VIOLANTE INGROIA UN BOCCONE AMARO - L’EX PALADINO DELLE TOGHE UN’ORA E MEZZA SOTTO TORCHIO A PALERMO COME “PERSONA INFORMATA SUI FATTI” NELL’INCHIESTA SULLA TRATTATIVA - NEL ’93 MANCINO GLI INVIO’ UN RAPPORTO DELLA DIA CHE PARLAVA DI “CEDIMENTO DELLO STATO” DI FRONTE ALLE STRAGI DI MAFIA - LUCIANO SAPEVA TUTTO? NESSUNA INDISCREZIONE SULLE SUE RISPOSTE AI PM - NERVOSETTO ALL’USCITA: “NON RILASCIO DICHIARAZIONI”…

Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza per il "Fatto quotidiano"

Per un'ora e mezzo ha risposto alle domande dei pm di Palermo Antonio Ingroia, Nino Di Matteo e Lia Sava (più l'ultimo arrivato, il sostituto Roberto Tartaglia) che ieri lo hanno convocato a sorpresa per farsi raccontare cosa sapeva del dialogo Stato-mafia già nel settembre del '93, ovvero subito dopo le bombe di Firenze, Roma e Milano. Ma non solo.

Luciano Violante, il deputato del Pd che nei giorni scorsi agitava lo spettro di un "populismo giudiziario che usa le procure come una clava politica", ha dovuto anche spiegare ai pm palermitani come mai su una serie di informazioni sulla trattativa, pervenute per tabulas al suo ufficio di presidente dell'Antimafia, finora non si è lasciato sfuggire neppure una parola: né nell'interrogatorio precedente, né durante la sua testimonianza in aula al processo Mori. Un silenzio, in sostanza, durato vent'anni.

Nessuna indiscrezione è trapelata sul contenuto delle risposte. Ma di certo c'è che uscendo dalla stanza dove si è tenuto l'interrogatorio, Violante non ha sfoggiato il suo solito aplomb da navigato mattatore della politica, ma è apparso torvo e contrariato. E ai giornalisti si è limitato a sussurrare a denti stretti: "Non rilascio alcuna dichiarazione".

Non si aspettava una nuova convocazione a Palermo? Chiamato a rispondere come persona informata sui fatti dal pool che prosegue l'indagine sulla trattativa nell'ambito del filone che vede già coinvolti, per false dichiarazioni al pm, l'ex ministro Giovanni Conso, l'ex capo del Dap Adalberto Capriotti, e l'ex deputato dc Giuseppe Gargani, Violante ha dovuto ricostruire i retroscena di un carteggio con l'allora ministro dell'Interno Nicola Mancino che riguardava la trasmissione a Palazzo San Macuto della relazione sullo stragismo della Dia di Gianni De Gennaro.

Una relazione che non faceva mistero del rischio di "un'eventuale revoca, anche solo parziale, dei decreti che dispongono l'applicazione del 41 bis", e che secondo gli investigatori, avrebbe potuto "rappresentare il primo concreto cedimento dello Stato, intimidito dalla stagione delle bombe".

Era stato lo stesso Violante a richiedere una copia di quel documento a Mancino. E l'ex ministro, inviandogli la relazione, il 14 settembre '93, aveva scritto una nota di accompagnamento nella quale raccomandava al presidente dell'Antimafia la necessità di "tutelare le notizie in essa riportate", in ossequio alla qualifica di "Riservato" imposta al documento, assistito dal regime della "vietata divulgazione".

Ma cosa sostenevano gli investigatori della Dia in quella relazione top secret, datata 10 agosto 1993, che descriveva con grande chiarezza le dinamiche interne a Cosa Nostra, ma anche le oscillazioni del fronte istituzionale sulla linea da tenere di fronte all'emergenza stragi? La Dia di De Gennaro, già un mese dopo le bombe di Roma e Milano, rilevava che"la volontà del governo di mantenere per i boss un regime penitenziario di assoluta durezza e il fallimento della campagna di delegittimazione dei collaboratori di giustizia, hanno sicuramente concorso alla ripresa degli attentati".

Per la Dia, "lo scopo evidente delle stragi è quello di far cadere il consenso sociale verso l'azione repressiva dello Stato contro la mafia e indurre l'opinione pubblica a ritenere troppo elevato, in termini di rischio di vite umane, il contrasto alla criminalità organizzata". Una strategia, evidenziavano in presa diretta gli investigatori, idonea a insinuare nell'opinione pubblica il convincimento "che in fondo sarebbe più conveniente abbandonare una linea eccessivamente dura", per cercare soluzioni "in qualche modo più accettabili da parte dei mafiosi".

È la fotografia di quell'atteggiamento "morbido" che nel giro di qualche settimana il governo adotterà, senza proclami ufficiali e sempre sottotraccia, per scongiurare nuovi episodi stragisti. Ora i pm di Palermo vogliono appurare quanto fosse noto nel circuito istituzionale il collegamento stragi-41 bis.

Violante, nel '93 uomo di punta dell'opposizione, appare oggi - anche alla luce del carteggio con Mancino - un soggetto pienamente consapevole delle riflessioni che portarono alla trattativa, essendo informato in tempo reale, e per sua stessa iniziativa dell'evoluzione delle dinamiche criminali ma anche di quelle politiche, sia direttamente dai ministri che dagli investigatori.

E le sue risposte potranno fornire ai pm nuovi elementi per verificare quanto fosse "perfetta" quella "solitudine" che nel novembre '93 (solo due mesi dopo il carteggio Mancino-Violante) avrebbe accompagnato Conso nella mancata proroga di oltre 300 decreti di carcere duro.

 

MANCINO VIOLANTE COSSIGALUCIANO VIOLANTEANTONINO INGROIA E FRANCESCO MESSINEO NICOLA MANCINO E GIORGIO NAPOLITANO jpegGiovanni ConsoGianni De Gennaro

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