QUANDO ESSERE ANTICOMUNISTI VOLEVA DIRE GALERA, ESILIO, EMARGINAZIONE - IL RICORDO DI BETTIZA, CHE NEL 1965 SCOPRÌ IL GENIO DI VACLAV HAVEL, PRIMO PRESIDENTE DELLA CECOSLOVACCHIA POST-SOVIETICA - IL COMBATTENTE DEI DIRITTI UMANI DIEDE AL SUO ANTICOMUNISMO UN TRATTO SPECIALE, COLTO, IRONICO, LIBERTARIO E DISSACRANTE - COMMEDIOGRAFO DELL’ASSURDO, POLITICO DELLA LIBERTÀ, FAN DEL ROCK DI FRANK ZAPPA, CONTESTATORE CON LA SIGARETTA PERENNE SULLE LABBRA. NONOSTANTE IL CARCERE, LA PERSECUZIONE E LA MALATTIA NON HA MAI PERSO L’ALLEGRIA…

Enzo Bettiza per "la Stampa"

Nel lontano 1965, tre anni prima che Alexander Dubcek salisse ai vertici del partito comunista, teneva da qualche tempo banco a Praga una strana commedia satirica in un teatro di nicchia anticonformista chiamato, non a caso, «Teatro alla ringhiera». Ero in quella platea, seduto accanto a François Fejto, e insieme provammo lo stesso brivido. S'avvertivano già, dentro il grigiore del comunismo cecoslovacco, le spinte e le insofferenze dei precursori della «primavera di Praga».

La commedia dal titolo in parvenza inoffensivo, «Garden Party», era in realtà acre, sottile, piena di esilaranti doppi sensi, strettamente imparentata alla moda dell'assurdo che aveva allora in Jonesco il suo maestro. L' autore praghese, ignoto in Europa, si chiamava Václav Havel, un dissidente nato nel 1936, ancora ragazzo quando i comunisti da mezzadri divennero proprietari interi e violenti del potere in Cecoslovacchia.

Il futuro primo presidente non comunista della repubblica, all'epoca destinato alle sbarre del carcere più che ai lustri del potere, aveva fissato con maestria, nella sua pièce, il clima d'irrealtà programmata in cui boccheggiava il più civile dei Paesi centroeuropei sotto il tallone veterostalinista di Antonin Novotny. Si usava dire a quei tempi che la «democrazia popolare» di marca sovietica stava al socialismo come il bordello all'amore: i giornali di regime decantavano la felicità del vivere con la stessa enfasi sovreccitata con cui le prostitute fingono il piacere e l'orgasmo.

Proprio quel linguaggio falsificato, quell'arnese di truffa ideologica, quella specie di mercimonio paradisiaco sublimato dalla semantica ufficiale doveva diventare l'oggetto centrale della satira haveliana. È importante sottolineare oggi questo dato di dissidenza, insieme etica e linguistica, perché lì era la matrice originaria dell'avversione di Havel alla grande menzogna, avversione che darà al suo anticomunismo un tratto speciale, colto, ironico, libertario e dissacrante.

Non si colgono le radici del fondatore della Charta 77, del combattente per i diritti umani dopo il naufragio della primavera dubcekiana, se non si risale alla chiave e alla sferza della sua prima quanto spigliata opera teatrale dove nulla è inventato. Dove la principale accusata è la dissennata «lingua di legno» marxleninista. Dove tutto - gli sproloqui estatici dei comunisti in carriera, il loro nullificante perfezionismo semantico, il loro folle burocratismo espressivo - era più vero del vero, o più morto del morto, perché tratto letteralmente dagli editoriali dell'organo comunista «Rude Pravo» e dalle verbose risoluzioni del Comitato centrale.

Quando uno spregiudicato carrierista di partito preannunciava dal palcoscenico la creazione di un «Ufficio delle Inaugurazioni strutturato, su rigorosa base scientifica, per inaugurare la graduale liquidazione dell'Ufficio centrale delle Liquidazioni», l'applausometro saliva di colpo alle stelle con il pubblico che si contorceva nello spasimo di un riso violento e amaro.

I comunisti ortodossi non hanno mai perdonato a Havel l'uso tremendo e sottile del ridicolo con cui sapeva colpirli lui, commediografo dell'assurdo, politico della libertà, contestatore col sorriso e la sigaretta perenne sulle labbra. Lo hanno punito con anni di carcere duro, compromettendo la resistenza dei suoi polmoni e del suo stomaco, senza riuscire però a piegare il suo morale di resistente ilare, geniale, proteiforme nelle manovre e nelle invenzioni controffensive.

Hanno seguitato a perseguitarlo, sul filo del rasoio, ferendosi le mani da soli, fino all'ultimo minuto secondo: oramai leader universalmente riconosciuto della «rivoluzione di velluto» del 1989, è stato ancora un'ultima volta arrestato addirittura il 28 ottobre, cioè due mesi prima di essere nominato, il 29 dicembre, presidente della Cecoslovacchia.

Insomma, l'accanimento persecutorio è paradossalmente continuato quasi fino al suo ingresso trionfale nel Castello che sovrasta la Moldava e Praga. Non ha avuto dubbi sul primo gesto da compiere nella veste di capo di una democrazia vera e finalmente sovrana: richiamare dall'ombra lo scomparso Alexander Dubcek e offrirgli la carica di presidente del Parlamento. Gesto che ha restituito al simbolo ancora vivente della «primavera» il perduto certificato d'identità politica e di rispettabilità storica.

Lasciata dopo 13 anni la carica di capo dello Stato cecoslovacco e poi, dopo la dolorosa scissione slovacca, della Repubblica ceca, Havel è tornato alla sua originaria vocazione di letterato e commediografo. Riferendosi alla sua eccezionale storia personale, non sapendo bene come definirla e giudicarla, ha lasciato scritto: «Con la caduta del Muro era l'epoca in cui il comunismo stava crollando ovunque. Ma, in ogni Paese, crollava con modalità e ritmi diversi, mentre arrivavano al potere persone nuove, spesso sconosciute, emerse dagli ambienti più vari. In breve, ci si chiedeva che significato avranno questi grandi cambiamenti per l'Europa nel suo insieme».

La modestia evidentemente era insita nel suo animo signorile, svagato, apparentemente distratto e sprezzante della morte più volte in stretto agguato. Una cosa è certa. Fra tutti i nuovi governanti dell'Europa centrorientale, dopo l'estinzione dei regimi comunisti, Havel era l'unico personaggio noto, incisivo, per molti aspetti emblematico; l'unico che aveva le carte in regola per rappresentare, come dice il titolo di un suo libro, «Il potere dei senza potere»; l'unico che ha saputo unire all'antico e solido anticomunismo lo spirito di un liberale tollerante e allegro.

 

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