SEPPELLITI LA “PADANIA” E IL “NORDEST”, IL VENETO AVANZA LA SUA RIVENDICAZIONE INDIPENDENTISTA (CHE SIGNIFICA AUTOGOVERNO E NON NECESSARIAMENTE “SECESSIONE”)

Ilvo Diamanti per ‘La Repubblica'

Sono state accolte con qualche sorpresa e molta perplessità - per non dire incredulità - le notizie riguardo al referendum sull'indipendenza del Veneto. Promosso e organizzato dai movimenti autonomisti, il "plebiscito" si è svolto la scorsa settimana. Secondo i promotori, vi avrebbero partecipato circa tre elettori veneti (aventi diritto) su quattro. Quasi 2 milioni e mezzo. Con un esito "plebiscitario": 89% di "sì". Naturalmente, i dati sono ipotetici e non verificabili. Così, in Italia, è prevalsa la tendenza a liquidare l'iniziativa con un misto di sarcasmo e di scetticismo.

A differenza degli osservatori stranieri, che hanno, invece, trattato l'evento con attenzione. Non solo per il precedente (immediato) della Crimea. Ma, ancor più, per le tensioni indipendentiste che scuotono altri Paesi europei. In Gran Bretagna, Spagna, Belgio... Così, mentre cresce l'insoddisfazione verso l'Unione Europea, si acuiscono le divisioni all'interno degli stati nazionali. Per questo conviene prendere sul serio il segnale che proviene dal Veneto. Anche perché rivela sentimenti estesi. In misura, magari, non "plebiscitaria", come quella dichiarata dai "venetisti", ma, tuttavia, maggioritaria.

Lo conferma un sondaggio di Demos, condotto presso un campione rappresentativo di elettori veneti nei giorni scorsi (per la precisione: il 20 e il 21 marzo). La partecipazione al referendum, dai dati, esce ridimensionata. Ma resta, comunque, molto significativa. Quasi metà degli elettori veneti, infatti, sostiene di aver votato oppure di essere intenzionato a farlo. E poco meno dell'80% di essi si dice favorevole al quesito referendario: l'indipendenza veneta. Una posizione condivisa, d'altronde, da un terzo di coloro che dicono di non essere intenzionati a votare.

Nell'insieme, la maggioranza degli elettori (compresi nel campione) si dice d'accordo con l'ipotesi che "il Veneto diventi una repubblica indipendente e sovrana". Circa il 55%. Mentre i contrari sono poco meno del 40%. Dunque, l'indipendenza costituisce una prospettiva attraente per la maggioranza della popolazione. Piace, soprattutto, agli imprenditori e agli operai.

I lavoratori dipendenti e autonomi della piccola impresa, che costituiscono il "distintivo" economico e sociale del Veneto. Solo tra i più giovani - e, quindi, fra gli studenti - la posizione contraria all'indipendenza prevale nettamente. Oltre che fra i disoccupati. Anche dal punto di vista politico, gli orientamenti sono molto chiari. L'indipendenza veneta piace agli elettori di Destra (in particolare di FI) e, ovviamente, ai leghisti e agli "autonomisti". Ma prevale nettamente anche fra gli elettori del M5s, dove, peraltro, negli ultimi due anni è confluito gran parte del voto leghista. Il Veneto, d'altronde, è politicamente una zona di centrodestra. Forzaleghista (come la definiva Edmondo Berselli).

La distanza dei veneti dallo Stato nazionale, dunque, è cresciuta e oggi si traduce in aperto distacco. In misura molto maggiore che in passato. Tuttavia, molte cose sono cambiate, negli ultimi anni. La crisi, anzitutto, ha accentuato il risentimento verso lo Stato, riassunto, non solo simbolicamente, in Roma capitale. Le difficoltà economiche, infatti, hanno sollecitato maggiore sostegno e hanno reso più acuto il contrasto con il ceto politico e la burocrazia centrale.

A differenza del passato, inoltre, la rivendicazione indipendentista, oggi, non evoca patrie immaginarie, come la Padania, ma neppure aree poco definite e, internamente, differenziate, come il Nord. Com'è divenuto lo stesso Nordest. Richiama, invece, il Veneto. La Regione. Considerata l'ambito che suscita maggiore appartenenza da circa il 25% dei Veneti (Oss. Nordest per Il Gazzettino, settembre 2012).

Non a caso, la Lega (Padana), inizialmente tiepida verso l'iniziativa, l'ha, in seguito, sostenuta. Il governatore, Luca Zaia, in particolare. Che si prepara, a sua volta, a far votare al Consiglio veneto una proposta di legge per indire un referendum "formale" per l'indipendenza. Anche se incostituzionale, costituirebbe, comunque, per Zaia, il manifesto per una Lista civica (personale) in vista delle elezioni regionali dell'anno prossimo. Per compensare la debolezza della Lega.

D'altronde, la Liga Veneta è "la madre di tutte le leghe", come ebbe a definirla uno dei fondatori, Franco Rocchetta. Che venerdì sera era in piazza, a Treviso, a festeggiare il referendum e il mito dell'indipendenza veneta. Bisogna, dunque, prendere sul serio il segnale che proviene dal referendum. Al di là delle misure - ipotetiche - della partecipazione e del consenso dichiarate dagli organizzatori, la rivendicazione autonomista appare fondata e largamente maggioritaria. Al tempo stesso, bisogna interpretarne correttamente il significato. In-dipendenza significa, infatti, "non dipendenza".

E, dunque, autonomia. Autogoverno. Non necessariamente "secessione". Ne danno conferma le opinioni circa il modo migliore "per sostenere gli interessi del Veneto". La "piena indipendenza del Veneto", infatti, è sostenuta da una quota ampia, ma non superiore al 30%. Meno di quanti riterrebbero più utile "eleggere parlamentari migliori" (dunque, capaci di esercitare maggiore pressione "su Roma"). Mentre appaiono ampie anche le componenti "federaliste". È significativo come, fra gli stessi sostenitori dell'indipendenza veneta al referendum, quanti vedono nell'indipendenza "piena" la via maestra per affermare gli interessi regionali siano una maggioranza larga. Ma non assoluta: il 45%.

L'indipendenza, dunque, costituisce per i veneti e il Veneto un modo per denunciare, in modo estremo, il disagio nei confronti dello Stato centrale. L'insoddisfazione contro la classe politica e di governo. Non solo nazionale, ma anche regionale.

Da ciò, un'altra indicazione significativa. Soprattutto se si pensa al diverso impatto ottenuto dal referendum dei giorni scorsi rispetto alla manifestazione per l'indipendenza padana, promossa nel settembre 1996. Quando, in marcia lungo il Po per marcare la frontiera del Nord, si recarono pochi leghisti, spaesati e sparsi.

Per rappresentare il sentimento e il risentimento territoriale, oggi, conviene rinunciare a patrie immaginarie, come la Padania. Ma anche alle macroregioni oppure ad aree ampie - e differenziate. Come il Nord e lo stesso Nordest. Per storia, economia, identità e interessi, infatti, è sempre più difficile tenere insieme il Veneto con il Piemonte, la Lombardia e lo stesso Trentino Alto Adige. Treviso con Milano e Bolzano. La "questione Veneto", oggi, conta più di quella "settentrionale". E affievolisce il Nordest.

 

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