ROTTAMAZIONE 2014: PRIMO DELLA LISTA, RE GIORGIO! RENZIE FONZIE SA CHE IL SUO SUCCESSO PASSA PER LA SCONFITTA DELLA QUIRINAL-LOBBY

Antonello Caporale per il "Fatto quotidiano"

Lui amava Coppi, l'altro tiene per Bartali. Lui tifa per sè, l'altro appoggia Letta. La studiatissima fuga dal Quirinale di Matteo Renzi non è solo una perfetta messa in scena di teatrale distanza dal Palazzo e dai suoi riti, i suoi giochi e anche i suoi patti.

In questo caso il fuggitivo, dileguandosi tra i vicoli di Roma, rifiuta la tutela del capo dello Stato e rinunzia a quella dose di consigli che privatamente gli erano pervenuti. Uno fra tutti: delimitare meglio il campo politico dentro cui approvare la riforma della legge elettorale. Invece ieri, il solito bastian contrario: "Il confronto è aperto a tutti".

La fuoriuscita di Renzi (e del renzismo) dal Quirinale data dal maggio scorso quando il sindaco di Firenze si disse pronto, e glielo fece sapere, a sedersi sulla poltrona di premier. "A patto che lo chieda espressamente il capo dello Stato", confermarono i suoi giovani amici. Napolitano chiese invece a Enrico Letta di fare il sacrificio, espellendo Matteo dal tragitto breve della cooptazione. Da allora l'uno di qua e l'altro di là.

"Non è mica lesa maestà non concordare col presidente", disse quando bocciò, unico in una moltitudine di calorose effusioni, il messaggio alle Camere su amnistia e indulto. Cane dal fiuto finissimo, intuiva che la crisi sociale, la collera e anche la paura sviluppavano anticorpi contro ogni provvedimento che sapesse di contiguità con i più forti, non con i più deboli. E Renzi era uno dei nomi cui Napolitano indirizzò la sua prima, ufficiale ramanzina pubblica per quella dissociazione. Contestò le "rappresentazioni contraffatte" e i giudizi "grossolanamente strumentali" che avevano minato la credibilità della misura invocata.

Renzi ha fiuto come quei cani da caccia. Punta l'uomo e spesso lo acchiappa. Essendo un semplificatore, non approfondisce mai (costa fatica!) ma seleziona l'orizzonte del suo giudizio. Coglie il Quirinale nella sua fase calante, nella dfifficoltà di confermare con la vigorìa di sempre la tutela del quadro politico, un governo di stretta ma necessaria intesa biparti-san, che è stato - bisogna dirlo - la condizione apertamente illustrata per accettare il reincarico.

Todo cambia, canta Mercedes Sosa. Adesso c'è il giovane Mastteo e in piazza ci sono anche i Forconi, fenomeno arcobaleno del disagio collettivo, recipiente dove tutto si mischia e perde forma. È questo movimento disordinato che mette fretta, incalza, obbliga a dare risposte, rende velocissimo anche ciò che veloce non può essere. E Renzi utilizza a suo modo questa forza che preme.

Da grande intuitivo divarica i concetti e punta sui dettagli per confermarsi estraneo a quelli di oggi, dunque anche a Enrico Letta. Fuggendo via dal brindisi quirinalizio persino. "A Firenze non facciamo mangiare nessuno", dice. E nel verbo la sua traiettoria polemica, la forza con cui immette l'alterità della sua persona, lui e nessun altro. Padrone del Pd, ora è lui ad apparire il tutore di Letta.

Gli indica la strada, consiglia e revoca. Per esempio ieri ha bocciato la legge sugli introiti da internet, la cosiddetta web tax, frutto del lavoro di Francesco Boccia, un fedele amico del premier. Qui sì, qui no. Qui così. Nella velocità è uno specialista, come pure nella propaganda, nella costruzione di un senso tecnico, attuale della realtà politica. Fare, fare, fare. Fare tutto e subito.

E' giovane Matteo, è anziano e stanco, e lo dichiara sempre più spesso, Giorgio Napolitano. Mattone su mattone il muro divisorio sta per essere terminato. Basteranno altre poche cucchiaiate per decretare la prossima grandiosa rottamazione.

IL teorema della rottamazione del resto dà sempre buoni frutti e finora si è rivelato una carta vincente. Si potrebbe obiettare che Renzi rottama chi non gli è amico, ed è vero. Nella lunga corte di chi ha appoggiato per mero calcolo la sua elezione a segretario del Pd esiste un'anagrafe di vegliardi, di possidenti di pezzi di partito o di semplici mezzadri vissuti sempre a comando. Lì Matteo s'è un po' perso, non ha capito o ha fatto finta di non capire, non sapere. Ma la politica è un grande e crudele gioco in cui le apparenze sopravanzano sulla realtà. E Renzi è l'uomo del momento, ha il pensiero veloce e il passo breve di un artigliere.

 

 

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