VA’ A MORI’ AMMAXXATO! - IL MAXXI, CHE ERA NATO COME UN’ECCELLENZA ITALIANA, COLA A PICCO - NON SI SA DA CHI SIA ARRIVATO IL COMUNICATO CHE NE ANNUNCIA IL COMMISSARIAMENTO, CONTENENTE ANCHE LA BUGIA DI BILANCI IN ROSSO (ERANO IN PAREGGIO) - IN CIMA AI SOSPETTI, IL BONDIANO MARIO RESCA (NEL FRATTEMPO SE L’È SVIGNATA CHEZ CALTAGIRONE BELLAVISTA) - ORNAGHI CONTINUA A TACERE DAVANTI AI TAGLI E GLI SPONSOR SI TIRANO INDIETRO…

Alessandra Mammì per "l'Espresso"

Ma non era l'orgoglio della nazione? Il simbolo di rinascita? Il museo che finalmente faceva di Roma una vera capitale contemporanea (lo ha scritto il "New York Times")? Del resto fu chiamato MaXXI non a caso vista la stazza, costò 150 milioni di euro e contro la Tate e il Pompidou mise in campo 19.640 metri quadri di spazi esterni, 21.200 interni e la firma di una globale archistar: Zaha Hadid.

Due anni fa si restò incantati neanche fosse il Rex di "Amarcord", oggi invece sembra di vedere il Titanic. Dove nel ruolo dell'iceberg appare il ministero dei Beni culturali, praticamente il padre del museo, la pubblica istituzione che dovrebbe accudirlo e finanziarlo essendo il socio unico della Fondazione a cui il MaXXI fa a capo.

E invece il 13 aprile in un grigio e piovoso pomeriggio romano, viene all'improvviso diramato un comunicato in cui a nome di una direzione generale (non specificata) si annunciano intraprese le operazioni di commissariamento del museo. "Decisione resa necessaria, tra l'altro", leggiamo, "per la mancata approvazione del bilancio 2012, dopo che il bilancio 2011 ha registrato un forte disavanzo", firmato ufficio stampa del Mibac. Strana storia.

Nessun nome umano, ma una novità: il primo consiglio d'amministrazione commissariato con comunicato stampa. Un segreto d'ufficio: "tra l'altro"(?!). E una bugia: il bilancio del 2011 si è chiuso in pareggio. Perché il problema del MaXXI non è il passato, ma il futuro. I tagli progressivi che hanno portato il finanziamento da 7 milioni del 2010 ai miseri 2 previsti per il 2012. Cifra che con tutti quei metri quadri basterebbe appena per riscaldamento e pulizie. E allora si tagliano i fondi sotto la linea di galleggiamento e poi si strozza il bimbo in culla con un annuncio di commissariamento tanto urgente da arrivare nel weekend.

La vicenda è talmente anomala che immediatamente nel mondo dell'arte scatta l'allarme rosso e una mitragliata di domande: chi è nascosto dentro l'iceberg? Da dove parte la guerra a Pio Baldi (presidente) e ai consiglieri Roberto Grossi e Stefano Zecchi? Chi punta al loro posto? Con un procedere alla Agatha Christie, il primo sospettato è Mario Resca: ex presidente della McDonald's che nel 2008, fra molte polemiche, fu nominato dall'allora ministro Bondi, direttore generale per la valorizzazione del patrimonio culturale.

Ora che il mandato è in scadenza potrebbe trovare nella presidenza del MaXXI nuova e prestigiosa occupazione. Ma in molti pensano che dentro l'iceberg ci sia in realtà il capo di gabinetto Salvatore Nastasi. Vero ministro ombra dai tempi di Bondi e direttore del Fus (fondo unico dello spettacolo dal vivo, o meglio in agonia causa tagli).

I figli "so' piezz 'e core" e non stupisce che Nastasi preferisca convogliare denaro sullo spettacolo piuttosto che su un museo dove, secondo altre perfide voci, vedrebbe comunque bene l'arrivo del suocero Giovanni Minoli, ora alla presidenza del Castello di Rivoli (anche lui in scadenza a ottobre). E poi, altri nomi. Manager come Francesco Micheli, il finanziere mecenate delle arti a Milano. Soluzioni interne tipo Vittoria Marini Clarelli attuale e ottimo direttore della Galleria d'arte moderna, che visti i risultati però sta bene dov'è.

Comunque siamo in un pasticcio. La minaccia di commissariamento ha creato il caos. I sostenitori raccolti sotto la sigla "I live MaXXI" hanno già deciso di sospendere il pagamento delle quote (800 mila euro) finché non si chiarisce la situazione. Gli sponsor già contattati da Pio Baldi stanno tirando i remi in barca. E l'unica certezza in tanta incertezza è che la voragine se non c'era prima, si sta creando adesso. In tutto ciò il ministro del cosiddetto governo tecnico Lorenzo Ornaghi che fa? Per lo più tace.

Si nega alle interviste, ma sta pensando a una soluzione assicurano dal ministero. Unica sua dichiarazione per giustificare il commissariamento recita: "Un museo non può vivere stentatamente aggrappato alle mammelle dello Stato". Stentatamente, no. Infatti il Macba di Barcellona riceve un budget di 12 milioni di euro di cui il 75 per cento pubblici. Il Reina Sofia 57 milioni di cui l'80 per cento pubblici. Il piccolo Pompidou di Metz ha 9 milioni dallo Stato francese e persino il Metropolitan 11 milioni di dollari dal comune di New York.

Al confronto due milioni al MaXXI sono ridicoli e la bagarre politica un danno che fa scappare gli investitori privati. I quali arriverebbero forse numerosi laddove ci fossero:
A) un'adeguata politica di defiscalizzazione e di incentivi;
B) una programmazione certa e perlomeno triennale;
C) una linea editoriale senza incertezza che si collochi in un rapporto di scambio con musei internazionali;
D) e soprattutto quel sostegno e fiducia dello Stato necessari ad oliare una gioiosa macchina da guerra.

Perché "i musei non sono imprese, ma servizi pubblici, fatti per essere visitati non per produrre soldi, come la scuola è fatta per insegnare, gli ospedali per curare, i giardini per passeggiarci, le strade per essere percorse", scrive Umberto Croppi, ex assessore alla Cultura della giunta Alemanno. Che in quanto tale non è proprio un marxista-leninista, ma nutre un sentimento simile ai 450 mila visitatori (molti di più degli abitanti di Bologna) che l'anno scorso sono entrati al MaXXI. E l'han guardato come il Rex di "Amarcord", non sapendo che dal ministero si stava staccando un iceberg.

 

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