“FIRMANTONIO, FIRMANTONIO”! - “REPUBBLICA” GIORNALE DA FIRMARE!

1 - SNOBBATI GLI INTELLETTUALI "APPELLI INGENUI E ANTIQUATI"
Mattia Feltri per "La Stampa"

«No, l'appello no!», dice Giuseppe Roma, direttore generale del Censis rivisitando il «dibattito» di Nanni Moretti. È anche più crudele, con morbidezze fiorentine, con gli escamotage lessicali della sua cultura, il medievista Franco Cardini: «Un'iniziativa onesta, un po' démodé, come è nel diritto di intellettuali che stimo, come Remo Bodei e Roberta De Monticelli, essere appartati dal presente. E' una lettera scritta con un linguaggio antiquato e ingenuo, e dagli effetti controproducenti».

L'idea stessa di appello (sebbene animato dalle migliori intenzioni, come è per l'appello che la Repubblica ha rivolto a Beppe Grillo e ai militanti Cinque Stelle affinché sostengano «un governo che facesse propri alcuni punti fondamentali della vostra battaglia» e che raggiunga l'obiettivo di «liberarci ora, subito, dell'era Berlusconi», e firmato oltre che da Bodei e dalla De Monticelli, da Barbara Spinelli, Tomaso Montanari, Antonio Padoa-Schioppa e Salvatore Settis) suscita un sentimento di disarmo.

Ci si chiede quali possibilità abbiano di essere accolte le tesi di studiosi che i grillini vedono come azzeccagarbugli della cupola da polverizzare: «Non mi pare ci siano le condizioni», dice Roma e Giampaolo Pansa, senza calibrare gli aggettivi, ci si butta a petto in fuori: «Gli appelli sono patetici e ridicoli, e questo lo è in particolare poiché è indirizzato a un eversore come Grillo, che ribatte a lazzi e a sputi, ed era prevedibile». «Interessante dialogare con chi replica a palate di fango», aggiunge Cardini.

Non se ne viene fuori, e però ci prova Michele Serra, che a sua volta ha scritto un altro appello ( Facciamolo , nel senso di un governo di alto profilo che punti al cambiamento, e non così esplicito nel corteggiamento ai grillini) e ha un punto di vista battagliero e non banale: «Il nostro appello non è affatto rivolto al mondo grillino. Basta leggerlo con la stessa umiltà con la quale l'abbiamo scritto, cosa che quasi nessuno ha fatto.

C'è scritto che a impedire il cambiamento sono "interessi di partito, calcoli di vertice, chiusure settarie, diffidenze" e non mi pare proprio che questo autorizzi a pensare che si stia parlando a Cinque Stelle e non al Pd, a Grillo e non a Bersani e Renzi».

Non convince però Cardini, al quale gli appelli in questione «ricordano l'Appello ai fratelli in camicia nera», scritto dai comunisti nel 1936 - per dire che l'usanza ha i suoi anni - allo scopo di individuare quel poco che univa quando il molto divideva, dice Cardini. Ma è proprio lo strumento in sé a sollevare perplessità.

«Roba del Novecento», dice Pansa. E poi funzionano «se gli intellettuali hanno un posizione di terzietà, e su temi così universali - che so, la pena di morte, i massacri in Rwanda - che allora si prende atto di un senso morale. Altrimenti, ed è quello che accade oggi, c'è un'inflazione di appelli, sottoscrizioni, raccolta firme che rende tutto uguale e deperibile», dice Roma.

«Il fatto è che gli appelli servono a chi li firma e non a chi li legge», aggiunge Pansa suscitando la replica di Serra: «Ma è un intellettuale don Gallo? E don Ciotti? E Carlo Petrini? Jovanotti e Roberto Benigni sono artisti (che hanno condiviso l'appello, ndr). Io sono un giornalista. Ed è ridicola l'accusa di firmare per vanità se rivolta a Benigni o Jovanotti o Roberto Saviano: firmare un appello, nel loro caso, non aggiunge nulla, semmai toglie qualcosa. È un atto di generosità».

Non è che Serra la voglia mettere giù troppo dura, sa bene che «gli appelli non servono a niente se non ad aggiungere qualche parola utile e condivisa, o a provare a farlo, anche se è molto faticoso». Faticoso senz'altro. Roma dubita che ci sia anche soltanto una sintonia linguistica fra mittenti e destinatari. Cardini è della stessa idea, «il linguaggio è Anni Cinquanta (l'appello di Bodei-Spinelli ecc., ndr)» ma gli preme aggiungere che gli appelli «si rivolgono da una posizione di forza, non di debolezza, e questi appelli, come l'offerta di alti ruoli istituzionali, fanno parte dello stesso errore. Non si parla così a vincitori, per quanto vincitori un po' troppo convinti di esserlo».

E soprattutto se si è considerati parte dell'establishment. L'ultima replica spetta di diritto a Serra, qui in minoranza: «Eh no, uno vale uno, come ci hanno insegnato intellettuali autorevoli almeno quanto noi. Non esiste un'opinione dell'establishment, ma ne esiste una contro, disinformata, generica, che mette tutti nello stesso gruppo: non interessano biografie, differenze di idee». Il rancore sociale è sempre esistito, dice. Bisogna vedere che sbocco ha, stavolta. «Non sono ottimista», conclude.

2 - FIRMATARI INTELLETTUALI IN DUPLEX
Da "Il Foglio"

Il lettore di Repubblica, in questi giorni, più che da leggere ha da firmare. Il momento è cupo, la situazione confusa, il futuro incerto, e come sempre l'intellettuale soccorre, accorre, confonde. Ieri, sul sito di Largo Fochetti, c'erano ben due appelli da firmare, uno sopra l'altro, impilati come barattoli di fagioli al supermercato. Uno, diciamo così, più a caratura intellettuale, da Bodei a De Monticelli, da Salvatore Settis a Barbara Spinelli; l'altro, si potrebbe dire, più incline al versante satirico-culinario-teologico, comprensivo di Serra, Farinetti, don Gallo, Jovanotti, Petrini, Benigni, Saviano.

Per la cronaca, e come curiosità antropologica, Settis e Spinelli figurano sia quali ultimi firmatari del primo appello, sia come ultimi firmatari del secondo: il meglio in coda, in duplex come i telefoni di una volta, e frenetico impegno. Tra un appello e l'altro, una distanza di quarantott'ore, dietro cui s'intravede un laborioso e pensoso weekend.

Quello prefestivo è direttamente indirizzato al "caro Beppe Grillo, cari amici del Movimento 5 stelle", e a farla corta un pressante invito a farsi un minimo bersaniani, "non potete aspettare di divenire ancora più forti (...) gli italiani che vi hanno votato vi hanno anche chiamato", e dunque "dire no a un governo che facesse propri alcuni punti fondamentali della vostra battaglia sarebbe a nostro avviso una forma di suicidio". Così che, per impedire l'imminente harakiri grillino, si evoca l'antico, glorioso grido di battaglia: "Se non ora, quando?".

L'altro appello, vagamente più pop - pur con il bioritmo impreziosito da Settis e Spinelli - più o meno batte sullo stesso tasto, con democratico ma fermo garbo, "lo chiediamo gentilmente, ma ad alta voce, senza avere alcun titolo istituzionale o politico, per farlo, ma nella coscienza di interpretare il pensiero e le aspettative di una maggioranza vera, reale di italiani".

E perciò, "un governo di alto profilo" si chiede, si implora, si sospinge. Il democratico lettore di Repubblica non ha che l'imbarazzo della scelta, oppure l'ingombro di una doppia fatica: siamo, in pratica, al paradosso di ben due fave per un solo piccione. Se a Grillo è rimasto qualche "vaffa" in canna, magari se lo spara. Intanto, direbbe Totò: "firmantonio, firmantonio". Avec trippà.

 

Ezio Mauro GIULIANO FERRARA MICHELE SERRA BARBARA SPINELLIJOVANOTTI ALLA FESTA PER I ANNI DI RADIO DEEJAY jpegROBERTO BENIGNI DURANTE LO SPETTACOLO SULLA COSTITUZIONEsalvatore settisBeppe Grillo

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