consip sallusti travaglio

TRAVAGLIO GONGOLA PER L’INCHIESTA CONSIP CON WOOCOCK PROSCIOLTO DALLE ACCUSE E SE LA PRENDE CON I GIORNALONI CHE HANNO SPARATO CONTRO IL PM ANGLO NAPOLETANO. MA L’UNICO CHE RISPONDE E’ SALLUSTI – “CANE NON MANGIA CANE”, DICE IL DIRETTORE DEL 'GIORNALE'

 

1 - MA LA VERGOGNA NON SI ARCHIVIA

Marco Travaglio per il Fatto Quotidiano

 

DEL SETTE RENZI LOTTI CONSIP

Abbiamo spesso criticato la Procura di Roma per le sue timidezze sullo scandalo Consip, che finora hanno dato l' impressione di indagare più sulle fughe di notizie ai giornali (e, fra questi, solo al Fatto) che su quelle ben più gravi agli indagati e soprattutto sulla notizia: l' ipotesi di traffico d' influenze illecite di Tiziano Renzi e del fido Carlo Russo per raccomandare alla Consip Alfredo Romeo sull' appalto più grande d' Europa. Oggi però diamo volentieri atto ai pm capitolini di aver chiuso presto e bene l' indagine aperta sei mesi fa su Henry John Woodcock e Federica Sciarelli.

 

Il pm anticamorra era sospettato di aver istigato il capitano del Noe Gianpaolo Scafarto a inventarsi uno spionaggio dei Servizi (falso in atto pubblico) e di aver passato - tramite la Sciarelli - carte segrete di Consip a Marco Lillo (rivelazione di segreto). Noi avevamo subito detto che la nostra fonte non era Woodcock (mai avuto uno straccio di notizia da lui). Né la Sciarelli. Né Scafarto.

 

CONSIP CARABINIERI

Ovviamente non bastava la nostra parola per convincere i pm che stavano prendendo un granchio, anche perché il segreto professionale impediva a Lillo di rivelare la sua vera fonte. Dunque la Procura tirò diritto, con una durezza mai vista con altri pm sospettati di fughe di notizie (telefoni sequestrati alla Sciarelli, ma non a Tiziano Renzi, Del Sette, Saltalamacchia & C.).

 

Un "accanimento", per usare un termine orrendo ma molto in voga sulle indagini eccellenti, che non trovava riscontro in alcun fatto schiacciante o almeno indiziante. Solo due brevi telefonate fra Lillo e l' amica-collega Federica; e la presenza degli iPhone di Lillo e Sciarelli nelle stesse ore sotto la "cella" telefonica di piazza Mazzini, dove la giornalista lavora in Rai e il nostro vicedirettore risiede. Ora però, incrociati tutti i dati e sentiti quasi tutti i protagonisti (tranne Lillo), i pm hanno tempestivamente riconosciuto di aver preso un abbaglio e scagionato i due indagati, senza trascinare l' inchiesta con un' altra proroga semestrale che li avrebbe tenuti inutilmente sulla graticola e sotto il tiro incrociato.

SCIARELLI E WOODCOCK

 

 Se, com' è ragionevole visto il deserto probatorio, il gup sarà altrettanto solerte nell' archiviare, Woodcock e Sciarelli potranno tornare serenamente al loro lavoro, lasciandosi alle spalle questa brutta disavventura. Di solito, appena un politico o un potente viene indagato e poi archiviato, parte il coro di chi pretende le scuse dei pm che han fatto le indagini e dei cronisti che le hanno raccontate. Pretesa assurda: le indagini servono per stabilire se uno ha commesso reati o no, e raccontarle è dovere di cronaca.

 

Ma nel caso Woodcock c' è stato ben di più, e non sul fronte giudiziario, ma su quello mediatico: i grandi giornali, i tg e molti talk show si sono tuffati sull' inchiesta con voluttà e compiacimento: eppure sapevano che non c' era un solo fatto a carico di Woodcock, mentre la Sciarelli aveva avuto il grave torto di rispondere a una telefonata di Lillo (e solo per dirgli che non sapeva se il pm fosse a Roma).

 

marco lillo

Woodcock e, per estensione, la Sciarelli "dovevano" essere colpevoli, perché qualcuno aveva deciso così. Chi? Alcuni nostri concorrenti che non si sono ancora riavuti dagli scoop di Lillo; il trasversalissimo partito politico-affaristico-mediatico dell' impunità, sempre a caccia di pretesti per gettare fango sui pm più coraggiosi e incontrollati e propiziare leggi bavaglio su indagini e intercettazioni; e naturalmente Matteo Renzi, i suoi cari e i giornalisti al seguito, ansiosi di distrarre l' attenzione dai traffici del Giglio Magico col fumo negli occhi dell' inchiesta sull' inchiesta. Bastava leggere il suo libro Avanti, uscito il 12 luglio, per avere in anticipo il copione dei tre mesi seguenti: "Woodcock mi intercetta (Renzi allude alle telefonate fra lui e l' amico generale della Gdf Michele Adinolfi, indagato e poi archiviato nell' inchiesta Cpl Concordia: ma l' intercettato era l' ufficiale, non lui, ndr).

EMANUELE SALTALAMACCHIA

 

Apprenderò dell' intercettazione mentre sono presidente del Consiglio, grazie a uno scoop del Fatto firmato da Marco Lillo. Segnatevi mentalmente questo passaggio: Procura di Napoli, un certo procuratore, il Noe, il Fatto, un certo giornalista Siamo nel 2014, non nel 2017. Che poi i protagonisti siano gli stessi anche tre anni dopo (quando Lillo fa gli scoop su Consip e sulla telefonata fra Renzi padre e Renzi figlio, ndr) è ovviamente una coincidenza". La trama è chiara: Woodcock e il Noe passano a Lillo la telefonata Renzi-Adinolfi nel 2014 e le notizie su Consip nel 2016-17: bingo!

 

michele adinolfi

La ripetono a pappagallo i fedelissimi renziani, alcuni dei quali chiedono (invano) al ministro Andrea Orlando di sguinzagliare gli ispettori alla Procura di Napoli, come B. ai tempi d' oro. La scrivono quasi tutti i giornali, dal Corriere a Repubblica, dal Messaggero al Mattino, dal Giornale al Foglio. La fa propria il Pg della Cassazione, che avvia l' azione disciplinare. E la rilanciano vari membri del Csm (a partire dal renzian-boschiano Giuseppe Fanfani), che aprono un procedimento per trasferire Woodcock da Napoli e interrogano i suoi capi e financo una pm di Modena per dimostrare ciò che non possono provare perché è falso: la telefonata Renzi-Adinolfi il Fatto la trovò in un fascicolo su Cpl Concordia segretato da Woodcock, ma finito ugualmente agli avvocati, dunque pubblico; e mai Woodcock parlò col Fatto del caso Consip.

ALFREDO ROMEO

 

Per fortuna, grazie anche alla solerzia della Procura di Roma, il tempo è stato galantuomo con due galantuomini. Invece chi li ha infangati e ha mentito sapendo di mentire dovrebbe nell' ordine: chiedere scusa; vergognarsi; piantarla; andare a nascondersi.

 

2 - CHI GUARDA IL DITO, CHI LA LUNA E CHI WOODCOCK

Alessandro Sallusti per il Giornale

 

La richiesta di non luogo a procedere nei confronti del pm John Henry Woodcock e della sua compagna Federica Sciarelli per la fuga di notizie sul caso Consip ha fatto scattare gli squilli di tromba dei fedelissimi della procura napoletana. Ecco la prova scrive Marco Travaglio a nome dei soci che il complotto contro Renzi (padre e figlio) era una bufala: «Ora chiedete scusa e andate tutti a nascondervi», chiosa nel suo articolo il direttore de Il Fatto Quotidiano.

CARLO RUSSO

 

In carriera ho visto tanti tentativi di manipolare i fatti a proprio piacimento, ma questo raggiunge vette fino ad ora mai raggiunte. Che non ci sarebbero state prove evidenti sul fatto che fosse stata la manina di Woodcock a fare uscire dagli uffici carte riservate lo davo da subito per scontato. Parliamo di un reato praticamente indimostrabile, tendendo ad escludere che un magistrato pur fesso che sia - veicoli documenti per posta elettronica od ordinaria.

 

Che il fatto sia avvenuto è certo, manca solo il nome del colpevole. Se parlassimo del direttore di un giornale, la condanna del pm sarebbe automatica, perché noi come in tutte le professioni - a differenza dei magistrati, purtroppo rispondiamo in solido di omesso controllo sull' operato dei nostri collaboratori. Ma la manipolazione principale della ditta Travaglio sta nel voler far credere che il «complotto» sia la fuga di notizie e non il loro contenuto. Si dice che quando il saggio indica la Luna, lo stolto guarda il dito.

MATTEO E TIZIANO RENZI

 

In questo caso il dito è la divulgazione illegale, la Luna sono i falsi accertati dell' inchiesta condotta da Woodcock, falsi che riguardando il padre dell' allora presidente del Consiglio e che se non fossero stati smascherati in tempo avrebbero potuto innescare una crisi politica e istituzionale.

WOODCOCK

 

Nessuna scusa, quindi. Semmai è imbarazzante che la magistratura non sia stata capace di dare un nome a un servitore dello Stato infedele. Del resto, come noto, cane non mangia cane, e il risultato è che un pm sotto la cui regia è stata avviata un' inchiesta con false intercettazioni e false ricostruzioni sulla famiglia del presidente del Consiglio continuerà a fare il suo lavoro.

 

Se qualcuno deve «andare a nascondersi» e «vergognarsi», quel qualcuno non siamo di certo noi che teniamo ben fisso lo sguardo sulla Luna.

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