TROIE, TROIKE E APPALTI - CHE INCROCI FORMIDABILI CON TARANTINI! - L’IMPRENDITORE DALEMONE ENRICO INTINI LO CONOSCE DA TOTÒ CASTELLANETA E CON DE SANTIS SI RITROVAN TUTTI E TRE A FORAGGIARE ‘’FARE METROPOLI’’, LA FONDAZIONE DI PENATI - INTINI: L’ANTI-GIANPI CHE SI AVVICINA A GIANPI PERCHÉ GLI APRA “NUOVE PROPETTIVE” - QUANDO DISSE: “QUALCHE VOLTA LA MARCHETTA È UTILE PER SOPRAVVIVERE”…

Goffredo Buccini per il "Corriere della Sera"

Se questo fosse un fumetto, lui sarebbe l'Uomo Invisibile. Frugando negli archivi, troverete al massimo un paio di foto di Enrico Intini, le stesse da anni: paffutello, occhialuto, un secchione prudente. Perché, per quanto il suo sconsiderato sodale Gianpi Tarantini fosse attratto come una falena dalle luci psichedeliche del Gorgeous e dai paparazzi del Billionaire, lui ha sempre preferito l'ombra e il silenzio per curare in pace gli affari del suo gruppo (quarantaquattro società, quattromila dipendenti): concedendosi al più il lusso della Jaguar sotto l'ufficio e la botta di vita di una grigliata al Boschetto, nel verde della sua natìa Noci, tra le masserie dell'entroterra barese. Gente di poche chiacchiere, quaggiù, bisogna partire da questa parsimonia lessicale per capire.

A Bari, per esempio, anche i sassi sostengono che Intini sia un vecchio amico di D'Alema, come del resto Roberto De Santis e Totò Castellaneta, gli altri due personaggi di una troika che troviamo stabilmente negli ormai romanzeschi fascicoli di Gianpi. Eppure, Intini ha sempre ridimensionato la faccenda, con understatement britannico: «Amici? Credo che Massimo non sappia davvero quello che faccio!». C'è invece da sperare che lo sapesse, che insomma ne conoscesse l'onorabilità, prima di accettare da lui, come raccontano nei salotti pettegoli del quartiere Murat, l'offerta di uffici in un palazzo liberty con vista sul porto da dividere nel 2006 col prodiano Paolo De Castro, forse primo vagito di un Pd barese ancora molto al di là da venire.

In qualche misura, dunque, l'invisibile Intini è una sorta di anti-Gianpi, un Tarantini rovesciato. Basti ricordare l'uso smodato che il lenone più famoso d'Italia ha fatto dal 2008 in poi del nome di Silvio Berlusconi: «Il capo del governo era il suo negozio, e lui non è mai stato una persona riservata. Si dice che il segreto del successo sia proprio il segreto, ma Tarantini non ha seguito questo motto. Non riusciva a trattenere la gioia di aver imbastito questa relazione, ormai c'era la fila per parlare con lui. Ovviamente per avere un aggancio con Berlusconi», raccontò l'estate di due anni fa, in pieno affaire D'Addario, lo stesso Intini al Corriere.

E dunque chissà quale cedimento al mondo degli homines novi deve essergli sembrato mettersi pure lui in fila, sotto la tutela del ciarliero giovanotto («mi apriva nuove prospettive»), pagandogli una consulenza di 150 mila euro l'anno per arrampicarsi fino a Silvio e infilare il proprio gruppo negli appalti di Finmeccanica e Protezione civile. «Sto vivendo giorni molto difficili, mi capisca», risponde adesso al cronista con un garbato messaggino. Anche questo è understatement: Intini è sulla graticola.

In un'intervista al Messaggero, Pier Francesco Guarguaglini ricorda l'intervento di Berlusconi su di lui per ottenere l'impossibile: che la Sel Proc, concepita al cento per cento per aziende del gruppo Finmeccanica, si aprisse al gruppo Intini. Chiosando crudele: «Se hanno dato a Tarantini 150 mila euro per aprire canali con Finmeccanica, hanno buttato i soldi». Come si dice: cornuto e mazziato. Il Fatto, bipartisan nell'afflato giustizialista, ha titolato «Quel dalemiano di B.», evidenziando il paradosso del Cavaliere che, soggiogato dalla ragazze di Gianpi, si sarebbe dannato per aiutare un amico del nemico.

«Il potere politico condiziona solo i piccoli», disse una volta Intini, quando ancora si sentiva le spalle larghe. Poi, con un giornalista compaesano e amico, Dario Fasano, si lasciò andare a una confessione: «Qualche volta la marchetta è utile per sopravvivere, ma bisogna avere coraggio, bisogna investire per condizionare la politica e non il contrario», e certo parlava di tutt'altro genere di marchette, ma a rileggerla al tempo della patonza la frase stringe il cuore.

Quarantotto anni, erede di papà Angelo che faceva l'asfalto stradale, Enrico ha la giovinezza segnata. Non ne ha ancora diciotto quando suo fratello maggiore, Sante, muore in un incidente. Era brillante, l'azienda toccava a lui. Enrico gli succede e si carica addosso tutto. Prima di tutto, la decisione di usare la politica senza esporsi. A Noci altre due grandi famiglie di imprenditori, i Fusillo e i Putignano, arrivano in Parlamento con la Dc e il Psi. Enrico è legato ai craxiani e poi a Mario Loizzo, leader Cgil e più tardi discusso assessore pd, ma resta dietro le quinte.

L'affare migliore per il suo gruppo gli capita proprio mentre D'Alema siede a Palazzo Chigi: Finmeccanica (eccola già allora) vende la fallimentare Sma, telecamere intelligenti. Lui l'acquisisce e la trasforma, assorbe lavoratori socialmente utili, si allarga dalla raccolta dei rifiuti ai servizi satellitari. «Siamo un global service territoriale, anche se in questo momento non va tanto di moda dirlo!», ridacchia: è il 2009, l'inchiesta-flop sulla Global Service campana e sui Romeo è appena esplosa, e pare pure seria.

Villetta a schiera, sposato con Romana da vent'anni, niente figli. La vita gli scorre liscia fino all'incontro con Gianpi. Lo conosce da Castellaneta (posto trafficato lo studio legale di Totò, lì Tarantini incontra pure Graziana Capone, la Angelina Jolie di Bari). Formidabili, gli incroci, in quei corridoi. De Santis, Caronte dell'Ikarus di D'Alema e vero suggeritore di Tarantini nella politica nazionale, si ritrova con Intini nell'elenco dei finanziatori di Fare Metropoli, la fondazione di Filippo Penati. Castellaneta e De Santis sono sindaco e presidente della Milano Pace spa, che pure foraggia la fondazione.

Tutte le strade del Pd sembrano portare a quella che, con un vendolismo, si potrebbe definire la verminosa voragine di Sesto. Enrico segue però anche percorsi suoi. «Lui e Tarantini sembravano amici», ricorda Lea Cosentino, la manager dell'Asl che li incontrò al De Russie di Roma. Le intercettazioni sul «sistema» li affratellano. Enrico: «Quelli non sanno nemmeno che c. fare!». Gianpi: «Questo è un figlio di zoc., però sta a tappetino, fa tutto quello che c. gli diciamo». Stesso slang, stessa nevrosi. L'Uomo Invisibile e il Pappone Che Parlava Troppo potrebbero infine diventare veri pard, estremi che vanno a braccetto. Ma non c'è più tempo. Il loro fumetto s'affloscia tristemente, come una cena senza escort.

 

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