RUTELLI AFFONDA IL SOTTO-MARINO: “NON SI POSSONO DARE CIFRE A VANVERA, IL SINDACO DEVE RIUNIRE ANCHE LE OPPOSIZIONI E RIORGANIZZARE IL BILANCIO E I SERVIZI URBANI”

Lettera di Francesco Rutelli al "Tempo"

"Premiata con l'Oscar la Roma al fallimento", ha titolato ieri Le Monde dopo il successo de 'La Grande Bellezza'. E, in Italia, si sono sprecati i paragoni tra l'incanto delle immagini del film di Sorrentino e la drammatica crisi della Capitale. Ho accolto volentieri la Sua sollecitazione, gentile Direttore, a dire la mia sul Tempo, dopo un lungo periodo in cui ho evitato di partecipare alle polemiche sulla nostra città. Penso che sia urgente una cura di realtà dei numeri, e di coraggio delle riforme necessarie.

Dopo un allegro periodo in cui si sono promessi sussidi e assegni di massa, non è piu' giustificato sparare cifre a vanvera, se si vuole costruire consenso attorno agli obblighi irrinunciabili dello Stato verso la Capitale, e sui cambiamenti necessari nell'organizzazione dell'Amministrazione civica. Esempio: leggere sul Sito del Comune che "il totale dei danni causati dall'alluvione del 31 gennaio ammonta a oltre 243 milioni di euro, il 90% dei quali riguarda edifici e infrastrutture", non è una cosa credibile. Anche i numeri improvvisati allontanano dalla realtà.

La mia opinione (in minoranza tra le forze politiche, ma non credo tra i romani) e' che sarebbe saggio se il Sindaco chiamasse attorno a se' personalità capaci e competenti anche provenienti dalle forze di opposizione, per attuare un forte programma di riorganizzazione del bilancio comunale e dei servizi urbani.

Ma rigettare questa ipotesi, che permetterebbe di attingere a nuove energie al di fuori delle tradizionali barricate politiche, in un momento così difficile, non esclude la "cura di realtà".

Di quante risorse disporrà Roma nei prossimi 4 anni? Qualcuno pensa che si possano fare le stesse cose di prima, con la stessa (dis)organizzazione, e con meno risorse? Ovviamente, no. Riformare le politiche della mobilità, dei servizi pubblici, del sociale, dell'ambiente, delle opere pubbliche, della cultura e del turismo, esige un grande sforzo condiviso. Non si fa con tagli lineari, aritmetici, ma, appunto, con riforme profonde. Non è bricolage.

Debbo anche togliermi, caro Direttore, un piccolo sasso dalla scarpa, perché è fasullo e intollerabile quello che affiora di tanto in tanto, a proposito del "debito ereditato dal passato, dalle giunte Rutelli e Veltroni". Quando fui eletto Sindaco (dicembre '93), Roma era in pre-dissesto finanziario, e non solo in ginocchio per Tangentopoli (6 assessori e tutti i Presidenti delle Aziende arrestati; una vera e propria paralisi economica).

Non posso riassumere in poche righe 7 anni di enorme lavoro, egregiamente proseguito da Veltroni. Ma va tagliata alla radice una falsificazione storica: non solo e' tecnicamente impossibile paragonare quelle condizioni di bilancio, di vent'anni fa e in lire, con le condizioni e regole attuali; occorre ricordare agli smemorati che la Roma del Duemila con cui si è concluso il mio lavoro aveva 200.000 imprese attive, 100.000 occupati in attività manifatturiere, un 2,3% di disoccupati in meno rispetto al nostro inizio e una condizione di netto miglioramento generale, sociale, e nella sicurezza.

Il debito "storico", che origina addirittura dalle Olimpiadi del '60, era giunto a 5,9 miliardi: ma per ben il 54%, nei nostri anni, era frutto degli obblighi di ripiano del trasporto locale, che la legge dello Stato - fino al 2001 - stabiliva si dovesse fare con l'indebitamento! Mentre il Comune di Roma - che doveva in base alle norme farsi carico addirittura, attraverso il COTRAL, del deficit del trasporto nella Regione Lazio - aveva ricevuto ogni anno dallo Stato 301.000 lire per cittadino, contro le 478.000 della media dei Comuni italiani.

Solo un formidabile piano di trasformazioni delle Aziende ci ha permesso di uscire dal baratro: ricavare oltre 2.300 miliardi dalla cessione di quote ACEA, utilizzati anche per portare acqua, luce, depurazione nelle periferie e in tutta la città; mettere sul mercato decine di milioni di km di trasporto pubblico; vendere con profitto aziende decotte; riorganizzare in profondita' le Aziende strategiche; dismettere parte del patrimonio, di cui al nostro arrivo neppure esisteva l'inventario. Sono solo alcuni titoli.

Ma rispettammo il Patto di Stabilita' fissato da Ciampi, abbassammo il costo del debito - con ripetute certificazioni internazionali - e non facemmo ricorso ai derivati. Ci battemmo intanto con lo Stato per avere risorse per investimenti, non per aumentare le spese correnti (diminuì, infatti, il numero dei dipendenti capitolini).

Con l'eccezionale successo del Giubileo, preparato da centinaia di opere pubbliche e private, organizzato in modo ottimale, senza neppure una vittima nei cantieri, e neppure un caso di corruzione. Molte delle più belle immagini dell'Oscar di Sorrentino sono ambientate in luoghi restaurati durante la mia Amministrazione, anche grazie all'impegno del compianto Gianni Borgna: dal Fontanone del Gianicolo all'Appia Antica, dal Parco degli Acquedotti alle Chiese e i Palazzi rinnovati.

I numeri, insomma, contano. E mi permetta di concludere, Direttore, ricordando che tutti gli investimenti assegnati al Comune di Roma per 4 anni di lavori per il Giubileo non erano affatto una cifra enorme, come si sente talvolta dire: si trattava di 1.700 miliardi di lire. Praticamente la cifra, 815 milioni euro, del disavanzo del bilancio del Comune (per spese correnti) per questo solo anno 2013.

Le ho scritto da Berlino, dove mi trovo come Presidente dell'Institute for Cultural Diplomacy; mi occupo di altro, e tocca ad altri operare per la nostra città. Ma se si vuole ottenere dallo Stato quello che ogni Capitale al mondo ha e deve avere - e di cui Roma ha diritto, anche per gli oneri e i servizi che sostiene - occorre presentare un forte programma di riorganizzazione civica e ricercare una forte, fortissima unità. Altrimenti, una Grande Bruttezza, anche umana, ed economica, travolgerà la città che amiamo.

 

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