“NOI FUORI DALLA GUERRA” – I TIMORI DI GIORGIA MELONI PER UNA ESCALATION NEL CONFLITTO NEL GOLFO. E’ PRONTO UN PIANO DI RITIRO DEI NOSTRI MILITARI DAL LIBANO – SORGI: “NON SARÀ AFFATTO UN APPUNTAMENTO FACILE PER MELONI QUELLO DI GIOVEDÌ IN PARLAMENTO. PER LA PREMIER È SEMPRE PIÙ COMPLICATO TENERE INSIEME I RAPPORTI CON I PARTNER EUROPEI E QUELLI CON GLI USA. LE OPPOSIZIONI SPERANO IN UN INDEBOLIMENTO DELLA PREMIER, CHE POTREBBE ESSERLE FATALE NEL VOTO PER IL REFERENDUM. CON IL NO IN VANTAGGIO, MELONI HA DECISO DI SCENDERE IN CAMPO IN PRIMA PERSONA. MA NON SARÀ FACILE MESCOLARE LA GUERRA CON LA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA, ANCHE SE LA PREMIER CI PROVERÀ FINO ALL'ULTIMO… - VIDEO
Francesco Malfetano per “la Stampa” - Estratti
Nei cassetti della Difesa il piano esiste già. Non è stato improvvisato nelle ultime ore, ma aggiornato e tenuto pronto: se la situazione dovesse precipitare davvero, l'Italia evacuerebbe via mare i propri militari dal Libano. Uno scenario estremo, concordato con le Nazioni Unite, che per ora resta sullo sfondo ma che a Roma viene seguito con crescente attenzione. Il punto sensibile è il sud del Paese, dove opera il contingente italiano della missione UNIFIL. È uno dei settori più delicati dell'intero dispositivo internazionale.
Per questo la linea del governo, nonostante la preminenza assegnata alla sicurezza dei militari dispiegati, è ancora quella di restare al proprio posto. «Sarebbe un messaggio sbagliato», spiegano fonti di rilievo.
«Un segnale negativo verso il Libano e verso la missione». Tradotto: nessuna riduzione del contingente. L'Italia però ha già alleggerito il personale civile non essenziale, solo i militari restano al loro posto. Anche quelli della missione bilaterale Mibil, che lavorano insieme alle Forze armate libanesi. Formalmente tutto procede come prima, ma la normalità è relativa: quando il pericolo sale le pattuglie sospendono le attività e il personale si rifugia nei bunker.
(…) A Roma, intanto, si prova a tenere insieme prudenza militare e diplomazia. A Palazzo Chigi si guarda con un certo sollievo alla riapertura dello Stretto di Hormuz, considerata un segnale utile ad allentare almeno in parte la pressione regionale. Ma nessuno pensa che basti a stabilizzare il quadro. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni mantiene aperto il coordinamento con i partner europei. I contatti con Emmanuel Macron, Keir Starmer e Friedrich Merz sono continui e nelle prossime ore potrebbe esserci una nuova telefonata tra i leader nell'ormai insolito formato E4. Più complicato, almeno per ora, un confronto diretto con il presidente americano Donald Trump.
La linea italiana resta quella della de-escalation. (...)
Alla Difesa però, proprio come per il Libano, si preparano anche scenari meno ottimistici. Il ministro Guido Crosetto ha convocato una riunione con il capo di Stato maggiore Luciano Portolano, il direttore nazionale degli armamenti Giacinto Ottaviani e i rappresentanti dell'industria militare italiana. Un incontro molto affollato, più di cento partecipanti.
«Ho chiesto alle aziende di segnalare tutte le disponibilità operative e i programmi che possano rafforzare rapidamente la difesa del Paese», spiega il ministro. In particolare sul fronte della difesa aerea e nella protezione degli alleati. Il ragionamento è pragmatico: mentre la diplomazia prova a raffreddare la crisi, la macchina della difesa deve prepararsi anche all'ipotesi opposta. Perché se il conflitto dovesse allargarsi davvero, le conseguenze per l'Italia potrebbero non fermarsi all'economia o all'energia.
LA PREMIER IL REFERENDUM E LA GUERRA
Marcello Sorgi per “la Stampa” - Estratti
Non sarà affatto un appuntamento facile per Meloni quello di giovedì in Parlamento. E non solo per gli sviluppi della Guerra nel Golfo, che assumono giorno dopo giorno dimensioni più allarmanti e sottolineando la debolezza della reazione europea, limitata per ora all'intesa difensiva tra Germania, Francia, Gran Bretagna e Italia.
Con la Spagna ufficialmente fuori da ogni accordo tra "Volenterosi", per via della posizione pacifista assunta dal primo ministro Sanchez, ma di fatto impegnata nella difesa di Cipro perché è chiaro che l'Europa è tra gli obiettivi dell'Iran.
(...)
Per Meloni è sempre più complicato tenere insieme i rapporti con i partner europei e quelli con gli Usa. Ed è su questo che le opposizioni batteranno, insieme con le conseguenze economiche già di questi primi giorni di guerra (rialzo dei prezzi petroliferi e dei conseguenti costi energetici, che vanno a ripercuotersi sulle bollette), sperando che la campagna contro il caro-vita e gli impegni crescenti nella Difesa provochi un indebolimento della premier, che potrebbe esserle fatale nel voto per il referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati previsto per il 22-23 marzo.
Gli ultimi sondaggi pubblicabili, prima del silenzio stampa previsto dalla legge, confermavano un vantaggio del "No" sul "Sì", anche se non in termini tali da non poter essere recuperato. Meloni, che ha deciso di scendere in campo in prima persona, ha ancora due settimane di campagna a disposizione. Ma non sarà facile mescolare la guerra, alla base di timori crescenti nell'opinione pubblica, con la riforma della giustizia, anche se la premier ci proverà fino all'ultimo.




