamiamolo grillino) con la tastiera del Web.

I seguaci di Berlusconi cercavano di assomigliare al Capo fin dalle barzellette, mentre quelli di Grillo non assomigliano a Grillo: nell'approccio sono molto meno televisivi e molto più seri. Il mito fondante del Movimento Cinque Stelle, solo in questo simile all'Uomo Qualunque di Giannini, è il Buon Amministratore.

Persa la speranza di sottrarre il mondo alle trame dei grandi capitalisti, il grillismo chiede alla politica di diventare apolitica, cioè di limitarsi all'ordinaria amministrazione. Perciò la politica potrà salvarsi solo se smentirà Grillo, ricominciando a fare sogni grandi. Altrimenti il Gabibbo barbuto trionferà, così come «Striscia» trionfa da vent'anni contro una Rai che ha saputo, o voluto, contrapporgli sempre e soltanto dei Pacchi.

 

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