LE VEDOVE ROSSE DI MARPIONNE: IL MANAGER DI SFABBRICA ITALIA ERA UN MITO DELLA SINISTRA - D’ALEMA, FASSINO, VELTRONI, CHIAMPARINO BONANNI, BERTINOTTI E RENZI FACEVANO A GARA PER SLINGUAZZARE IL “SALVATORE DELL’ITALIA” - SOLO IL FURBO BERTYNIGHT ANNUSO’ (DA ESPERTO IN MATERIA) LA PUZZA DI CACHEMIRE AVARIATO E DOPO UN PO’ CAMBIO’ IDEA: “ROMITI GLI OPERAI VORREBBE DIVIDERLI. MARCHIONNE VORREBBE ELIMINARLI…”

Tommaso Labate per pubblicogiornale.it

A essere rude, è rude. E lo è sempre stato. «Ma la durezza di Sergio Marchionne», giurò Piero Fassino nell'agosto del 2010, «nasce da un disagio. Quello di non vedere riconosciuti i suoi sforzi per dare un futuro solido al gruppo». Per il sindaco di Torino, insomma, l'amministratore delegato della Fiat andava capito. Compreso. Aiutato. «Perché, vedrete», giurò Piero in un'intervista rilasciata a Panorama nell'afosa estate di due anni fa, «non lascerà l'Italia».

E dire che la malefica serpe del dubbio, il dubbio che quello di Fabbrica Italia fosse tutto un bluff, era venuto anche al giornalista che lo intervistava. «Dica la verità: non teme che Fabbrica Italia, cioè il progetto lanciato ad aprile, sia ormai finito in un cassetto?». Ma l'ex segretario niente. Certezze granitiche, solide, impossibili da scalfire. «No, francamente non lo credo e non me lo auguro. Credo al contrario - aggiunse Fassino - che ci sia un margine per negoziare con il sindacato e con il governo soluzioni coerenti con lo spirito del progetto di Fabbrica Italia». Lo stesso che, l'altro giorno, il rude Marchionne ha accantonato con un comunicato.

Ma non c'è solo Fassino tra quelli che, un tempo, si sarebbero definiti «compagni che sbagliano». Il primo uomo in rosso a finire impigliato nei tre (o sono quattro?) fili di cachemire dell'amministratore delegato della Fiat fu Fausto Bertinotti. All'allora presidente della Camera, correva l'anno 2006, bastò una mezza reprimenda che Marchionne aveva rivolto alla borghesia. Quindi, come un giocatore di poker alle prime armi, andò a vedere il punto. «Dobbiamo puntare sui borghesi buoni. Marchionne parla della risposta ai problemi dell'impresa. E non scaricando sui lavoratori e sul sindacato. Ma assumendola su di sé».

E visto che un il dieci-cento-mille Marchionne declinato sull'industria non bastava, ecco che Bertinotti decise di completare la sua folgorazione sulla via del Lingotto con un auspicio. Affidato, tra l'altro, a un'intervista alla Stampa. «In politica», disse l'allora terza carica dello Stato il 29 luglio 2007, «ci vorrebbe un Marchionne». E, come a rimarcare il concetto con la penna rossa, «se dice "abbiamo sbagliato" un grande imprenditore come Marchionne (...) lo stesso dovrebbe poter avvenire sul terreno politico». Certo, concluse il subcomandante Fausto, «ci vorrebbe che qui spuntasse qualche Marchionne...». Dove «qui», ovviamente, stava per la politica.

Come direbbe Giuliano Ferrara, lo sport del cretino è quello di inchiodare gli altri alle loro vecchie idee. Come a dire che sono i cretini non cambiano idea. Vero. Bertinotti, che cretino non lo è mai stato, ci mise qualche anno a battere ritirata espellendo il golfino marchionniano dall'arcipelago della socialdemocrazia. «Berlusconi è al crepuscolo. Ma poi c'è il marchionnismo», avvertì alla fine dell'estate del 2010.

E poi, come a volerlo cospargere fino in fondo, il suo capo, di cenere: «Romiti gli operai vorrebbe dividerli. Marchionne vorrebbe eliminarli». Parole che tornano d'attualità oggi che il vecchio «Cesare» attacca frontalmente il nuovo «Sergio», animando quel derby interno al capitalismo italiano a cui s'è iscritto - dalla parte di Romiti e contro quella di Marchionne - anche Diego Della Valle.
Eppure c'è chi arrivato fino in fondo. C'è chi l'ha percorsa quasi tutta, la strada di considerare l'amministratore delegato della Fiat una «costola della sinistra». Nel gennaio del 2011, Walter Veltroni torna a lasciarsi andare a quel pragmatismo che sperimentato sperimentato nel 2007, quando proprio al Lingotto s'era presentato alla segreteria del Pd. «Marchionne ha posto con chiarezza, durezza e per tempo il problema. Ci vuole un contratto di lavoro costruito a ridosso dell'organizzazione aziendale».

Perché è vero, aggiunse il leader della Cisl Raffaele Bonanni, «sarà brusco, sarà crudo, ma Marchionne è stato una fortuna per gli azionisti e i lavoratori della Fiat». E «grazie a Dio che c'è un abruzzese come Marchionne». Un dono divino che anche Massimo D'Alema aveva avuto modo di apprezzare ex tunc, nel 2009. «Ho sempre pensato», parola di lìder maximo, «che il destino della Fiat era quello di una forte internazionalizzazione in una fase caratterizzata dalla concentrazione della produzione di automobili». Quasi tutto in rima baciata. Tranne il finale dell'analisi dalemiana. Questo: «Marchionne lo sta facendo nel modo migliore».

In fondo, forse è tutta colpa dello strano sillogismo a cui un pezzo di sinistra ha creduto dopo aver visto Barack Obama posare in foto con Marchionne dopo avergli consegnato le chiavi più importanti della città di Detroit. «Sergio? È un liberal-radicale e io lo stimo», disse una volta uno dei suoi più accaniti sostenitori, Sergio Chiamparino. D'altronde, fu la domanda retorica dell'ex sindaco di Torino, «se la Fiat non fosse brava non avrebbe la Chrysler, no?».

Un errore in cui cadde anche Matteo Renzi, lesto nell'intestarsi a modo suo una difesa di Marchionne «senza se e senza ma». Perché, fu la premessa con cui l'ex sindaco di Firenze aprì una sua intervista all'Unità, «sono un po' tranchant, il politichese non lo mastico». Ergo, al netto del politichese, «io sto con Marchionne» (punto uno), «su lui ha investito Barack Obama» (punto due), «il primo diritto è lavorare» (punto tre). Peccato che i punti due e tre non fossero conciliabili con la prima. Come Marchionne ha dimostrato pochi giorni fa. Con la rudezza che anche gli amici gli hanno sempre attribuito.

 

marchionne e fassinoMassimo D'AlemaPiero Fassino MASSIMO DALEMA E WALTER VELTRONI jpegSergio Chiamparino RAFFAELE BONANNI LELLA E FAUSTO BERTINOTTI MATTEO RENZI jpeg

Ultimi Dagoreport

meloni la russa

IL CO-FONDATORE DI FRATELLI D’ITALIA E SECONDA CARICA DELLO STATO, IL POCO PALUDATO PRESIDENTE DEL SENATO IGNAZIO LA RUSSA, LEGGE DAGOSPIA E NON SI TROVA PER NULLA D’ACCORDO SU QUANTO SCRIVIAMO SUL SUO RAPPORTO NON IDILLIACO (EUFEMISMO) CON GIORGIA MELONI (DALLE DIMISSIONI DELLA PITONESSA SANTANCHE’ AL CANDIDATO ALLE PROSSIME COMUNALI DI MILANO, CASINI IN SICILIA COMPRESI) E CI SCRIVE UNA ZUCCHEROSA, A RISCHIO DIABETE, LETTERINA: ‘’CARO D'AGOSTINO, POSSIBILE CHE QUANDO (SPESSO) TI OCCUPI DI ME NON NE AZZECCHI UNA? FANTASCIENZA ALLO STATO PURO UN ANCORCHÉ MINIMO DISSENSO CON GIORGIA MELONI CHE PER ME È E RESTERÀ SEMPRE, UNA SORELLA MINORE SUL PIANO AFFETTIVO E UNA LEADER INIMITABILE SUL PIANO POLITICO - SE VUOI SONO SEMPRE PRONTO A DARTI NOTIZIE CHE RIGUARDANO ME, CORRETTE E DI PRIMA MANO. MA FORSE NON TI INTERESSANO” (CIAO CORE...)

meloni la russa manlio messina cannella dell'utri

DAGOREPORT - IL PROBLEMA PIÙ OSTICO PER LA MELONA AZZOPPATA NON È CONTE NÉ SCHLEIN: SI CHIAMA FRATELLI D'ITALIA, A PARTIRE DA LA RUSSA – IL PRESIDENTE DEL SENATO BRIGA, METTE BOCCA, PRETENDE LA SCELTA DEL SINDACO DI MILANO: LA PROVA SI È AVUTA OGGI CON LA NOMINA DEI SICILIANI GIAMPIERO CANNELLA E MASSIMO DELL’UTRI A SOTTOSEGRETARI - ‘GNAZIO VOLEVA UNA “COMPENSAZIONE” PER IL TRASLOCO DEL "SUO" GIANMARCO MAZZI AL TURISMO, PER NON LASCIARE AL SOLO EMANUELE MERLINO (UOMO DI FAZZOLARI) IL COMPITO DI ''BADANTE'' DEL MINISTRO GIULI-VO – IL CAOS IN SICILIA, TRA INCHIESTE SULLA GIUNTA, I SEGRETI “SCOTTANTI” MINACCIATI E MAI RIVELATI DA MANLIO MESSINA E LA DEBOLEZZA DEL TAJANEO SCHIFANI CHE SENTE IL FIATO SUL COLLO DI GIORGIO MULE' (CARO AI BERLUSCONI), CHE PUNTA A PRENDERE IL SUO POSTO E CHIEDE DI COMMISSARIARE FORZA ITALIA IN SICILIA, DOPO IL PESSIMO RISULTATO AL REFERENDUM...

marina berlusconi antonio tajani fulvio martusciello

DAGOREPORT - LA PRESA DI TAJANI SU FORZA ITALIA SI È RIDOTTA DOPO IL SILURAMENTO DEI SUOI "DIOSCURI", BARELLI E GASPARRI. IL PARTITO ORA È IN EBOLLIZIONE: VOGLIONO RIMUOVERE FULVIO MARTUSCIELLO DA CAPOGRUPPO DI FORZA ITALIA A BRUXELLES. AL SUO POSTO, SI FANNO AVANTI LETIZIA MORATTI E MASSIMILIANO SALINI - E IL "MAGGIORDOMO CIOCIARO" DI CASA MELONI, CHE FA? RESTA IN TRINCEA BLOCCANDO LA NOMINA DI FEDERICO FRENI ALLA CONSOB PER FORZARE IL GOVERNO A TROVARE UNA SISTEMAZIONE AL SUO CONSUOCERO BARELLI E ALLA SUA FEDELISSIMA CHIARA TENERINI, LANCIATA CONTRO LA DEBORA BERGAMINI DI MARINA…

giuseppina di foggia giorgia meloni arianna claudio descalzi terna eni

CHE FIGURA DI TERNA PER GIORGIA! – NELL’APRILE 2023 MELONI SI VANTAVA DELLA NOMINA DI GIUSEPPINA DI FOGGIA ALLA GUIDA DI TERNA: “È LA PRIMA DONNA AD DI UNA GRANADE PARTECIPATA PUBBLICA” – CHISSA COME SI SARÀ PENTITA DI QUELLA SCELTA, SPONSORIZZATA DALLA SORELLA ARIANNA, ORA CHE LA MANAGER HA DECISO DI INCASSARE FINO ALL’ULTIMO EURO DELLA SUA BUONUSCITA DA 7,3 MILIONI, ALLA FACCIA DELLA CRISI ENERGETICA, ED È PRONTA A RINUNCIARE ALLA PRESIDENZA DI ENI CHE LE È STATA OFFERTA COME “PARACADUTE”, PUR DI TENERE IL PUNTO – DI FOGGIA PRETENDEVA DI ESSERE CONFERMATA IN TERNA O DI AVERE COMUNQUE UN RUOLO OPERATIVO IN UN ALTRO COLOSSO STATALE: SA BENE CHE LA POLTRONA DA PRESIDENTE DEL CANE A SEI ZAMPE È DI RAPPRESENTANZA, DAL MOMENTO CHE IN CASA ENI TUTTO PASSA PER L’AD CLAUDIO DESCALZI – IL VERBALE DI TERNA CHE INGUAIA PALAZZO CHIGI

borsa italiana dario scannapieco fabrizio testa cdp cassa depositi e prestiti

DAGOREPORT - PERCHE' ALLA BORSA ITALIANA COMANDANO I FRANCESI? – INFURIA LA BATTAGLIA SULLA CONFERMA DI FABRIZIO TESTA ALLA GUIDA DI BORSA ITALIA, IMPOSTA DALLA FRANCESE EURONEXT E CONTESTATA DA CDP (ENTRAMBI AZIONISTI ALL’’8,08%). SECONDO LA CASSA, NON SAREBBE STATO RISPETTATO IL PATTO PARASOCIALE – EPPURE LA CONSOB, NEL SUO “ACCERTAMENTO” SU BORSA ITALIANA DELLO SCORSO NOVEMBRE, ERA STATA CHIARA: HA RILEVATO UNA “RIPETUTA VIOLAZIONE DELLE REGOLE DEL GOVERNO SOCIETARIO”, HA ACCERTATO CHE “TESTA NON HA DATO LA NECESSARIA INFORMATIVA AL CDA DI BORSA ITALIANA SUI PROGETTI O LE MODIFICHE ALLA STRUTTURA COMMISSIONALE”, “MORTIFICANDO IL RUOLO DEL CDA” – L’ASSEMBLEA DEI SOCI DI BORSA ITALIANA È CONVOCATA PER IL 29 APRILE PER RINNOVARE CDA E VERTICI MA LA GUERRA LEGALE POTREBBE ESSERE MOLTO PIU’ LUNGA...

procuratore milano viola procura milano luigi lovaglio - francesco gaetano caltagirone - giancarlo giorgetti - milleri - alberto nagel - philippe donnet mediobanca mps giorgia meloni

DAGOREPORT - SDENG! ANCHE IL ‘’SOVRANISMO BANCARIO’’ È FINITO NEL CESTINO DELLE CAZZATE DELL’ARMATA BRANCA-MELONI – A CANCELLARE IL DISEGNO DEL ‘GRANDE POLO DEL RISPARMIO TRICOLORE', A CAVALLO DI CALTAGIRONE & C., OBIETTIVO GLI 800 MILIARDI DI GENERALI, CI HANNO PENSATO IN TANTI: DALLE PERPLESSITÀ DI BCE ALLA CONTRARIETÀ DEI FONDI INTERNAZIONALI PER LA LEGGE CAPITALI (RIVELATASI UN BOOMERANG PER CALTA CHE L’AVEVA ISPIRATA) - MA IL RIBALTONE NON SAREBBE AVVENUTO SENZA L’ENTRATA IN CAMPO DELLA PROCURA DI MILANO - L’ISCRIZIONE NEL REGISTRO DEGLI INDAGATI DI CALTA-MILLERI-LOVAGLIO PER PRESUNTO “CONCERTO OCCULTO” SULLA SCALATA DI MEDIOBANCA, IN DUPLEX CON LA BIZZARRA VENDITA “OVERNIGHT” DEL 15% DI MPS DA PARTE DEL TESORO DI GIORGETTI, E' STATO IL PRIMO SEGNALE DI ALLARME PER I GENI DI PALAZZO CHIGI PER I POSSIBILI (E AMARI) STRASCICHI GIUDIZIARI - MA LA GOCCIA CHE HA FATTO INFINE TRABOCCARE IL VASO, SPINGENDO MELONI, DELFIN E BPM AD ABBANDONARE AL SUO DESTINO L’EX ALLEATO CALTARICCONE, È STATA LA VITTORIA DEL “NO” AL REFERENDUM, SENZA LA QUALE L’INCHIESTA DELLA PROCURA DI MILANO CHISSA' IN QUALE CASSETTO SAREBBE FINITA...