LA GIUSTIZIA È SLEALE PER TUTTI - AI POLIZIOTTI ARRESTATI PER LE MOLOTOV PIAZZATE ALLA DIAZ VIENE NEGATO L’AFFIDAMENTO IN PROVA AI SERVIZI SOCIALI (MENTRE CI ANDRÀ IL BANANA E GIULIA LIGRESTI È A SPASSO)

Giovanni Bianconi per ‘Il Corriere della Sera'

Hanno diritto a due ore d'aria al giorno, come i criminali a cui hanno dato la caccia nella loro carriera di poliziotti: assassini, sequestratori e capimafia. Gilberto Caldarozzi, già capo del Servizio centrale operativo, può uscire di casa ogni mattina tra le 10 e mezzogiorno, per il resto è recluso agli arresti domiciliari. E come lui Francesco Gratteri, ex direttore dell'Anticrimine nazionale, al quale i giudici hanno concesso due ore di libera uscita anche il pomeriggio, dalle 16 alle 18; forse perché deve scontare un anno, mentre a Caldarozzi restano otto mesi.

Tutto grazie al decreto «svuotacarceri», altrimenti starebbero in galera. Perché a loro, come agli altri funzionari coinvolti nella storia della false bottiglie molotov fatte trovare alla scuola Diaz di Genova nella perquisizione-pestaggio post G8 del 2001, i magistrati di sorveglianza hanno negato l'affidamento in prova ai servizi sociali.

Cioè l'alternativa alla detenzione normalmente concessa ai condannati incensurati con residuo pena inferiore a tre anni; per capirci, la misura richiesta da Silvio Berlusconi sulla quale dovranno pronunciarsi i giudici di Milano. Quelli di Genova, per i «poliziotti della Diaz», hanno appena deciso: non meritano alcun beneficio, tranne qualche caso.

A chi lo conosce e lo incontra nelle ore d'aria, mentre cammina a passo svelto per le vie di Roma, Gilberto Caldarozzi non nasconde l'amarezza per il trattamento riservato a lui e alcuni colleghi. Colpevoli, secondo le sentenze, non della sciagurata irruzione alla Diaz, bensì della falsa attestazione che nella scuola c'erano due bottiglie molotov, in verità recuperate qualche ora prima per le strade della città.

Una copertura postuma per giustificare l'ingiustificabile violenza sui ragazzi. Studiata a tavolino. Ma da chi? Caldarozzi, come Gratteri e altri condannati, ha sempre negato di aver saputo che quelle bottiglie erano state sistemate a bella posta da altri poliziotti, anche dopo la condanna d'appello (seguita all'assoluzione di primo grado) divenuta definitiva nel luglio 2012.

Fino ad allora ha guidato operazioni importanti come le catture di Bernardo Provenzano e dei boss camorristi Iovine e Zagaria, la scoperta degli assassini del piccolo Tommaso Onofri a Parma, quelli di Francesco Fortugno a Reggio Calabria, l'autore della strage alla scuola di Brindisi nell'estate 2012.

Subito dopo è arrivato l'ultimo verdetto, la sospensione dal servizio, il limbo dell'attesa contrassegnato da continue memorie, istanze e controdeduzioni. Infrantesi sulle decisioni finali: niente misure alternative, solo detenzione. Commentate da Vittorio Agnoletto, già portavoce del Genoa Social Forum, con un laconico «meglio tardi che mai».

Il lavoro per scontare la pena non da reclusi, a Caldarozzi e Gratteri, l'aveva offerto Tano Grasso, leader della Federazione antiracket, una delle icone dell'antimafia. Lui, convinto dell'innocenza dei due funzionari ma rispettoso (come i condannati, del resto) della sentenza di colpevolezza, s'era dichiarato «onorato» di avvalersi della loro consulenza nel sostegno alle vittime di estorsioni e usura. Non è bastato: per i giudici «non sono comparsi neppure i primi "segni" di un effettivo percorso di rieducazione a fronte del reato commesso».

Il problema è che l'ex poliziotto continua a sostenere - al pari di Gratteri - di essere stato ingannato da chi, la sera della Diaz, disse di aver trovato le due bottiglie all'interno della scuola. E in base a quelle comunicazioni firmò il verbale d'arresto per gli occupanti della Diaz (Gratteri neanche quello, non essendo ufficiale di polizia giudiziaria). Dunque nega di aver commesso il reato; difficile, per lui, andare oltre il «rammarico per chi ha subito violenze gratuite e altri nocumenti da parte di alcuni esponenti della polizia», come riferito dall'assistente sociale che aveva espresso parere favorevole alla misura alternativa alla detenzione.

Niente da fare. «Non si discute - hanno scritto i giudici - del diritto del condannato di dichiararsi innocente anche dopo la pronuncia della sentenza irrevocabile di condanna, quanto piuttosto di riscontrare come il Caldarozzi non manifesti consapevolezza riguardo ai fondamentali valori violati».

Così si torna al punto di partenza: la richiesta di un atto di «resipiscenza» per chi ritiene di non aver consapevolmente violato alcunché. E a quel che l'ex investigatore ha sostenuto da quando il verdetto è divenuto definitivo: non lo condivido ma lo accetto, non chiedo trattamenti di favore ma nemmeno pregiudizialmente sfavorevoli, come gli era parso il ricorso della Procura generale genovese contro l'automatica applicazione della legge svuotacarceri, respinto dalla Cassazione.

Adesso resta la reclusione accompagnata da una notizia che sembra l'ultimo paradosso di questa storia: tra i pochissimi condannati a cui è stato concesso l'affidamento in prova c'è quello che ordinò a un suo sottoposto di portare le due famose molotov dentro la scuola. Uno dei principali responsabili della messinscena, insomma, col quale durante l'istruttoria Gratteri aveva vanamente chiesto di essere messo a confronto. Come e perché arrivò quell'ordine non s'è mai capito, ma oggi il poliziotto che lo diede non è detenuto. Gli altri sì .

 

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