ALFANO NELLA MORSA DELLA PITONESSA: LA SANTADECHE’ TRABALLA E IL GOVERNO TREMA

1 - NIENTE ACCORDO SULLA SANTANCHÉ LA CAMERA RINVIA LA VOTAZIONE
Ugo Magri per "la Stampa"

Anziché sbrogliarsi, il nodo Santanché si incattivisce. La maggioranza non è in grado di eleggerla vicepresidente della Camera, ma nemmeno riesce a rimpiazzarla con un'altra candidatura. Cosicché ieri è andato in scena un goffo rinvio: non sapendo che pesci prendere, Pd-Pdl-Sc hanno messo ai voti la richiesta di non votare, e almeno su questo si sono trovati d'accordo. Ma è una tregua destinata a vita breve.

Il centrodestra non ci sta a rimanere fuori dall'ufficio di presidenza dove tutti gli altri (compresi M5S e Sel) sono rappresentati. E soprattutto, non intende deflettere dalla propria scelta.

Il più deciso a insistere per la Santanché è colui che meno politicamente le somiglia, vale a dire il segretario Pdl Alfano: se accettasse di cambiare cavallo, o anche solo di rinviare la decisione alle calende greche, darebbe l'impressione di non difendere le ragioni del suo partito, dove verrebbe trascinato sul banco degli imputati (e la «Santa», martire della fede berlusconiana, nominata coordinatrice di Forza Italia al posto suo).

Per cui Angelino si atteggia a superfalco. Ha ricevuto la Daniela al Viminale, prima che lei si precipitasse ad Arcore, facendo sapere che la settimana prossima il centrodestra tornerà alla carica: e stavolta, o la va o la spacca. Nella seconda ipotesi, potrebbe cadere addirittura il governo? La risposta ai piani alti del Pdl è molto poco rassicurante, «vada come vada, non possiamo fare diversamente. Se non vuole correre rischi, Letta si dia una mossa».

Che cosa possa fare concretamente Letta, e dove possa trovarsi un punto di mediazione, al momento nessuno sa dirlo né a destra né tantomeno a sinistra. Tutti brancolano nel buio. Il Pd è ufficialmente disposto a votare scheda bianca in quanto riconosce al centrodestra il diritto di scegliersi il rappresentante (in prima battuta venne eletto Lupi, diventato tuttavia ministro lasciando vacante la poltrona).

Il guaio è che, se il Pd si astiene, la Santanché ha scarse possibilità di essere eletta. Il sostegno del suo partito può bastare solo se grillini e Sel non uniscono le forze su un candidato alternativo.

Dal M5S puntualizzano che di convergere coi vendoliani non se ne parla nemmeno, loro punterebbero sulla Businarolo. Però nella maggioranza quasi nessuno ci crede. Tanto il capogruppo Pd Speranza, quanto quello Pdl Brunetta, temono il «trappolone» a scrutinio segreto. Ragion per cui ieri, un attimo prima di mandare la Santanché al massacro, il centrodestra ha ottenuto il rinvio delle votazioni.

Sempre Brunetta ha chiesto alla presidente Boldrini di garantire il rispetto della prassi, secondo cui la vice-presidenza resta assegnata allo stesso partito pure se cambia chi ci si siede sopra. In pratica, di dichiarare inammissibili le eventuali candidature di M5S o di Sel. Difficile che la rivendicazione di Brunetta possa essere accolta. Non sarà il Regolamento a levare le castagne dal fuoco...

Dunque si torna alla casella del «via»: la maggioranza deve trovare un accordo, sennò non ne esce viva. Da Bondi a Capezzone, dalla Ravetto a Prestigiacomo, è tutto un ultimatum minaccioso nei confronti di Letta e del Pd. Viene intimato loro di fare uno sforzo in più, di riconvertirsi dall'astensione al sostegno della «Pitonessa»: pretesa quasi impossibile da esaudire, perché la Santanché è il personaggio di gran lunga più odiato a sinistra (eccezion fatta per Lui, si capisce).

Tra l'altro, finora il Pd non ha dato grandi prove di compattezza nel segreto dell'urna, dove hanno fatto una brutta fine leader come Marini e Prodi, figurarsi la Santanché... A Largo del Nazareno la parola d'ordine è: prendere tempo. Passare l'estate, e chi vivrà vedrà. Se la ridono i grillini, «abbiamo mandato all'aria i giochi di palazzo». S'indigna Tabacci (Centro democratico): «Con tutti i problemi che ha l'Italia, possibile che la politica si avviti sulla Santanché?». E Casini, che pure appartiene alla Prima Repubblica, scuote schifato la testa: «Non è certo una bella pagina».

2 - «MI VOGLIONO TUTTI». E LA PITONESSA SPARISCE IL GIORNO PIÙ LUNGO DELLA DEPUTATA AZZURRA
Fabrizio Roncone per il "Corriere della Sera"

Alta, in bilico su quel tacco che oggi sarà stato pure 14, un capolavoro d'equilibrio attraversarci i marmi lucidi del Transatlantico, con i capelli biondi e sciolti sulle spalle, per poi andarsene, sparire.

La «pitonessa», a metà pomeriggio, è introvabile.
L'ultimo soprannome, Daniela Santanchè, e se l'è dato da sola, l'altro giorno. Quando ha cercato di spiegare che nel gran circo politico del Pdl non è né falco né colomba, ma piuttosto un rettile, capace di stritolarti e però anche di lasciarsi accarezzare. «Sì, mi sento una pitonessa» (furbissima, avrà naturalmente calcolato ogni possibile interpretazione di questa metafora).

Comunque adesso bisogna capire dove sia finita.
Fuori, sul piazzale di Montecitorio, solo il sole a picco e i sampietrini bollenti, l'unica frase che sono riusciti a strapparle è stata una specie di sospiro: «Sono abituata a dare, piuttosto che a ricevere». Il sorriso solito, ma stavolta un po' più plastico, immobile, forzato. E anche la voce: non squillante, ma come liscia, incerta. Su Twitter, quando aveva capito che neppure stavolta sarebbe riuscita a prendersi l'incarico di vicepresidente della Camera, l'unico graffio: «Con questa maggioranza, tutto si rinvia, nulla si decide».

Belle parole: ma dove s'è nascosta?
L'aspetto divertente della politica, qui a Roma, è che nessuno può pensare di fare una cosa, un incontro, una telefonata, in totale segretezza. Dopo un po', c'è sempre qualcuno, un'anima pia, un'anima nera, che intuisce, immagina, sa, e avverte. È così anche adesso. Arriva un sms. Testo: «La "pitonessa" è seduta davanti alla scrivania di Angelino Alfano, al ministero».

Proprio così. Daniela Santanchè è andata a chiedere spiegazioni ad Alfano. E ci è andata fisicamente.
Colloquio, come si dice in questi casi, riservato. Sui toni, e i contenuti, si può fantasticare in libertà. Il dato certo è che cinque minuti dopo l'uscita dal ministero della «pitonessa», Alfano si mette a cinguettare con Twitter: «Su Daniela Santanchè, nessun passo indietro. Anzi, si va avanti».

(Ora 17.45, sede del Pdl, via dell'Umiltà, quinto piano ).
Segretaria premurosa: «L'onorevole Santanchè è impegnata ancora per qualche minutino... Posso offrirle un caffè?».

Nessuna particolare agitazione in vista del prossimo trasloco. Aria condizionata bassissima, la stanza del Presidente Berlusconi (alla parete una sua gigantografia, un tristissimo salottino beige, uno spray deodorante accanto a un ficus benjamin secco) trasformata in sala d'attesa.

L'attesa dura mezz'ora. Poi dal corridoio arriva il rumore secco d'un passo di carica ed entra la Santanchè, che nel frattempo ha rimesso su lo sguardo raggiante d'ordinanza, la caratteristica smorfia che è un miscuglio di spavalderia e ironia, ecco di nuovo la vera Santanchè che siete abituati a vedere a «Porta a porta», da Santoro, o quando alza il dito medio per salutare i manifestanti, quando fa jogging con la fidanzata del capo, quando per il capo presidia il palazzo di Giustizia di Milano, quando scende dal Suv ed entra al Billionaire del suo amico e socio Flavio Briatore.

«Telefonate, telefonate e ancora telefonate. Mi spiace averla fatta aspettare» (mano tra i capelli, tailleur sobrio, girocollo in verità molto chic).

Sembra di ottimo umore...
«Cosa dovrei fare? Arrendermi? Non ci penso proprio. Io vado avanti e non arretro di un centimetro. E poi, dico: lo ha visto il fiume di dichiarazioni, no?».

Tutto il partito è con lei, da Alfano alla Calabria.
«E Brunetta? C'è pure Brunetta, eh? ...E la Gelmini... Lo so, lo so... certo, non c'erano dubbi, tutto il partito è schierato. A questo punto il problema devono sbrogliarselo quelli lì».

Quelli del Pd?
«Loro, e anche gli altri... Compresi Sel e il Movimento 5 Stelle».

Possibile che su questa storia, su questa fibrillazione lunga e imprevista, il governo possa addirittura rischiare qualcosa?
«Eh...».

Sapete quando la Santanchè fa gli occhioni e allarga le braccia, e sembra che stia per dirti qualcosa che però non può proprio dire. Intanto siamo arrivati all'ascensore.

«Mi cercano tutti, mi vogliono tutti. I giornali e i tigì vogliono sapere, vogliono capire. Prima, quando sono arrivata, giù al portone, mi sono addirittura trovata uno con una telecamera che, senza darmi tempo di fiatare, me l'ha subito puntata addosso... No, dico: calma, eh?».

Ad osservarla mentre fa graziosamente ciao e le porte dell'ascensore si chiudono, s'intuisce perfettamente l'uso quasi scientifico che fa della celebrità. La capacità di esserci e non esserci, di scomparire e riapparire, di rivelarsi cinica e diplomatica, ruvida e poi anche improvvisamente simpatica (un sabato mattina, l'anno scorso, nei giorni più cupi del Pdl, rispose al cellulare ansimando: «No, aspetti, non pensi male... non pensi che la Santanchè è operativa anche quando... è che sono a Cortina e sto facendo sci di fondo»).

Due settimane fa, insieme a Verdini e Capezzone, tre giorni chiusa ad Arcore con Berlusconi per mettere a punto nuove strategie, ragionare sul filo dell'orizzonte, immaginare un ritorno a Forza Italia, passare in rassegna le truppe parlamentari e stabilire di chi potersi fidare, e di chi no.

Negli equilibri di potere d'un partito particolare come il Pdl, quel weekend fu un segnale preciso. Alle 19, ne arriva un altro. La «pitonessa» esce dalla sede del partito e sale in macchina. Va all'aeroporto, torna ad Arcore. C'è Berlusconi che l'aspetta a cena (superfluo, o forse no, ricordare di quando, nel 2008, candidata con La Destra, lo accusò: «Silvio vuole le donne solo orizzontali»).

 

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