SCAJOLA, ARCHIVIO DESEGRETATO - 300 FALDONI, IN ODORE DI 'NDRANGHETA, INCHIODANO SCIABOLETTA: DALLA "A" DI ANEMONE ALLA "G" DI G8 PASSANDO PER LA "M" DI MATACENA – MORTE DI MARCO BIAGI: STEFANO PARISI VA DAI PM

1. SCAJOLA, TROVATI I DOSSIER ‘CALABRESI'
Massimo Calandri per ‘La Repubblica'

Trecento faldoni in ordine alfabetico. "A" come Aeroporto di Albenga, quello dei voli ad personam. E Anemone Diego, imprenditore. "B" come Biagi Marco, il giuslavorista "rompicoglioni". Sotto la "G" c'è il G8 di Genova 2001, la "M" è facile: Matacena Amedeo. Nomi di politici, discorsi tenuti in pubblico, viaggi fatti da una parte all'altra d'Italia e del mondo, progetti, opere e operazioni.

L'archivio segreto di Claudio Scajola è una collezione maniacale di verbali, scontrini, documenti, ricevute, appunti, articoli di giornale, agenzie di stampa, fotografie, verbali di polizia, note parlamentari e strani foglietti scritti a mano che chissà cosa significano ma ti viene voglia di chiamarli "pizzini", perché per interpretarli servono i magistrati antimafia di Reggio Calabria.

Che ieri pomeriggio sono saliti fino a Villa Ninina, casa Scajola, sulle
colline d'ulivi alle spalle di Oneglia. E fino alle dieci e trenta hanno spulciato le carte sequestrate all'onorevole tre settimane fa, quando lo arrestarono per aver cercato di favorire la latitanza di Amedeo Matacena, ex deputato Pdl condannato a 5 anni per i suoi lacci ‘ndranghetosi.

In quei faldoni ci sono almeno vent'anni di storia personale di Scajola ma anche di tutti quelli che hanno incrociato la sua strada. Francesco Curcio, pm della Direnzione nazionale antimafia e Giuseppe Lombardo, il collega della Dda, fiutano conferme alla loro tesi: Scajola non era solo un amico ma un "sodale" del latitante Matacena, e in sua vece nuovo, potenziale referente politico e finanziario delle cosche calabresi. La traccia è buona, se è vero che gli investigatori hanno stipato una delle auto della scorta con documenti vagliati e ritenuti «molto interessanti».

Ma Marco Mangia, avvocato dell'onorevole, minimizza: «Ci è stato restituito il 95% dei documenti sequestrati». Alcuni documenti, compresi quelli relativi a viaggi elettorali in Calabria, faranno testo nell'interrogatorio di domani a Chiara Rizzo, moglie di Matacena e in galera a Reggio Calabria. Ma l'archivio segreto di Scajola avrebbe molto altro da raccontare.

«Vi tengo tutti per le palle», era solito minacciare l'ex ministro dell'Interno, che a lungo
è stato pure presidente del Copaco, il comitato di controllo per i servizi di sicurezza, e si vantava di avere dei "servizi segreti" personali. Si rivolgeva ai colleghi romani dell'intero l'arco costituzionale, puntava il dito su quelli più in vista.

Quattro anni fa, quando fu costretto a dimettersi per lo scandalo della casa del Colosseo, Scajola fece mettere in ordine un vecchio ricovero per gli attrezzi del giardino di Villa Ninina: lo stipò con tonnellate di misteriose carte fatte arrivare da Roma, altre le prese dall'ufficio di via Matteotti ad Imperia. Le sue quattro segretarie ci lavorarono a lungo: il risultato - aggiornato quotidianamente - sono quei trecento faldoni sistemati nella dépendance (abusiva e condonata, ma c'è un processo in corso), che da ieri alle cinque è stata occupata dai magistrati calabresi e dai loro collaboratori.

Perché non ci sono solo i faldoni in odore di ‘ndrangheta e Montecarlo, banche ed elezioni europee, lady champagne e Beirut. Ci sono carte che rimandano a Marco Biagi e ad un'inchiesta riaperta proprio grazie ad un vecchio appunto recuperato nel corso di una perquisizione. E tanti altri segreti d'Italia, che gli inquirenti stanno catalogando. «Nessun mistero», ribadisce l'avvocato Mangia, che ha assistito all'esame del materiale sequestrato. «Quello che gli investigatori hanno giudicato interessante, lo hanno portato via. Il resto è solo fantasia», sottolinea, ricordando che il suo cliente «è ancora più determinato e combattivo. Sereno».

Sereno, ripete il suo avvocato. Ieri però per l'ex ministro sono arrivate altre due richieste di rinvio a giudizio. Le ha firmate il pm imperiese Alessandro Bogliolo, citandolo a processo per finanziamento illecito e ricettazione. Il primo caso è legato proprio alla ristrutturazione della dépendance di Villa Ninina, il secondo a un dossier segreto. E sono solo due, dei trecento faldoni.

2. BIAGI, PARISI DAI PM CON L'ARTICOLO DI D'AVANZO: ‘C'È TUTTO LÌ'
Luigi Spezia per ‘La Repubblica'

Si è presentato in procura con un articolo di Repubblica scritto anche da Giuseppe D'Avanzo il primo luglio 2002: «Lì c'è già tutto». L'ex direttore generale di Confindustria Stefano Parisi ha ricostruito i giorni in cui lanciò l'allarme al ministro dell'Interno Claudio Scajola sulla mancata scorta a Marco Biagi. È stato sentito anche l'ex presidente di Confindustria Antonio D'Amato, che ha descritto il clima di polemiche avvelenate di quelle settimane riguardo le riforme del mercato del lavoro, alle quali Biagi stava lavorando come consulente del ministro del Welfare Roberto Maroni.

I fatti sono gli stessi della vecchia inchiesta di dodici anni fa, ma oggi i pm Roberto Alfonso e Antonello Gustapane indagano per "omicidio per omissione" sulla base delle carte di un personaggio allora sconosciuto alla procura di Bologna, Luciano Zocchi, l'ex segretario di Scajola, che passò al ministro appunti dove accennava esplicitamente al caso della mancata scorta di Biagi. E Parisi ha riconfermato ieri ai magistrati di aver parlato di quell'argomento delicatissimo con il numero uno del Viminale la mattina di sabato 16 marzo 2002, tre giorni prima che Biagi venisse ucciso dalle nuove Br a Bologna, sotto casa, di ritorno dall'Università di Modena dove insegnava.

La vicenda, in sintesi, andò così. Il direttore di Confindustria cerca per la prima volta di contattare Scajola, senza riuscirvi, il pomeriggio di venerdì 15, dopo aver raccolto la mattina stessa le angosciate richieste di aiuto del professore di Diritto del Lavoro. Su Panorama è infatti appena apparsa la notizia di un rapporto dei servizi segreti che fa l'identikit della prossima vittima delle Br. In Confindustria non si parla d'altro, non si hanno dubbi: quello è il ritratto di Marco Biagi, in quel momento non solo consulente di Maroni, ma anche di Confindustria. Parisi venerdì sera parla con un altro ministro di cui è amico, Franco Frattini, responsabile dei Servizi. Frattini lo tranquillizza: «State tranquilli, non c'è pericolo. Non esiste nessun allarme specifico».

Ma Parisi non si accontenta. Per arrivare al ministro dell'Interno con il quale non riesce ad entrare in contatto, chiede aiuto a Enrica Giorgetti, capo delle relazioni istituzionali di Confindustria, oltre che moglie dell'ex sottosegretario Maurizio Sacconi. Giorgetti comunica a Zocchi che Parisi vorrebbe parlare con il ministro dei rischi che corre Biagi.

Così, la mattina di sabato Parisi ha con Scajola, che non conosce di persona, un breve e infruttuoso colloquio telefonico. «Non c'è da preoccuparsi», risponde Scajola. Parisi non fa il nome di Biagi, ma quando chiede al ministro che cosa intenda fare, è chiaro ad entrambi gli interlocutori che si sta parlando della scorta del professore e delle sue paure. Gli appunti di Zocchi ritrovati ora lo stanno a confermare, nonostante Scajola abbia sempre affermato di non saperne nulla. È questo il cuore della nuova inchiesta che per il procuratore aggiunto Valter Giovannini sta procedendo «a ritmo elevato».

 

SCAJOLA ARRESTATO jpegARRESTO CLAUDIO SCAJOLA CHIARA RIZZO E AMEDEO MATACENAmatacena amedeoBIAGI ANEMONE ALL'USCITA DAL CARCEREGiuseppe D'avanzo

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