“GIORGIA MELONI E’ SOTTO BOTTA, CON LA SCONFITTA AL REFERENDUM HA SUBITO UN TRIPLO COLPO” – MATTEO RENZI: “LA PREMIER HA PERSO L'AURA DELL'INVINCIBILITÀ. LA LEADER CHE DOVEVA FARSI ASCOLTARE DA TRUMP HA FATTO FATICA PERSINO A FARSI SENTIRE DALLA SANTANCHÈ. LEI NON ANDRÀ AL VOTO ANTICIPATO PERCHÉ È PRIVA DI CORAGGIO. ANZI, È PROBABILE CHE PORTI LA LEGISLATURA A SCADENZA NATURALE NELL'AUTUNNO 2027. SI INCOLLERÀ ALLA POLTRONA COL VINAVIL" – LE PRIMARIE (“CONTESTARLE E’ UN ERRORE POLITICO. POI SE CI FOSSE UN'INTESA FRA SCHLEIN E CONTE SU UN ‘PAPA STRANIERO’, CE LO FARANNO SAPERE”) E LA GAMBA CENTRISTA: “STIAMO LAVORANDO A UN CONTENITORE UNITARIO IN GRADO DI PRENDERE TRA IL 5 E IL 10%”
Giovanna Vitale per la Repubblica - Estratti
«Giorgia Meloni è evidentemente sotto botta», osserva Matteo Renzi. «Con la sconfitta al referendum, che non si aspettava, ha subito un triplo colpo», insiste il leader di Iv. «Per il centrosinistra è un'occasione d'oro: non sprechiamola».
Declini il triplo colpo, senatore.
«Il primo è psicologico: credetemi, fa molto male, e lo dice uno che c'è passato. Erano certi di vincere con un margine netto, si sono svegliati con la mazzata più cocente che potessero immaginare».
La seconda botta?
«È politica: la premier ha perso l'aura dell'invincibilità. La leader che doveva farsi ascoltare da Trump ha fatto fatica persino a farsi sentire dalla Santanchè, figurarsi domani da Salvini o Vannacci».
E la terza?
«Meloni è rimasta senza racconto. Per quattro anni si è dipinta come la giovane underdog in lotta contro i poteri forti ma appoggiata dal popolo; oggi si ritrova appoggiata dal palazzo, con la fiducia nelle Camere, ma sfiduciata dal popolo».
Può sempre rialzarsi, non crede?
GIORGIA MELONI NEL 2016 CHIEDEVA LE DIMISSIONI DI RENZI IN CASO DI VITTORIA DEL NO AL REFERENDUM
«Può recuperare il colpo psicologico e il rapporto con la sua maggioranza, ma non la narrazione. In questi quattro anni non ha approvato una sola riforma e ha aumentato le accise, la pressione fiscale, l'insicurezza, il numero dei giovani che vanno via dall'Italia. Ma aveva dalla sua un messaggio forte: me lo chiede il popolo. Adesso non potrà più utilizzarlo».
Allora ha ragione Fazzolari a suggerirle di anticipare le elezioni?
«Lei non lo farà perché è una donna priva di coraggio. Anzi, è probabile che porti la legislatura a scadenza naturale nell'autunno 2027. Si incollerà alla poltrona col Vinavil.
Ma i problemi non scompariranno».
Rischia il logoramento?
«È già iniziato e adesso è semplicemente inarrestabile».
È un suo auspicio o una profezia?
«Le rispondo con un esempio. Meloni ha fatto tutta la campagna referendaria professandosi garantista. Il giorno dopo la sconfitta, ha fatto fuori gli indagati Bartolozzi, Delmastro e Santanché. Con una inversione a U ha ripreso la strada giustizialista di Bibbiano. Il suo garantismo è durato lo spazio di un exit poll».
(…)
Per il centrosinistra si apre un'autostrada che porta a Chigi?
«A questo punto, per come si sono messe le cose, il centrosinistra può soltanto farsi male da solo. Perciò il primo tema da condividere è la consapevolezza. Bisogna che tutti capiscano quanto sia clamorosa la sfida in ballo: possiamo impedire il bis della destra ed eleggere un capo dello Stato che fino al 2036 garantisca gli equilibri istituzionali.
Una responsabilità enorme».
Per mettere in piedi una coalizione competitiva servirebbe una road map: la sua qual è?
«Primo, insistere sulle tre S, le tre questioni su cui Meloni sta perdendo la faccia: stipendi bassi, erosi da inflazione e caro-bollette; sanità, dove le liste d'attesa stanno facendo uscire di testa le persone; sicurezza, soprattutto.
Quando hai gruppi Telegram fatti da 17enni che preparano stragi, o bande di maranza che spadroneggiano su interi territori nelle grandi città, o se le ragazze hanno paura di andare la sera in stazione, vuol dire che la situazione è fuori controllo. Qui si gioca la forza del nostro campo».
E sulla politica estera, come farete a mettervi d'accordo?
«Dopo le parole di Conte sul sostegno all'Ucraina e la necessità di una svolta negoziale, mi sembra che non ci siano più distinguo».
Rimane il nodo del candidato premier: primarie sì o no?
«Sì. Bisognerebbe fare due cose: scegliere sin d'ora il periodo in cui farle e mettere subito a lavorare un gruppo di persone sulle regole.
Poi, se ci fosse un'intesa fra Schlein e Conte su un "papa straniero", ce lo faranno sapere. Ma contestare le primarie è un errore politico: il centrosinistra deve viverle come una festa di popolo, affermando il principio che chi vince ha il consenso di chi ha perso».
La sfida ai gazebo non rischia però di lasciare scorie, dividere anziché unire i leader progressisti?
«No se si trova prima un'intesa sulle regole e un framework di punti sui quali confrontarsi. Ripeto, a un certo momento può sempre succedere che la segretaria del Pd e il capo dei 5S decidano di scegliere un altro candidato. Ma possono farlo soltanto loro, nessun altro».
A che punto è la costruzione della gamba centrista che ancora manca?
«Stiamo lavorando a un contenitore unitario in grado di prendere tra il 5 e il 10%, fondato su due capisaldi: porte aperte e nessun veto.
Dentro ci dovranno stare tutte le realtà riformiste che non fanno parte del Pd, ma anche singoli protagonisti: noi di Iv, +Europa, socialisti, sindaci, amministratori e, se vorranno, i movimenti civici che stanno nascendo. Insieme decideremo un nostro candidato o candidata alle primarie. E intanto l'11 aprile a Roma faremo partire le primarie delle idee per ritrovarci sulle cose da fare».
Ultima curiosità: lei e Conte come siete riusciti a passare dai veti reciproci all'alleanza?
«Nessuno di noi può rischiare di consegnare di nuovo l'Italia a Meloni. Il referendum ha mostrato con chiarezza che lei non è maggioranza nel Paese: siamo stati noi del centrosinistra, con le nostre divisioni, a regalarle la superiorità numerica in Parlamento nel ‘22.
La leader di FdI andò al governo con il 26% dei voti solo perché eravamo spaccati in tre: Pd, M5s e centristi. Non può e non deve più succedere. Mi pare che l'abbiamo capito tutti».
GIORGIA MELONI E MATTEO RENZI - MEME BY 50 SFUMATURE DI CATTIVERIA




