TELEFONATE MANCINE AL COLLE - IL PM INGROIA HA INTERCETTATO L’EX MINISTRO DA OTTOBRE SCORSO: “L’INCHIESTA STATO-MAFIA VA VERSO IL NULLA” - LO DICE A LORIS D’AMBROSIO, BRACCIO DESTRO DI NAPOLITANO, CHE AGGIUNGE: “OGNI GIORNO CI METTONO UN’ALTRA SPARATA DI FANGO” - E LA PROCURA DI PALERMO CHIEDE LA PROROGA PERCHÉ MANCINO “PROVA A INTERCEDERE CON GLI ALTRI VERTICI PER EVITARE IL TEMUTO CONFRONTO CON MARTELLI O AVOCARE L’INDAGINE”…

Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza per "il Fatto Quotidiano"

Un lavoro "inconcludente". È il giudizio che Loris D'Ambrosio, lo spin doctor del Quirinale, manifesta al telefono il 7 dicembre 2011 a Nicola Mancino, parlando dell'indagine della Procura di Palermo sulla trattativa Stato-mafia.

Quella sul dialogo a distanza tra pezzi delle istituzioni e boss di Cosa Nostra è un'inchiesta - così dice il consigliere giuridico di Napolitano - "che va verso il nulla", nella quale "ogni tanto esce qualcuno con un pezzo di memoria". E se il premier Mario Monti, a Palermo nell'anniversario della strage di Capaci, ha commemorato le vittime della mafia proclamando solennemente che "l'unica ragion di Stato è la verità", D'Ambrosio parlando con Mancino teorizza invece che l'impegno degli inquirenti palermitani per far luce sui lati oscuri del biennio '92-'93 sia "un po' tutto folle". Al telefono, insomma, il consigliere del Quirinale è un uomo dai giudizi sferzanti e dalle solide certezze.

Tutto il contrario di come apparirà qualche mese dopo, il 20 maggio 2012, seduto davanti al procuratore Francesco Messineo e al pm Nino Di Matteo che gli contestano il contenuto delle intercettazioni telefoniche con Mancino. Lì, nella stanza della Procura di Palermo, il tagliente D'Ambrosio (colto in fallo per aver detto al telefono all'ex presidente del Senato di aver visto nel giugno '93 Francesco Di Maggio, scriversi da solo il decreto presidenziale di nomina al Dap, nella stanza di Liliana Ferraro in via Arenula) lascia il posto a un teste confuso fino al balbettio: "Se dico Dpr... non dico Dpr... ma parlo di un'idea di Dpr".

Ma con Mancino, al telefono, quel 7 dicembre, il piglio di D'Ambrosio è feroce: "Ogni giorno ci mettono - dice - un'altra sparata di fango". Al punto che l'ex vicepresidente del Csm, incoraggiato, commenta: "Ma questo disonora una persona, che sarà uno solo su sessanta milioni di abitanti, ma questo uno solo ha diritto a una tutela, io non lo so che fare''.

Per Mancino, che in quello scorcio di fine anno non è ancora indagato, l'inchiesta di Palermo è del tutto priva di fondamento. Al telefono, si sfoga con il consigliere di Napolitano: "Ma di che cosa state trattando, se una persona confida: io ho fatto in assoluta solitudine... E il prefetto Rossi, vice-capo della Polizia, dice: ma noi non avevamo saputo niente, perché a noi ci tenevano all'oscuro di queste questioni... che volete". L'allusione è all'ex guardasigilli Giovanni Conso e alla sua decisione nel novembre del '93 di non prorogare 334 provvedimenti di 41 bis, assunta - come lui stesso ha detto - "in perfetta solitudine".

Conso, che non è stato creduto dai pm di Palermo, è indagato per false dichiarazioni al pm. Mancino, che in quel momento non lo sa ancora, sbotta contro la procura di Ingroia e Di Matteo: "Io non lo so se debbo fare l'ennesimo esposto al signor capo dello Stato, perché questi... eeeh... io non ho parlato con i giornalisti, ma loro hanno parlato e hanno fatto uscire... diciamo dalle agenzie... dalla dcrono (Adn Kronos, ndr) notizie relative alla mia deposizione".

E quando poche settimane dopo, il 22 febbraio 2012, si diffonde la notizia di un avviso di garanzia a Calogero Mannino per minaccia o violenza a corpo politico dello Stato, Mancino viene colto da una preoccupazione profonda. Il 23 febbraio, al telefono con la moglie, esclama: "A Palermo stanno succedendo cose terribili''. Il giorno dopo, il 24 febbraio, è costretto a sottoporsi all'ennesimo interrogatorio.

Sono già tre mesi che Mancino è intercettato e la Dia, in una nota del 10 aprile 2012, fatta propria dalla Procura che chiede la proroga delle intercettazioni, segnala "i tentativi di Mancino di intercedere presso alti vertici delle istituzioni, al fine di evitare il temuto confronto con Martelli o forse, ancora peggio, sulla scorta del contenuto delle telefonate, spostare ad altra sede o avocare l'indagine sulla trattativa''. E non solo. "Dalle telefonate appare chiaro - è scritto nella nota - che il quadro indiziario della cosiddetta trattativa potrebbe allargarsi e coinvolgere altri soggetti".

La decisione di intercettare Conso e Mancino scatta nell'ottobre precedente, quando i pm, dopo avere acquisito le deposizioni all'Antimafia e le carte del Dap, decidono di fare il "grande salto" convocando i due ex ministri.

È a questo punto che la procura chiede di intercettare, oltre agli ufficiali dei carabinieri, anche i due illustri esponenti delle istituzioni, nell'ipotesi, scrive il gip Riccardo Ricciardi il 4 novembre 2011, che "possano entrare in contatto tra loro o con altri soggetti che in quel medesimo arco temporale rivestivano cariche di rilevante importanza all'interno del Dap, per riferire elementi utili alle indagini sulla trattativa tra lo Stato e Cosa nostra, di cui non si è ancora a conoscenza, se non addirittura per concordare tra loro versioni di comodo in vista degli imminenti interrogatori ai quali verranno sottoposti". Parole rivelatesi, ai massimi livelli, profetiche.

 

 

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