LA PIOVRA QATAR - GRAZIE A UNA RICCHEZZA SCONFINATA, LO SCEICCO AL THANI PUNTA A DIVENTARE IL NUOVO CALIFFO SUNNITA E LA CHIAVE È ‘CONQUISTARE’ GAZA - IL SOSTEGNO OFFERTO DA DOHA AI PALESTINESI (ANCHE SE I MILIONI PROMESSI ANCORA NON SI VEDONO) SERVE A SCALZARE L’IRAN E TURCHIA DAL RUOLO PAESI DI RIFERIMENTO - SPOSATA LA CAUSA DEI RIBELLI ANTI-ASSAD, AL THANI SI È TIRATO DIETRO ANCHE HAMAS…

Francesca Paci per "la Stampa"

Tra i cartelloni pubblicitari che colorano il mesto lungomare di Gaza campeggia l'emiro al Thani seduto accanto al premier Haniyeh sotto la scritta «Schiukran Qatar» (Grazie Qatar). Al loro posto, fino a due mesi fa, c'era la foto seriosa del presidente egiziano Morsi, il traghettatore della Primavera araba alla realpolitik scalzato se non dal cuore certamente dall'agenda tattica di Gaza.

Mentre il presente delle famiglie di Beit Laiya accampate nella palestra della Rimal School per ripararsi dalle esplosioni propedeutiche alla tregua dipende dal botta e risposta tra Israele e Hamas, il loro futuro passa da Doha. Da quando a fine ottobre l'ambizioso emiro ha attraversato il valico di Rafah per incontrare la leadership locale, primo capo di Stato a visitare ufficialmente la Striscia, i palestinesi hanno realizzato quanto l'influenza politica, ideologica e finanziaria dell'Iran, tangibilissima a Gaza fino a un paio d'anni fa, fosse in declino.

«Prima della cosiddetta primavera araba a Gaza c'erano due campi, da un lato i moderati e dall'altro il fronte Iran, Qatar, Hamas, Hezbollah e Islamic Jihad sostenuto da Libia e Algeria» spiega l'analista politico Talal Okal mentre il rombo degli F-16 spacca l'aria. Il terremoto del 2011 ha rimescolato le carte: «Libia e Algeria hanno preso strade autonome, la Siria è nel caos, l'Egitto si è messo alla guida del cambiamento, Hamas e Qatar dovevano riposizionarsi, così Doha ha sposato la causa dei ribelli anti-Assad e poi si è tirata dietro Hamas. Ora lo scenario è diverso, i due fronti si dividono lungo la linea sunniti-sciiti».

Il Qatar c'è, almeno a giudicare dai manifesti che gareggiano in gigantismo con i graffiti di Arafat e dello sceicco Yassin e dalla predilezione per Gaza della tv di Doha al Jazeera. Nel 2009, dopo il tentativo fallito di ospitare le varie fazioni palestinesi, da Meshal a Jibril al presidente Abu Mazen, l'emiro ha aperto un ufficio diplomatico nel quartiere di Tal el Aua, una palazzina elegante su cui sventola la bandiera bianca e marrone.

Eppure, nonostante la promessa d'investire 400 milioni di dollari a Gaza e l'assegno di 10 milioni di dollari per i feriti di queste ore, l'impressione è che la gente non sia veramente entusiasta dell'effusività qatariota.

«All'appuntamento con l'emiro c'era Hamas ma mancavano tutti gli altri partiti, Fatah, Pflp, Jihad Islamica, io stesso ero stato invitato alla cena ma ho cercato una scusa, il soft power del Qatar potrà conquistare le menti ma non i cuori dei palestinesi» confida un imprenditore che preferisce non esporsi data la «suscettibilità» dei politici locali. Hamas prende lo stipendio da Doha, mormorano i dirimpettai della Islamic National Bank, colpita lunedì da un raid mirato, e indicano gli sportelli bancomat fra le macerie.

«I palestinesi non si fidano dell'emiro e fanno bene» afferma Steve Sosebee, direttore del Palestinian Children's Relief Fund. Ha una storia personale da raccontare: «Nel 2010 scrissi alla sceicca Mozah perché all'Hamad Hospital di Doha avevo trovato il modo di far curare la 14enne Adil Sammuni, colpita alla testa durante l'operazione Piombo Fuso. Avevo i soldi, il medico, tutto: la sceicca doveva solo autorizzare il visto, non ha mai risposto, e non aveva trovato un interesse diretto. Alla fine in due settimane ho mandato Adil negli Stati Uniti, ma ho capito che al Qatar interessa solo la bandiera dei palestinesi».

La Gaza che oggi langue nella rovina è pur sempre una potenziale miniera d'oro, ideologica ma anche, in prospettiva, finanziaria. Seduto nell'ufficio deserto della Palestinian Contractors Union, il presidente Usama J. Kuheil ragiona delle ambizioni qatariote davanti alla mappa della Striscia di Gaza solcata da linee rosse e blu delle infrastrutture necessarie: «Due mesi fa l'ambasciatore dell'Emiro ci ha promesso 400 milioni di dollari per i nostri 5 progetti di Gaza, una città al sud e 4 autostrade.

Noi però, che pur quando troviamo i soldi non abbiamo materiali, abbiamo chiesto di comprare i 5 milioni di tonnellate di cemento necessario in Cisgiordania e in Israele anziché in Egitto per incoraggiare la riunificazione dei palestinesi.

Il Qatar ci ha lasciato fare, abbiamo incontrato il premier dell'Anp Fayad, il capo dell'area sud dell'esercito israeliano Tal Russo, siamo riusciti ad avere da tutti un via libera a condizione che Doha parlasse direttamente con Fayad ma il 4 novembre Doha ci ha lasciato capire di non volerlo fare con buona pace dei 15 mila operai palestinesi che avrebbero lavorato per 2 anni».

Di fatto, gli unici soldi di Doha giunti finora a Gaza sono quelli della Qatary Charity Association e del Qatary Red Crescent. I famosi 400 milioni di dollari, si mormora, sono piuttosto un'arma nella sfida egemonica in corso a Gaza tra Doha e Teheran, che qui conta ormai solo per le casse della Jihad Islamica.

«Il Qatar non ha ufficialmente fatto pace con Israele ma vi intrattiene rapporti di ogni genere» osserva un altro economista che preferisce restare anonimo. I palestinesi ipotizzano che il sostegno all'assediato Hamas serva al Qatar per consolidare la propria candidatura alla guida del fronte sunnita a cui anche la Turchia, un tempo più amichevole con l'Iran, si sta allineando.

La partita è appena iniziata. La Gaza che oggi nella stessa Nasser street assiste in meno di un'ora all'esecuzione di sei presunte spie israeliane e a tre raid, sarà un giorno da ricostruire, la grande casa di 1,7 milioni di abitanti destinati a triplicarsi in 50 anni. Secondo Usama J. Kuheil tra abitazioni e infrastrutture servirebbero 4 miliardi di dollari ma il business vero per lo sviluppo si aggira sui 10 miliardi di dollari. Con la compagnia telefonica Jawal che non regge il 3G in un Paese dove il cellulare è la finestra sul mondo, c'è solo da iniziare. Il Qatar l'ha capito per primo, Hamas per secondo. Sempre che la tregua regga.

 

MONTI CON L EMIRO AL THANI DEL QATAR Hamad bin Khalifa Al Thani qatar H MOHAMED AL THANI, SCEICCO DEL QATARHAMAS hamas-gazaHEZBOLLAHABU MAZEN abu mazenAbu Mazen

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