SPENDING REVIEW CUCÙ – GIARDA, BONDI, CANZIO E COTTARELLI: QUATTRO COMMISSARI PER UN GRANDE BUCO NELL’ACQUA – CON L’ADDIO DI LURCH COTTARELLI IL RITORNO AI MALEDETTI TAGLI LINEARI AI MINISTERI

Gian Battista Bozzo per “il Giornale”

 

Carlo Cottarelli Carlo Cottarelli

Spending review goodbye. L'annuncio ufficiale dell'addio alla commissione per la spesa pubblica, Carlo Cottarelli lo dà a Washington. Il supercommissario se ne torna al palazzone del Fondo monetario internazionale, al numero 700 della diciannovesima strada. Non è passato neppure un anno dal suo insediamento: infatti, era stato chiamato nell'ottobre 2013 dall'allora ministro dell'Economia Fabrizio Saccomanni.

 

L'unico risultato concreto dell'operazione è stato, oltre al taglio di qualche auto blu, l'aver buttato nel cestino 258mila euro lordi di retribuzione per il supercommissario. «Nessuno a Roma è indispensabile - commenta - e il lavoro sulla spesa non è uno sprint ma una staffetta, qualcun altro andrà avanti».


Non che l'insuccesso sia colpa di Cottarelli, che ha prodotto montagne di carte e proposte tanto interessanti quanto politicamente indigeribili per il presidente del Consiglio. L'uomo che avrebbe dovuto riorganizzare il bilancio dello Stato è stato asfaltato nel giro di pochi mesi da Matteo Renzi. «I tagli sono scelte politiche, non tecniche», ha sibilato il premier, ed è subito parso a tutti un benservito.

renzi affacciato da palazzo chigi con maglietta biancarenzi affacciato da palazzo chigi con maglietta bianca

 

Nella prossima legge di Stabilità, di fatto, si sta ritornando ai «malefici» tagli lineari: 3 miliardi dalle Regioni, più di un miliardo e mezzo dai Comuni, 4 miliardi dai ministeri. Per la revisione organica di una spesa pubblica che supera gli 850 miliardi di euro l'anno bisognerà ancora aspettare.


Non è il solo Cottarelli ad essersi scontrato con il muro di gomma della politica e dell'amministrazione pubblica. Risultati simili, se non peggiori, li avevano ottenuti i suoi predecessori: Piero Giarda, Enrico Bondi, Mario Canzio (che resse un interim di pochi mesi). Giarda, che aveva presieduto dall'86 al '95 la commissione tecnica per la spesa pubblica al ministero del Tesoro, venne incaricato da Giulio Tremonti di presentare un rapporto sulla riorganizzazione della spesa. Il «rapporto Giarda» individuava la spesa aggredibile per circa 295 miliardi di euro. Naturalmente non c'è stata alcuna «aggressione», tanto che la spesa ha continuato a crescere tranquillamente.

Giulio Tremonti Giulio Tremonti

 

Dopo la nomina a ministro di Giarda, nel governo Monti, a guidare la commissione sulla spending review fu chiamato un noto tagliatore di spese, l'anziano manager Enrico Bondi. Monti aveva bisogno di qualcosa di più concreto del «rapporto Giarda» da presentare in Europa. Con uno stipendio annuo di 150mila euro, Bondi compulsò carte e documenti, e dopo poche settimane inondò di tabelle il Parlamento. Tabelle che evidenziavano gli sprechi ministero per ministero, Comune per Comune, Regione per Regione.

Piero Giarda Piero Giarda

 

La spesa venne analizzata confrontando i costi di funzionamento di ogni ufficio pubblico rispetto alla media standard calcolata dall'Istat. Risultato: le sforbiciate erano destinate alle amministrazioni più attive che, spendendo di più in servizi, venivano punite. Un vero pasticcio. A pochi mesi dall'incarico, nel gennaio 2013 Bondi se ne andò lasciando in eredità tante carte e nessun taglio di spesa.

ENRICO BONDI ENRICO BONDI


Per poco più di tre mesi la commissione per la spesa pubblica finì nelle mani del ragioniere generale Mario Canzio (senza retribuzione aggiuntiva), che nel maggio 2013 venne sostituito. Arriviamo così all'ottobre scorso, con l'arrivo di Cottarelli dal Fmi. Col ministro Saccomanni presenta in Europa un piano di tagli imponente: 32 miliardi nel triennio 2014-2016.

mario canzio mario canzio

 

Finora è stato tagliato qualche spicciolo (e spesso solo sulla carta, come nel caso degli stipendi dei dipendenti del Parlamento). La spending review è, nei fatti, morta e sepolta. Eppure all'estero c'è chi la fa, e con successo: ad esempio, 35 miliardi di risparmi in Olanda, 80 miliardi nel Regno Unito. Da noi, si spende qualcosa in carta e stipendi, poi si torna ai vecchi e cari tagli lineari.

 

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