SILVIO SI ALLENA AI DOMICILIARI E SI LAGNA DELLA MANCATA SOLIDARIETA’ DI NAPOLITANO (CHE LO HA COTTO A FUOCO LENTO)

Francesco Verderami per "Il Corriere della Sera"

«Non ho ricevuto la solidarietà che mi aspettavo», dice il Cavaliere nel giorno in cui la Giunta del Senato innesca l'inesorabile procedura che lo porterà a decadere da parlamentare. La telecamera è spenta, l'ennesima e ultima versione del videomessaggio è già stata registrata. Ed è chiaro a chi si riferisce Berlusconi, che si mostra assai avvilito quando confida la propria amarezza a consuntivo di una trattativa finita come già pensava che finisse prima che iniziasse.

Un mese e mezzo di diplomazia con il Colle - partita l'indomani della sentenza che l'ha definitivamente condannato - non ha prodotto gli esiti da lui sperati. L'assenza di «solidarietà» diventa così agli occhi di Berlusconi un ulteriore indizio che si assomma ad altri vecchi indizi, un castello di congetture che nella sua mente sono infine diventate la prova della «congiura» orchestrata ai suoi danni.

Una tesi che più volte Gianni Letta ha provato a smontare, confutando l'esistenza di una regia istituzionale volta ad accompagnarlo alla porta della politica. Insieme all'ex sottosegretario anche altre personalità hanno cercato di dissuadere il Cavaliere, spiegandogli come il meccanismo giustizialista che si è innescato da anni non è più ancillare alla sinistra ma si è messo in proprio, fino ad avere ormai un radicamento sociale autonomo.

E per convincere il leader del Pdl sono state prodotte prove che dimostrerebbero la conflittualità di questo contropotere nei riguardi di chi tenta di arginarlo: dal trattamento mediatico riservato a Napolitano, fino alle recenti contestazioni subite da Violante alle feste del Pd.

Tutto inutile, Berlusconi è rimasto fermo nei suoi convincimenti se è vero che il videomessaggio è stato un modo per parlare a nuora perché suocera intendesse. Stavolta infatti la citazione delle toghe rosse braccio armato dei comunisti era un artificio retorico per celare il vero destinatario del suo discorso.

In questa chiave assumono quindi un altro significato le parole del Cavaliere, dal ricordo di aver «bloccato nel ‘94 la strada alla sinistra», al passaggio in cui sostiene che «insistono nel togliermi di mezzo con un'aggressione scientifica attraverso il loro braccio giudiziario», fino a quella sorta di avviso al navigante: «Si illudono di essere riusciti a escludermi dalla vita politica. Non è un seggio che fa un leader».

La decadenza si approssima. Da ieri si è fatta di un giorno più vicina. Ma c'è un motivo se il capo del centrodestra non può né vuole fare un passo indietro, se non accetta la strada dell'esilio politico che gli è stata offerta - a suo giudizio - da chi «sta tentando di annientarmi»: è convinto che deve restare in trincea in nome della sua famiglia, delle sue aziende e del suo partito, dunque di se stesso.

Berlusconi lo spiega senza veli quando la telecamera è ormai spenta: «Ho settantasette anni, e quelli che hanno la mia età hanno più vita alle spalle che vita davanti. Ma per uno come me non conta la qualità della vita che si ha davanti, conta quello che si è fatto nella vita che si ha alle spalle. Se ora mollassi lascerei distruggere tutto quello che ho costruito». Per l'imprenditore, l'uomo di sport, il leader politico che diceva di cercare «il giudizio della storia», è una fine «inaccettabile».

Così l'amaro consuntivo, l'avvilimento per la «solidarietà che non ho ricevuto» viene spazzato via da una battuta, innescata da una discussione sul suo prossimo futuro, sui mesi di pena che a breve dovrà iniziare a scontare. «Sette mesi e mezzo passeranno in fretta», dice sorridendo, in attesa di venire contraddetto. Infatti: «Dottore, in verità sono nove».

E il Cavaliere di rimando: «Eh no, sono chiuso in casa dal primo agosto. Questo mese e mezzo me lo devono scontare». Risate. E la consapevolezza che la prigionia estiva di Arcore è stata solo un assaggio di ciò che lo attende, perché non sono gli arresti domiciliari o i servizi sociali ad angosciarlo, ma l'interdizione che Berlusconi vorrebbe trasformare in un pulpito da cui difendersi.

Lo scudo tornerà a chiamarsi Forza Italia. Ma il problema per il Cavaliere sarà trovare chi possa dar corpo alla sua voce, chi possa sostituirlo fisicamente sulla scena politica. Ed è lì che non riesce a trovare una soluzione, infastidito per di più dalla rissa di quanti sgomitano nel partito. Non trova un sostituto, perciò evita di impugnare la durlindana elettorale, attestandosi (per ora) nella trincea del governo delle larghe intese. Da dove continuerà a parlare a nuora perché suocera intenda, «perché io non me ne vado».

 

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