1. LO SPETTACOLO PEGGIORE NON È TANTO QUELLO OFFERTO DA UNA CLASSE POLITICA E DA UN GOVERNO (NOMINATO DALL’ALTO E INDIFENDIBILE), MA DAI MEDIA (TUTTI) CHE ASSISTONO ALLA “GUERRA TRA BANDE” SENZA SPIEGARE LA PRIMA DELLE ANOMALIE (O ENORMITÀ) CHE MINA ALLE FONDAMENTA L’ESECUTIVO LETTA E IL “PAPOCCHIO” NAPOLITANO 2. IN QUALE SISTEMA POLITICO IL PARTITO DI MAGGIORANZA RELATIVA (IL PD ORA GUIDATO DA EPIFANI) PUÒ APPRESTARSI, CON UN VOTO SOLENNE NELL’AULA DI PALAZZO MADAMA, A MANDARE AGLI ARRESTI (DOMICILIARI) E A LIQUIDARE POLITICAMENTE IL LEADER-PADRONE DEL SUO ALLEATO A PALAZZO CHIGI, SENZA CALCOLARNE LE CONSEGUENZE? 3. AL MOMENTO DI FARE ANDATA-RITORNO AL QUIRINALE RE GIORGIO NON SAPEVA CHE IL “CASO” BERLUSCONI ERA UNA FERITA APERTA E NON RIMARGINABILE NEL TEMPO? E IL PD COME IMMAGINAVA DI POTER TENERE FUORI DALLA MISCHIA GIUDIZIARIA IL GOVERNO LETTA?

DAGONALISI
Tra Cainani e Ballerine la crisi che ci aspetta è davvero uno spettacolo unico e, speriamo, irripetibile per gli italiani che appena sette mesi fa, spinti da una scelta precipitosa e irrituale del capo dello Stato, sono andati allegrotti alle urne votando con il Porcellum (imperdonabile) dopo che il governo di Mario Monti aveva fallito anche nel mettere un argine al debito pubblico.

A conteggi ultimati, Giorgio Napolitano (in scadenza di mandato) ha dovuto prendere atto che la torta elettorale era divisa in tre parti all'incirca di pari peso parlamentare, ma dal gusto (politico) assai diverso e indigesto da digerire per tutti. A iniziare dall'inquilino del Colle.

Alla Camera il Pd di Culatello Bersani raccoglieva il 25,42%; un identico risultato azzeccava sulla ruota del "voto di protesta" il movimento di Beppe Grillo (25,58%9). Una fetta, pari al 21,56%, era il magro pasto racimolato da Silvio Berlusconi e dal suo Popolo delle libertà. Briciole per sopravvivere e condizionare gli avversari, niente di più e di meglio.

La peggiore performance del Cavaliere da quando è sceso nell'arena politica.
Il "cavallo di razza", Rigor Mortis, entrato in pista grazie alla biada offertagli generosamente dalle stalle del Quirinale, si rivelava al tempo stesso un ronzino supponente che alla prima curva "rompeva" fermandosi - di botto - sotto la soglia del 10% (8,30%). Finendo così per disarcionare nell'impresa tragica sia Pierfurby Casini sia Gianfry Fini, gli ultimi due presidenti di palazzo Montecitorio.

La diciassettesima legislatura, preceduta dalla rielezione di Bellanapoli al Quirinale, a dispetto delle piaggerie dei media, non poteva riservare allora grandi attese riguardo alla tenuta del quadro politico-istituzionale. O alla stessa soluzione di una crisi economica-finanziaria. Una crisi che morde e immiserisce le tasche dei cittadini. Anche di quanti (degni e numerosi), in buona fede, pensavano che l'ex comico Grillo potesse risolvergli i loro problemi (assillanti). Una pia illusione.
Una delle tante raccolte negli anni da chi cavalca, troppo spensieratamente, l'antipolitica e ha in odio i partiti tout court.

Il "governo del fare" di Enrico Letta, imposto come condizione "sine qua non" da Napolitano al momento di accettare un nuovo mandato settennale, nasceva così dalla coatta-abitazione tra le due forze politiche che da vent'anni si scannano in nome (o contro) il Grande Imputato (ora condannato) Silvio Berlusconi.

E il finale di partita (a breve) dell'esecutivo guidato dall'ex poulain di Beniamino Andreatta, era noto. Nonostante i giornaloni dei Poteri marci, ancora una volta, si erano tramutati in corazzieri-pasdaran delle ragioni di Bellanapoli e delle sue scelte per palazzo Chigi (e dintorni).

Tant'è che lo spettacolo peggiore non è tanto quello offerto da una classe politica e da un parlamento (nominato dall'alto e indifendibile), ma dai media (tutti) che assistono alla "guerra tra bande" senza spiegare la prima delle anomalie (o enormità) che mina alle fondamenta l'esecutivo Letta e il "papocchio" Napolitano.

In quale sistema politico il partito di maggioranza relativa (il Pd ora guidato da Epifani) può apprestarsi, con un voto solenne nell'aula di palazzo Madama, a mandare agli arresti (domiciliari) e a liquidare politicamente il leader-padrone del suo alleato a palazzo Chigi, del Popolo delle libertà, senza calcolarne le conseguenze?
Il che non significa difendere il Cainano o la corte dei suoi "camerieri" (Scalfari). Anzi.

E ancora.
Al momento di fare andata-ritorno al Quirinale il presidente della Repubblica non sapeva che il "caso" Berlusconi era una ferita aperta e non rimarginabile nel tempo?
E il Pd come immaginava di poter tenere fuori dalla mischia politico-giudiziaria il governo Letta?
Con quale stratagemma o alchimia?
Ah saperlo, anche dal sommo Eugenio Scalfari.

Forse "ignorando i fatti", come suggeriva lo storico americano Henry Adams?
Un esecutivo sta in piedi grazie a una maggioranza qualificata in parlamento e non può essere in nessun caso "neutrale" o tramutarsi in un gabinetto "del presidente" super partes.
Eppure il finale di questa crisi, aperta da Berlusconi sicuramente non "al buio" con il ritiro della delegazione di governo, potrebbe riservarci un esito contrario alle previsioni: elezioni anticipate in autunno.

Del resto il Cavaliere e i cosiddetti "falchi" di Forza Italia un passo indietro (per rientrare sulla strada stretta della correttezza istituzionale) già l'hanno fatto dopo la "sparata" a dir poco inusuale (per altri "eversiva") di far dimettere in massa i propri parlamentari, con l'uscita dei propri rappresentanti dal governo.

Una pratica consolidata nel nostro ordinamento parlamentare anche se l'ennesimo diktat del Cainano per la prima volta rischia davvero di far implodere Forza Italia, cioè l'ex Popolo delle libertà.
Ma nelle prossime ore, non sarà né l'appello ai moderati (Battista sul Corriere) né la ricerca affannosa di una nuova maggioranza al Senato (all'appello ne mancherebbero soltanto 25) a chiarire un quadro politico-istituzionale che da parte loro i media contribuiscono a rendere ancor più fumoso e incomprensibile.

Il destino del Cavaliere, insomma, ancora una volta è nelle sue mani.
E' lui il Grande Giocatore d'azzardo che dopo i numerosi bluff messi a segno stavolta non può sbagliare la puntata massima al Casino della crisi. Lasciando così la vincita intera al croupier della roulette (russa) appena avviata dall'apertura della crisi.

Già. Una volta appurato che, con le buone o con le cattive, il capo dello Stato con qualche melina di troppo non scioglierà il Parlamento per consentire il voto anticipato a metà novembre - puntando invece a un "governo di scopo" per riscrivere la sola legge elettorale con il ritorno alle urne soltanto nella prossima primavera -, a quel punto il Cainano avrà tutto da perdere (compresa la libertà personale con i possibili contraccolpi finanziari sulla sua Mediaset) e poco da guadagnare dall'aver spezzato tutti i fragili fili di una trama fin qui inestricabile.

 

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