VATILEAKS TENDENZA SANT’EGIDIO - PER IL CARDINAL MARTINI, “WOJTYLA ERA UOMO DI DIO MA NON ANDAVA FATTO SANTO”. COME HA FATTO IL PIO ANDREA RICCARDI A OTTENERE LE DICHIARAZIONI SEGRETE DEL DEFUNTO ARCIVESCOVO DI MILANO?

1. I PECCATI DI GELOSIA DEL CARDINAL MARTINI
Camillo Langone per ‘Il Giornale'

Ma è l'avvocato del diavolo o direttamente un diavolo colui che è stato virgolettato sul Corriere di ieri in prima pagina e poi a pagina 23? Parlo del cardinale Martini e delle pesanti riserve da lui espresse sulla santificazione di Papa Giovanni Paolo II.

Nel 2007 l'arcivescovo di Milano venne chiamato dalla Congregazione delle cause dei santi a dire la sua sulla santità di Karol Wojtyla e ne uscì una deposizione ambigua e insinuante, per non dire malevola, che oggi conosciamo grazie a Luigi Accattoli, autore di un articolo quasi altrettanto ambiguo e insinuante, per non dire malevolo. Per scriverlo il giornalista del Corriere ha fra l'altro violato il segreto processuale e ce lo dice pure: «Abbiamo trovato la deposizione del cardinale Martini- ancora riservata come tutte le 114 testimonianze delle quali si è avvalsa la conduzione della causa».

Ma dove l'ha trovata questa deposizione riservata? L'ha raccattata per terra in una giornata di vento, fra piazza San Pietro e via della Conciliazione? Una folata più forte l'aveva forse estratta dallo scaffale della Congregazione facendola volare fuori dalla finestra davanti ai suoi piedi? Andasse a raccontarla a un altro. Passano i Papi ma purtroppo non passano le cattive abitudini, dopo il fragile Ratzinger abbiamo l'energico Bergoglio, eppure il Vaticano resta un colabrodo. E magari bisogna ringraziare il Cielo che al posto dei corvi adesso ad agire siano i canarini.

Da notare che Accattoli si dice credente, proprio come il cattoecumenista Andrea Riccardi, fondatore della comunità di Sant'Egidio, già non memorabile ministro del governo Monti e oggi autore di un libro, citato nell'articolo, in cui la deposizione di Martini viene anticipata, fatta intravedere. Che dire? Chi frequenta anche solo un poco la Chiesa sa che i primi a spettegolare e a tradire sono proprio i collitorti che vivono trafficando intorno ai preti.

Tornando al virgolettato di Martini, il cardinale milanese osteggiò la canonizzazione del pontefice polacco adducendo innanzitutto due motivi:
1) «La scelta dei collaboratori non sempre felice»;

2) «L'eccessivo appoggio ai movimenti che oscurava il ruolo delle Chiese locali e dei vescovi». Bastano queste pochissime righe per dire lo stile dell'uomo che nel conclave del 2005 sembrò poter diventare Papa, prima che lo Spirito Santo dirottasse i voti su Ratzinger. La scampammo bella. Fosse valido il motivo numero uno anche Gesù Cristo avrebbe rischiato la bocciatura all'esame di santità, visto che scelse come apostolo il traditore per antonomasia, Giuda, e come custode delle chiavi del regno dei cieli un uomo capace di rinnegarlo tre volte, San Pietro.

Ma il cardinal Martini non era un grande biblista? Possibile che non conoscesse questi episodi? Forse secondo lui la Sacra Scrittura andava usata come la legge secondo Giolitti e tanti magistrati: da applicare con i nemici, da interpretare con gli amici. E che non ci fosse grande amicizia con Wojtyla lo conferma la bella foto a corredo dell'articolo, dove si vede il Papa a Milano nel 1983, sorridente e benedicente sopra un palchetto, e il cardinale qualche gradino più in basso mentre lo osserva con espressione fra il torvo e il perplesso.

Il motivo numero due è quanto di più clericale, vi si percepisce tutta la gelosia delle curie nei confronti di quei movimenti cattolici che proprio negli anni Ottanta manifestarono la loro massima vitalità, l'ostilità verso Comunione e Liberazione che aveva e ha il suo centro proprio a Milano, la solidarietà corporativa con i vescovi, grigi burocrati dell'istituzione ecclesiastica.

Colpisce inoltre che Martini fingesse di non sapere che i santi non sono fatti dalla congregazione dei santi né dalle umane, spesso troppo umane, opinioni dei cardinali, bensì da Dio che sceglie di operare miracoli attraverso di loro. La congregazione si limita a verificare le guarigioni scientificamente inspiegabili, di fronte alle quali gli avvocati del diavolo possono e debbono solo tacere. Miracolando due persone gravemente malate è stato Dio a decidere che, domenica 27 aprile, Giovanni Paolo II diventi santo agli occhi di tutto il mondo. Si vede che la deposizione di Martini non l'ha molto considerata.


2. MARTINI SU WOJTYLA: "ERA UN UOMO DI DIO MA NON È NECESSARIO FARLO SANTO"
Luigi Accattoli per il "Corriere della Sera"

"Era un uomo di Dio ma non è necessario farlo santo": si può riassumere così il giudizio del cardinale Carlo Maria Martini sulla santità del Papa polacco quale risulta dalla "deposizione" come teste che è agli atti del processo. Ne ha dato notizia lo storico Andrea Riccardi nel volume La santità di Papa Wojtyla appena pubblicato dalla San Paolo (pp. 99, euro 15). Abbiamo approfondito la sua segnalazione e abbiamo trovato nella deposizione del cardinale Martini - ancora riservata come tutte le 114 testimonianze delle quali si è avvalsa la conduzione della causa - quattro elementi di vivo interesse per intendere la gloria e il dramma della figura papale in questa stagione di rapida mutazione, sua e del mondo.

Il primo elemento sono i limiti che Martini segnala nell'azione e nelle decisioni di Giovanni Paolo II: non sempre "felici" le nomine e la scelta dei collaboratori, "soprattutto negli ultimi tempi"; eccessivo appoggio ai movimenti, "trascurando di fatto le Chiese locali"; forse imprudente nel porsi "al centro dell'attenzione" - specie nei viaggi - con il risultato che "la gente lo percepiva un po' come il vescovo del mondo" e ne usciva oscurato "il ruolo della Chiesa locale e del vescovo".

Il secondo elemento riguarda invece l'apprezzamento, che è schietto e ampio: un uomo di Dio capace di grande raccoglimento pur nel tumulto delle attività, "servitore zelante e fedele" della Chiesa, "il suo momento migliore era l'incontro con le masse e in particolare coi giovani", da ammirare il coraggio dopo l'attentato ("non si ritirò minimamente dal contatto con la folla, che pure lo esponeva a pericoli"), evidente la virtù della perseveranza "in un compito arduo e difficile".

Prevale il positivo ma la conclusione è fredda ed è il terzo elemento di interesse: "Non vorrei sottolineare più di tanto la necessità della sua canonizzazione, poiché mi pare che basti la testimonianza storica della sua dedizione seria alla Chiesa e al servizio delle anime".

Il quarto elemento vivo della deposizione di Martini, forse il più inaspettato, è un passaggio della sua riflessione positiva sulla "virtù generale della perseveranza" nelle difficoltà dimostrata da Giovanni Paolo II: "Non saprei dire se abbia perseverato in questo compito anche più del dovuto, tenuto conto della sua salute. Personalmente riterrei che aveva motivi per ritirarsi un po' prima".

Martini non è l'unico a esprimere riserve sulla santità del Papa polacco o sulla rapidità della causa. Karol Wojtyla sarà proclamato santo il 27 aprile prossimo, a nove anni dalla morte: è il Papa che ha avuto il più rapido riconoscimento di santità tra tutti quelli dell'epoca moderna. Pio X è stato proclamato santo da Pio XII nel 1954 a quarant'anni dalla morte, Giovanni XXIII arriva alla canonizzazione insieme a Papa Wojtyla, ma dopo che sono passati cinquant'anni dalla morte.

Riccardi nel volume ricorda che sulla rapidità della causa aveva espresso dubbi il cardinale belga Godfried Danneels: "Questo processo sta procedendo troppo in fretta. La santità non ha bisogno di corsie preferenziali".

Contrarissimo si era detto pubblicamente Giovanni Franzoni, ex abate di San Paolo fuori le Mura, che Paolo VI aveva "dimesso dallo stato clericale" nel 1976: aveva richiamato "l'ombra nera" della gestione dello Ior, l'ostilità all'arcivescovo Romero, la beatificazione di Pio IX (che a suo parere fu un "errore"), gli ostacoli posti ai preti che chiedevano la dispensa dal celibato; e aveva concluso che era meglio "lasciare Wojtyla nella sua complessità e come tale affidarlo al giudizio della storia".

Speculare a quello di Franzoni è il giudizio del vescovo tradizionalista Bernard Fellay, superiore della Fraternità lefebvriana: la canonizzazione di Giovanni Paolo II "avrà come effetto immediato di consacrare l'insieme del suo Pontificato e tutte le sue imprese, anche le più scandalose". L'allusione è alla giornata di Assisi, alla visita alla Sinagoga di Roma e alla moschea degli Omayyadi a Damasco, alla "rinuncia ai privilegi concordatari in Italia" (tra essi, il riconoscimento della religione cattolica come "religione dello Stato").

Per la causa wojtyliana sono stati interrogati - si diceva sopra - 114 testimoni: 35 cardinali, 20 arcivescovi e vescovi, 11 sacerdoti, 5 religiosi, 3 suore, 36 laici cattolici, 3 non cattolici, un ebreo. Tra i laici cattolici è stato sentito anche Andrea Riccardi, che nel suo libro così guarda - da storico - alla "santità" del Papa polacco: "Ha avuto un effetto di liberazione dalle paure, dai condizionamenti, dal senso di decadenza. Ha rilanciato il suo popolo in un nuovo scenario, quello del XXI secolo. Anche per il Papato la sua è stata una guida d'eccezione, molto personale e carismatica. La sua personalità fuori dall'ordinario ha lasciato un'impronta di grande rilievo, ha supplito alle mancanze delle istituzioni e delle persone".

La deposizione di Martini al processo per la santità di Papa Wojtyla è del 2007, quando il cardinale aveva ottant'anni. Può aiutare a intenderla una conversazione sulla santità dei Papi che avevo avuto con lui sette anni prima, a seguito di una mia opinione pubblicata sul "Corriere della Sera" del 4 settembre 2000 in merito alle polemiche provocate dalla beatificazione congiunta di Pio IX e di Giovanni XXIII, avvenuta il giorno prima. Avevo avanzato dubbi sull'opportunità di fare beati e santi i Papi, essendo già noti e divulgati in ogni atto e detto; e avevo osservato che avrebbe potuto risultare più "proficua", per il vissuto dei cristiani, la segnalazione di persone esemplari vissute nel nascondimento.

"Tutti i santi sugli altari? Meglio scegliere i santi tra la gente comune" era il titolo dell'articolo, che il cardinale così commentò: "Sono della sua opinione. Anche qui a Milano siamo pieni di cause che riguardano personaggi notissimi e ogni volta io faccio la sua stessa obiezione, sull'opportunità di cercare piuttosto i santi sconosciuti, e - soprattutto - non solo quelli che la Chiesa educa ma quelli donati dallo Spirito, che costituiscono una novità nel modo di vivere il Vangelo. Tuttavia bisogna rispettare la sensibilità delle persone che promuovono le cause, perché qualsiasi osservazione può essere intesa - da loro - come un mancato apprezzamento della santità di cui viene proposto il riconoscimento. Con i Papi poi, avanzare un qualsiasi dubbio sull'opportunità della proclamazione diventa una mancanza di riguardo".

 

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