THE OBAMA DELUSION - ZINGALES BOCCIA IL PRESIDENTE DEI SOGNI: “SAPER FARE UNA BUONA CAMPAGNA ELETTORALE NON VUOL DIRE SAPER GOVERNARE” (CAPITO RENZI?)

Luigi Zingales per "L'Espresso"

Il sostegno alla politica estera del presidente Barack Obama è crollato dopo la maldestra gestione della crisi siriana. Secondo un sondaggio di Pew Research/USA Today solo il 33 per cento degli americani approva il suo operato in questo campo. Ma i sondaggi sulla sua politica economica non sono molto meglio: Gallup riporta una percentuale di consenso di solo il 35 per cento, contro un 62 di contrari. Questi sondaggi sono più difficili da capire visto lo stato dell'economia.

Il Prodotto interno lordo (Pil) Usa entra nel suo quinto anno di crescita, con un + 2,5 per cento. La disoccupazione, che nei primi mesi del suo mandato aveva raggiunto il 10 per cento, è scesa al 7,3. Il mercato azionario ha raggiunto nuovi massimi, superando il livello pre crisi. Qualsiasi leader europeo darebbe la mano destra per avere indicatori economici a questi livelli, perché ad Obama questo non basta?

In parte soffre per l'eccesso di aspettative. Nel 2008 la campagna elettorale di Obama aveva aspetti messianici: «Io sono quello che tutti noi stiamo aspettando», diceva uno dei suoi slogan. Partendo da questi livelli è difficile non deludere. Gli strascichi della situazione economica che ha ereditato (la peggiore del dopoguerra) contribuiscono a creare scontento.

Una disoccupazione del 7,3 per cento può sembrare bassa ad un italiano, ma per un americano, abituato al 5 per cento, è causa di scontento. Come nel caso della Siria, però, l'impopolarità di Obama è anche frutto dei suoi errori e della sua inesperienza.

Il principale errore di Obama (e dei suoi advisor) è di non aver capito la natura della crisi. Recessioni prodotte da crisi finanziarie sono profondamente diverse dalle tipiche recessioni prodotte da una contrazione monetaria. Tagli fiscali e una politica monetaria espansiva bastano a curare le seconde. Per le prime occorrono interventi per favorire la rinegoziazione del debito e la ricapitalizzazione del settore finanziario. Obama è stato timido o inesistente su entrambi i fronti.

Ha preferito giocare tutto il suo potere sulla riforma sanitaria. Su questo fronte ha ottenuto un risultato eccezionale ed irreversibile: l'assistenza medica per tutti. Il modo come questo risultato è stato raggiunto, però, ha avuto forti conseguenze negative sull'economia. L'aumento dei costi per le imprese ha ridotto gli incentivi ad assumere. E il probabile buco di bilancio creato dalla riforma contribuisce ad aumentare i timori per l'esplosione del livello debito, che sotto il suo mandato è quasi raddoppiato.

In campagna elettorale Obama aveva promesso di andare al di là delle divisioni partitiche. In pratica si è dimostrato incapace di mediare tra i repubblicani, che controllano la Camera, e i democratici. Una grossa fetta di colpa va ai repubblicani, che sembrano giocare la strategia del tanto peggio tanto meglio. Ma un buon presidente è in grado di esercitare moral suasion e di scendere a compromessi, come fece Clinton quando si trovò di fronte una maggioranza repubblicana al Congresso. Obama non è stato in grado di farlo.

Ma il fallimento più grande che gli americani rimproverano ad Obama è di non aver mantenuto la promessa di difendere la classe media. Nonostante il Pil sia il 4 per cento sopra al livello pre-crisi, almeno la metà delle famiglie americane sta peggio oggi di cinque anni fa. Neppure George W Bush aveva fatto così male. Dobbiamo concludere che la sua politica economica è stato un fallimento? No. L'assistenza medica per tutti è stato un grosso risultato.

La politica nei confronti di Gm e Chrysler ha funzionato meglio di ogni più rosea previsione, creando 341mila posti di lavoro nel settore automobilistico. E il pacchetto di stimolo fiscale approvato appena eletto, pur sbilanciato nei suoi contenuti, ha contribuito ad evitare il peggio durante la crisi.

La colpa principale di Obama è di aver deluso le attese. Nel 2008, all'inizio delle primarie americane, lamentavo su "l'Espresso" la mancanza di esperienza gestionale dei principali candidati. Purtroppo, la storia mi ha dato ragione. La presidenza Obama conferma che saper far bene campagna elettorale non equivale a saper governare bene. È una lezione che anche noi italiani dobbiamo tenere bene a mente.

 

 

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