donald trump discorso stato dell unione ettore sequi

TRUMP È COSTRETTO A SCATENARE IL CAOS INTERNAZIONALE PER NASCONDERE LE MAGAGNE INTERNE – IN VISTA DELLE ELEZIONI DI MIDTERM, IN CUI I REPUBBLICANI RISCHIANO LA SCONFITTA, IL TYCOON PUNTA SULLA POLITICA ESTERA PER DISTOGLIERE L’ATTENZIONE E RECUPERARE CONSENSI. E SI AUTOCELEBRA NEL DISCORSO SULLO STATO DELL’UNIONE – L’AMBASCIATOE SEQUI: “GUERRE, DAZI, ENERGIA INCIDONO SU INFLAZIONE, LAVORO, MERCATI E VOTO. OGNI CRISI ESTERNA DIVENTA PER TRUMP PROVA DOMESTICA DI CONTROLLO PER IMPORRE COSTI, PROTEGGERE L'INDUSTRIA AMERICANA, PIEGARE AVVERSARI E DISCIPLINARE ALLEATI…”

Estratto dell’articolo di Ettore Sequi per “La Stampa”

 

il discorso di donald trump sullo stato dell'unione foto lapresse 11

Il discorso sullo stato dell'Unione, a pochi mesi dalle midterm, assume inevitabilmente contorni autocelebrativi. Il suo significato non sta nelle promesse, ma nel terreno su cui cadono.

 

La politica estera americana non è più un capitolo della politica interna, ma ne è leva diretta, strumento di consenso, moltiplicatore o detonatore elettorale, gestione del ciclo elettorale con strumenti geopolitici.

 

Quanto più la presidenza è sotto pressione interna – dal caso Epstein alla Corte Suprema sui dazi, fino alle tensioni sull'Ice - tanto più diventano necessari successi in politica estera. Guerre, dazi, energia, catene del valore, incidono su inflazione, lavoro, mercati e voto. Ogni crisi esterna diventa per Trump prova domestica di controllo per imporre costi, proteggere l'industria americana, piegare avversari e disciplinare alleati. La struttura della sua politica estera è triangolare.

 

ettore francesco sequi foto di bacco

Su due lati stanno le crisi che Trump aveva promesso di chiudere rapidamente: Ucraina e Gaza. Il terzo lato è a geometria variabile. Quando uno dei due non produce risultati, si apre o si intensifica un altro fronte – Groenlandia, dazi, Venezuela, Iran - che riattiva la narrativa della forza. Se non mostri progressi su un dossier, devi produrre movimento su un altro.

 

In Ucraina prevale la logica del logoramento. Avanzate in metri, perdite elevatissime, guerra industriale. La variabile decisiva non è il territorio, ma il tempo. Mosca non ha elezioni. Washington sì. [...]

 

Gaza è il secondo lato del triangolo. Chi controlla sicurezza, flussi finanziari, ricostruzione e aiuti controlla l'esito politico. La crisi di Gaza e quella iraniana si saldano perché un'escalation contro Teheran sposterebbe l'attenzione dalla Cisgiordania ove continua l'erosione del territorio palestinese, rendendo meno realistico uno Stato palestinese. [...] 

 

vladimir putin donald trump anchorage, alaska foto lapresse

L'Iran è la forma più esplicita di negoziato sotto coercizione: diplomazia "con una flotta sul tavolo". La logica è di accelerare l'esito rendendo credibile il costo. Ma in un sistema teologico-securitario dove la sopravvivenza del regime è il bene supremo, la pressione esterna può produrre moderazione o radicalizzazione. E la mobilitazione militare impone a Trump un risultato spendibile in patria, diplomatico o bellico.

 

Il terzo lato del triangolo si attiva quando i primi due non avanzano. Groenlandia e Artico non sono folklore ma geostrategia. Rotte polari, minerali critici, prevenzione della penetrazione ostile nelle Americhe.

 

il discorso di donald trump sullo stato dell'unione foto lapresse 12

Lo stesso vale per il Venezuela: energia e contenimento di influenze russe e cinesi. Le pressioni su Cuba rientrano in questa stessa logica. L'energia è politica dei prezzi poiché finanzia guerre, incide sull'inflazione e pesa sulle urne.

 

[...]  i dazi non sono solo protezionismo ma un randello geopolitico. L'accesso al mercato americano è una concessione revocabile e serve a rilocalizzare produzione, ridurre dipendenze, imporre disciplina. Ma il randello ha un costo. Se si traduce in inflazione o contro-dazi, la promessa di forza si scarica sui prezzi interni e la politica interna entra nel motore della politica estera.

 

DONALD TRUMP E I MERCATI

La Cina è la variabile sistemica che collega tutto. La rivalità non è più una sequenza di tariffe, ma competizione su standard tecnologici, semiconduttori, intelligenza artificiale, infrastrutture digitali e materie prime critiche.

 

L'operazione in Venezuela, le pressioni sull'Iran, le leve energetiche e le minacce tariffarie contro chi importa energia da Mosca sono strumenti indiretti nel confronto con Pechino. Servono a costruire potere negoziale energetico contro una Cina che può rispondere ai dazi Usa limitando l'export di terre rare. È una rivalità inseparabile dalla dipendenza.

 

volodymyr zelensky donald trump conferenza stampa a mar a lago foto lapresse 2

In questo quadro l'Europa è alleato disprezzato e campo di frizione. Senza Europa non esiste architettura di sicurezza credibile sul fianco orientale. Ma è anche potenza regolatoria e le sue norme su dati, concorrenza e mercati digitali colpiscono le big tech americane. Il conflitto è dunque strutturale: sovranità di mercato contro sovranità regolatoria. Washington chiede più spesa militare e allineamento; Bruxelles difende autonomia normativa.

 

Sullo sfondo emerge una convergenza americana con un'internazionale sovranista diffidente verso il multilateralismo europeo. L'obiettivo è costruire un ordine in cui tutto è negoziabile e condizionabile – territorio, sanzioni, accesso ai mercati, protezione militare – modulando costi e benefici. È una strategia rischiosa poiché se gli alleati percepiscono impegni condizionati, si proteggono; se i rivali credono basti attendere la prossima scadenza elettorale, si irrigidiscono.

 

il discorso di donald trump sullo stato dell'unione foto lapresse 17

La domanda non è cosa viene promesso nel discorso sullo stato dell'Unione, ma cosa potrà essere sostenuto. Oggi ogni crisi è un test elettorale e ogni scelta elettorale produce un effetto strategico.

DONALD TRUMP I DAZI E I MERCATI

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