volodymyr zelensky giorgia meloni

PERCHE’ L’ITALIA DEVE CONTINUARE A INVIARE AIUTI MILITARI ALL’UCRAINA - L’ANALISI DEL GENERALE CARLO JEAN SULLA RIUNIONE DI RAMSTEIN: "UNA DISSOCIAZIONE DAL “GRUPPO DI SOSTEGNO ALL’UCRAINA” DELL’ITALIA AVREBBE UN IMPATTO POLITICO. NON TANTO SUGLI ESITI DEL CONFLITTO, QUANTO UNO FORTEMENTE NEGATIVO SULLA POSIZIONE E IL PRESTIGIO INTERNAZIONALE DEL NOSTRO PAESE. SE SI VUOLE FAR TERMINARE O CONGELARE LA GUERRA, IL MODO PIÙ LOGICO È QUELLO DI…"

Carlo Jean per formiche.net

 

ZELENSKY MELONI MEME BY DAGOSPIA

Si tiene a Ramstein una riunione dei 40 Stati che forniscono armi all’Ucraina. L’Italia dovrebbe comunicare la composizione della sua sesta tranche di aiuti militari, recentemente autorizzata dal Parlamento.

 

 

Gli altri principali Stati hanno già fatto. È opportuno che non vi siano ulteriori ritardi. Il “piatto forte” della riunione riguarderà la fornitura di carri armati. Sono necessari agli ucraini per riconquistare i territori perduti. Una decisione positiva significherebbe che il “Gruppo di sostegno all’Ucraina” ha accettato gli obiettivi di Kiev. Finora aveva dominato la cautela, per il timore di provocare un’escalation del conflitto, come nel caso del rifiuto della no fly zone e nella restrizione della gittata dei missili forniti all’Ucraina.

 

L’invio di nuove armi a Kiev ha sollevato critiche in Italia da una parte dell’opposizione. Gli slogan utilizzati sono stati: “Trattative non armi” e “l’Ucraina ha già armi a sufficienza”. Dato che il nostro Paese ha deciso di sostenere Kiev, sarebbe un tradimento difficilmente giustificabile, anche per ragioni di principio e di prestigio nazionale. Le pretese degli oppositori all’invio di armi – espresse dai due slogan prima ricordati – sono poi del tutto scollate dalla realtà.

 

giorgia meloni volodymyr zelensky video collegamento g7

Per quanto riguarda l’inizio di trattative e la cessazione anche temporanea dei combattimenti, l’Italia non ha il “peso” politico necessario. La possibilità di usare nei riguardi di Kiev la leva degli aiuti militari è del tutto irrilevante. Fornisce all’Ucraina solo poco più dell’1% del totale delle armi e munizioni che riceve dall’Occidente.

 

Una dissociazione dal “gruppo di sostegno all’Ucraina”, avrebbe un impatto politico. Non tanto sugli esiti del conflitto, quanto uno fortemente negativo sulla posizione e il prestigio internazionale dell’Italia. I vantaggi che un “niet” avrebbe sul consenso dell’opinione pubblica a favore dei partiti che lo sostengono sarebbero marginali, rispetto ai danni che ne deriverebbero. Non otterremmo nulla da Mosca, se non qualche sperticato elogio di essere “costruttori di pace”, beninteso della “pace del Cremlino”.

 

VOLODYMYR ZELENSKY A DAVOS

A parte ogni altra considerazione, i nostri alleati non apprezzerebbero tale “strategia di Caino” e ce la farebbero pagare cara. “Strategia di Caino” perché le critiche all’invio di armi sono spesso ipocritamente accompagnate da dichiarazioni – spesso da urla – di amicizia per gli ucraini aggrediti. Un tempo il diniego di fornire a Kiev i mezzi per difendersi veniva giustificato sostenendo che l’aggressione di Mosca fosse colpa della Nato. Visto che la motivazione ha perso ogni credibilità, oggi vengono giustificate soprattutto in due altri modi.

 

Primo, con il fatto che gli ucraini avrebbero ricevuto già armi a sufficienza e che un loro ulteriore rafforzamento rischierebbe di provocare un’escalation forse anche nucleare del conflitto. Secondo, che gli ucraini non potranno mai vincere la Russia, con le sue enormi capacità di mobilitazione. Esse verranno attivate malgrado il crescente dissenso dell’opinione pubblica e le palesi divisioni dell’élite del Cremlino fra realisti/moderati e radicali fautori di una guerra ad oltranza, non adeguatamente utilizzate dall’Occidente per cercare un accordo e sostituire i combattimenti con negoziati.

volodymyr zelensky

 

Tali motivazioni mi sembrano inconsistenti. Cercano malamente di mascherare i propri veri obiettivi, che riguardano la ricerca del consenso interno perseguita in modo cinico, senza considerare l’interesse generale.

 

Il significato dell’affermazione che l’Ucraina abbia già armi a sufficienza andrebbe dimostrato. Sufficienza per fare che cosa? Per rioccupare i territori perduti o per non cederne altri? Sufficienza rispetto alle attuali o alle future forze che saranno schierate dai russi? Come si fa a dire che Kiev abbia già armi a sufficienza quando le sue città continuano a subire rilevanti danni? Bisognerebbe fare almeno un’eccezione per i sistemi contraerei e antimissili. Saranno gli ucraini in condizioni di resistere ad una nuova mobilitazione russa e al potenziamento del Gruppo Wagner con carcerati (secondo il portavoce del Pentagono avrebbe in Ucraina i 50.000 uomini, di cui 10.000 a contratto e 40.000 carcerati)?

 

VOLODYMYR ZELENSKY

Non è vero che non vi siano stati vari tentativi di negoziati di pace. Dall’inizio del conflitto ve ne sono stati molti. Finora i loro risultati sono stati limitati. Hanno riguardato lo scambio di prigionieri e le esportazioni di grano. Certamente hanno anche la limitazione del conflitto, per evitarne in particolare l’escalation nucleare. Una seria trattativa di pace potrebbe iniziare solo quando entrambi i contendenti riterranno di poter ottenere al tavolo negoziale risultati migliori di quelli che sperano di raggiungere sul campo di battaglia. Oggi non è così.

 

Occorrerà attendere i risultati delle offensive che sia russi che ucraini stanno preparando. In caso di successo ucraino e di crisi al Cremlino, sarà possibile una trattativa; qualora il successo fosse dei russi, verosimilmente gli ucraini continueranno la loro resistenza con la strategia della guerriglia, a cui si erano preparati dopo il 2014 quando erano persuasi di non poter resistere a un’aggressione russa; qualora infine entrambe le offensive fallissero e la guerra si trasformasse in una di logoramento, si potrebbero creare le condizioni per il congelamento del conflitto, secondo il modello attuato in Corea.

 

carlo jean (3)

A parer mio, se si vuole far terminare o congelare il conflitto, il modo più logico di farlo è proprio quello di fornire agli ucraini le armi necessarie per infliggere ai russi perdite inaccettabili. A consolidare l’intransigenza di Kiev nel rifiuto di cedere alla Russia qualsiasi parte del suo territorio nazionale – quindi, in pratica, di rifiutare ogni negoziato – è intervenuto il nuovo terremoto nel comando militare russo, sintomo del contrasto fra una fazione più realistica e moderata e una più radicale, nonché fra i militari e le forze che fanno capo direttamente a Putin, come il Gruppo Wagner e le milizie cecene.

 

volodymyr zelensky

Il Capo di Stato Maggiore Generale, Victory Gerasimov, esponente della prima, ha sostituito all’improvviso il gen. Sergei Surovikin, legatissimo al capo del gruppo Wagner e fautore di una guerra ad oltranza. Certamente Surovikin non aveva ottenuto risultati brillanti. Kherson era stata evacuata; l’offensiva missilistica contro le città e il sistema elettrico ucraino non aveva piegato Kiev; i riservisti mobilitati avevano subito consistenti perdite, a cui non erano corrisposti adeguati successi; il caos dei rifornimenti logistici continuava. Ma la sua improvvisa sostituzione e relativo ridimensionamento non dipendono dai risultati ottenuti in Ucraina. Comunque, un nuovo fallimento potrebbe indurre il Cremlino a trattare.

 

Eventuali trattative non potranno essere limitate all’Ucraina. Dovranno estendersi all’architettura europea di sicurezza e, forse, anche a quella dell’Asia-Pacifico. Come abbiamo già suggerito, i tavoli negoziali dovranno essere due. Uno fra la Russia e l’Ucraina. Il secondo fra la Nato e la Russia o l’Eurasia. In esso dovranno essere considerate quelle che, alquanto impropriamente, Macron ha definito “garanzie di sicurezza alla Russia”.

 

zelensky e biden alla casa bianca

 

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