renzi gentiloni

ZITTO ZITTO, VUOI VEDERE CHE GENTILONI STA PENSANDO COME FREGARE IL DUCETTO DI RIGNANO? PAOLO IL MESTO, UN “UOMO OMBRA” A PALAZZO CHIGI CHE STA DIVENTANDO L’ALTERNATIVA AL RENZISMO SENZA LIMITISMO – C’ERA GIA’ PRIMA DI MATTEO E VUOLE RESTARE (A LUNGO) DOPO – HASHTAG PER L’EX PREMIER: “TISTACOJONANDO”

 

Marco Damilano per l’Espresso

 

paolo gentilonipaolo gentiloni

Dal solista all’uomo-squadra. Dal rottamatore al ricucitore. Dall’uomo delle rotture a quello delle inclusioni. Non appare a occhi nudi, perché nel nuovo corso l’apparire è gesto sconsigliato, ma a Palazzo Chigi, in meno di cinquanta giorni, è cambiato tutto. Le porte che prima erano chiuse, ora si aprono. I ministri che prima vivevano come assessori di una media città, nel terrore di contrariare il Principe, ora riprendono a parlare. E laddove vigeva il caos come regola, perché era dalla confusione che nasceva la stella danzante, l’intuizione creativa, ora c’è un ordine che assomiglia alla normalità.

 

mattarella e gentilonimattarella e gentiloni

Paolo Gentiloni, nelle intenzioni, doveva essere un semplice reggente, un supplente invernale in attesa del ritorno in cattedra del titolare, Matteo Renzi. Un capo di governo stagionale. Invece allunga il suo percorso, dopo la sentenza della Corte costituzionale sull’Italicum. E con la cronaca terribile dell’inverno, il terremoto, le valanghe, i morti in Abruzzo, che costringe l’agenda della politica a rimettere i piedi a terra, dopo un anno di acrobazie attorno al referendum costituzionale.

 

gentiloni e renzigentiloni e renzi

E alla guida di governo si assiste, in modo felpato, a qualcosa di più di un avvicendamento tra due esponenti dello stesso partito, anzi, della stessa corrente. Dal renzismo al gentilonismo, che nei libri di storia era il patto elettorale tra i cattolici e i liberali di un secolo fa, e che ora può rappresentare l’accordo per non tornare a votare, è in corso un cambio di specie. Dall’Homo Renzianus, ben conosciuto e alla fine respinto da una grande maggioranza degli italiani, all’Homo Gentilonianus. Tutto da scoprire, dietro l’aspetto glaciale, l’apparente ibernazione.

PAOLO GENTILONI WALTER VELTRONI PAOLO GENTILONI WALTER VELTRONI

 

IL LEADER IMPOPULISTA

 

«Un leader impopulista», ha scritto di lui su “Repubblica” Ilvo Diamanti, una definizione che Gentiloni ha apprezzato molto. Dunque fuori corso nell’epoca della ricerca del Capo. Lui, il premier, nella vita politica è stato tante cose: eminenza grigia, ideologo, regista di campagne elettorali, candidature, convenzioni. Ma capo mai. Ha partecipato a costruire le leadership degli altri: da protagonista con Francesco Rutelli nel 2000-2001, quando il sindaco di Roma si candidò a premier contro Silvio Berlusconi e Gentiloni, il suo coach, dichiarava: «Faremo pesare creatività e fantasia contro i trucchi da nomenclatura sovietica di Berlusconi».

GENTILONI RUTELLIGENTILONI RUTELLI

 

 

Era vicino anche a Walter Veltroni e avrebbe voluto candidarlo premier almeno tre anni prima del 2008: «C’era la guida rossa per accoglierlo, ma lui non è mai sceso». Rutelli e Veltroni però non sono mai diventati premier, Gentiloni sì. Per quindici anni il futuro inquilino di Palazzo Chigi si è messo al servizio delle leadership altrui, nella scelta dei consulenti per la comunicazione e l’immagine, a partire dall’americano Stanley Greenberg per Rutelli, delle colonne sonore, “Una vita da mediano” di Ligabue per la riuscita convention di Roma del 2004 che tornò a incoronare Romano Prodi candidato premier del centrosinistra, dell’identità ideologica, l’idea della Margherita negli anni Duemila come partito liberal, occidentale, blairiano, e non solo come erede della stirpe democristiana-popolare.

FAZIO E GENTILONI 11af81dfFAZIO E GENTILONI 11af81df

 

Da responsabile comunicazione della Margherita, e poi da ministro, ha frequentato tutti i piani alti di Rai, Mediaset, Sky come interlocutore privilegiato, ma nei talk-show risultava un preparato e sempre disponibile ospite al massimo di seconda fascia.

 

Sedersi in prima serata nel salotto tv di Fabio Fazio da premier, per uno che ha sempre suggerito le battute, i messaggi degli altri, è stato uno strappo con il predecessore che equivale al giuramento del governo al Quirinale o alla fiducia delle Camere. Davanti alle telecamere, ha dato la sensazione di voler durare: «I governi non devono avere l’attitudine psicologica di essere all’ultimo giorno. Abbiamo tante cose da fare e finché avremo la fiducia...».

mario montimario monti

 

LO STILE

 

Io non esisto, appare ripetere ogni volta il presidente del Consiglio, scatenando la sensazione contraria: una tenace volontà di esistenza. Quando parla di sé sembra “L’uomo che non c’era” dei fratelli Coen: «Sono stato tra i fondatori del Pd, ero nel comitato dei 45, ma non ho fatto nulla di particolare, intendiamoci...». «Se vuole una mia personale accentuazione...», ha risposto prudente a un giornalista durante la conferenza stampa di fine 2016, quasi temendo di avventurarsi sul terreno delle considerazioni personali. E subito dopo se n’è pentito: «La mia opinione non rileva, quindi non la dico».

 

IL GRIGIORE

 

filippo sensifilippo sensi

La tristezza che ha fatto traslare su di lui il nomignolo affibbiato a papa Giovanni Battista Montini, Paolo VI: Paolo Mesto. Qualcosa di meno della sobrietà esibita a Palazzo Chigi da Mario Monti, un atteggiamento più dimesso. Ma in questo tempo di sciagure la malinconia di Gentiloni, il suo rifiuto di trasformare la sua permanenza a Palazzo Chigi in un kolossal individuale, incrocia un sentire comune. Renzi con gli interlocutori procedeva a schiaffi, Gentiloni va a omaggi. Uno stile cortese, educato. Elegante.

 

CARLO CALENDA CARLO CALENDA

LA COMUNICAZIONE

 

Renzi comunicava anche di aver respirato, nel suo governo c’era la coincidenza assoluta tra il fare e il comunicare di aver fatto. Nei consigli dei ministri la maggior parte del tempo veniva dedicata più a stabilire e istruire i ministri che avrebbero partecipato a conferenze stampa, interviste, trasmissioni. Poi, tanto, tutta la comunicazione ruotava su un personaggio solo: il premier.

 

Gli altri ministri dovevano allinearsi, in un ruolo secondario, da cassa di risonanza delle decisioni del premier, centralizzata nelle mani del portavoce Filippo Sensi, con pochi elogi e molti rimproveri per chi faceva di testa sua.

 

ELOGIO DELLA NORMALITÀ

 

Marco Minniti Marco Minniti

Nel governo Gentiloni succede l’opposto. Ogni ministro ha attivato una sua comunicazione, in particolare i più autonomi e in prima linea, Marco Minniti e Carlo Calenda, mentre il premier preferisce il silenzio. Su Twitter Gentiloni può contare su 127 mila follower contro i due milioni e ottocentomila di Renzi, cui spedisce tweet legati al ruolo istituzionale, strettamente impersonali.

 

Sensi, il portavoce che lavorò con Gentiloni già negli anni Novanta con Rutelli sindaco di Roma, si è adeguato: le foto agiografiche in bianco e nero in stile kennediano di Renzi sono cadute in disgrazia sui profili twitter e instagram: nei suoi tweet Nomfup rilancia la nota ufficiale di Palazzo Chigi sull’emergenza terremoto. Comunicazione istituzionale. E un po’ di musica.

 

IL LINGUAGGIO

 

Facilitare. Incoraggiare. Accompagnare. Più di tutto: sollecitare. Nel gentilonese abbondano espressioni come queste: trasmettere l’impressione di un potere che non pretende di guidare, dettare la direzione di marcia ma di affiancarsi a chi sta per via (Chi? Partiti, forze sociali, soccorritori, protezione civile, Parlamento, giovani, vecchi, poveri, quelli che non ce la fanno...).

Walter TocciWalter Tocci

 

Un lessico in cui contano le aggettivazioni: «Su Mediaset-Vivendi? Un’attenzione vigile». Gli eufemismi: «La manovra sui conti che chiede l’Europa? Un aggiustamento». Le tautologie: «In Medio Oriente il negoziato deve ripartire dal negoziato». E sulla legge elettorale «la nostra sarà una sollecitudine di servizio...», come parlava il papa ai tempi del suo avo, il conte Vincenzo Ottorino Gentiloni. Un linguaggio che tronca le polemiche, sopisce i conflitti, consola gli afflitti...

 

IL METODO

 

«La forza di Paolo è il metodo», ti ripetono gli amici. Il segreto del Metodo Gentiloni è racchiuso in due slogan: «la fenomenologia della decisione», ovvero decidere non basta, è importante come ci si arriva, e «l’inclusione selettiva», cioè ascoltare prima di prendere una decisione, purché gli interlocutori siano utili. In queste settimane più volte i ministri di punta sono stati convocati in riunioni con esperti, in cui dire la loro.

ANTONIO FUNICIELLOANTONIO FUNICIELLO

 

E sempre si sono trovati di fronte un premier in apparenza flessibile e pronto ad ascoltare tutti, in realtà determinato a portare la discussione dove vuole lui. Perché il metodo Gentiloni non è sinonimo di mollezza: il premier è fatto di quella gelatina che all’interno nasconde un nocciolo duro.

 

LO STAFF

 

Più allenatore che bomber, Gentiloni si è fatto strada come costruttore di squadre. Quella delle giunte Rutelli di Roma, in collegamento con Goffredo Bettini nel primo mandato, ha prodotto futuri ministri e parlamentari, da Walter Tocci a Linda Lanzillotta a Roberto Giachetti, con una macchia difficile da cancellare, la tesoreria della Margherita affidata a Luigi Lusi. Un modello che il premier vuole replicare a Palazzo Chigi. Il principale collaboratore è il napoletano Antonio Funiciello, quarantenne, studioso dei sistemi politici americano e inglese, cresciuto tra i liberal Ds di Enrico Morando, idealmente legato a Giorgio Napolitano e a Walter Veltroni, una passione per il Renzi prima maniera, collaboratore nel precedente governo del sottosegretario renziano Luca Lotti. Più che un capo staff è un capo di gabinetto: un ruolo assente nella squadra di Renzi.

 

MICHELE ANZALDIMICHELE ANZALDI

 

A Funiciello, autore nel 2012 del pamphlet “A vita” dal sottotitolo profetico («Come e perché nel Partito democratico i figli non riescono a uccidere i padri»), è stato affidato il compito di organizzare lo staff e di rappresentare il premier nei tavoli più delicati: durante il dramma dell’ultimo terremoto non è uscito da Palazzo Chigi per giorni. L’ex capo di gabinetto alla Farnesina di Gentiloni Raffaele Trombetta, già ambasciatore in Brasile, ha l’incarico di gestire per conto del premier il G7 di Taormina. Tra il portavoce Sensi e Gentiloni è quasi un romanzo di Dumas: vent’anni dopo, dal Campidoglio insieme a Palazzo Chigi.

 

GLI AMICI E I NEMICI

RIZZO NERVORIZZO NERVO

 

In Parlamento i gentiloniani sono una pattuglia ristretta ma agguerrita: Michele Anzaldi, l’implacabile Javert di Antonio Campo Dall’Orto, come l’ispettore di Victor Hugo scova e fustiga ogni minimo errore dei dirigenti di viale Mazzini. E poi Giachetti, Lorenza Bonaccorsi, Ermete Realacci. Al Senato l’amico che conta è il capogruppo del Pd Luigi Zanda, Gentiloni lo volle nel 2001 nel cda Rai in quota Margherita e poi senatore: toccherà a lui la complicata partita della legge elettorale.

Arturo Parisi - Copyright PIzziArturo Parisi - Copyright PIzzi

 

In Rai, ci sono il consigliere di amministrazione Franco Siddi e l’ex direttore di lungo corso Nino Rizzo Nervo, probabile successore di Carlo Verdelli alla guida dell’informazione della tv di Stato. Tra gli amici ritrovati, il più importante è Romano Prodi, tornato a far visita a Palazzo Chigi dopo molto tempo, regolarmente consultato sulla politica internazionale, in particolare sulla polveriera Libia su cui si consumò la rottura tra il Professore e Renzi, quando il premier fiorentino rifiutò di dare il via libera del governo italiano alla nomina di Prodi come mediatore Onu richiesta dalle fazioni libiche. «Non è freddo, è calmo», ha detto di Gentiloni Prodi, con sottile perfidia nei confronti di chi c’era prima.

 

Anche il fondatore dell’Ulivo Arturo Parisi è tornato a visitare il capo del governo: con Gentiloni, nonostante anni di polemiche tra ulivisti e rutelliani, i rapporti non si sono mai interrotti. Impossibile trovare un nemico: «Paolo non ha mai litigato con nessuno», raccontano. Anche se ora ai gentiloniani viene un dubbio atroce: e se il primo nemico si chiamasse Matteo Renzi?

 

L’AMBIZIONE

luca lotti maria elena boschi al quirinaleluca lotti maria elena boschi al quirinale

 

In questi cinquanta giorni Renzi è stato assente perché non aveva ancora deciso che fare. La sentenza della Consulta sull’Italicum ha rotto la tregua. E c’è una forza delle cose che spinge i due ad andare su binari diversi. Gentiloni è un renziano leale con l’ex premier, ma non è una creatura del Giglio magico. Esisteva prima di Renzi e vuole continuare a camminare in modo autonomo. Ha già dato qualche segnale di indipendenza: ha tenuto per sé la delega più importante, il controllo dei servizi segreti, e ha cancellato in modo definitivo l’ipotesi di nominare Marco Carrai alla cybersecurity.

mauro morettimauro moretti

 

Ha evitato finora di assegnare a Luca Lotti la delega alla segreteria del Cipe, il comitato di programmazione economica. E in poche settimane di governo ha già gentilonizzato la super-renziana Maria Elena Boschi, sottosegretaria alla presidenza del Consiglio, non più così convinta della necessità di dover tornare al voto in tempi rapidi.

 

Per le future nomine degli enti partecipati (Eni, Enel, Poste) Gentiloni medita di dare un segnale, con qualche cambiamento: per esempio ai vertici di Finmeccanica dove siedono Mauro Moretti e Gianni De Gennaro. Piano piano, in modo impercettibile, Gentiloni si muove. Fedele a quell’intento che ha ripetuto in anni lontani, quando faceva politica di partito.

 

claudio descalzi  claudio descalzi

Spostarsi senza darlo a vedere. Come statue di cera, in apparenza immobili. Fingendo di essere innocui. E traduceva il proposito con un’espressione incomprensibile fuori dal raccordo anulare: «Cojoniamoli». Non esattamente degna del titolo nobiliare portato da Gentiloni, ma rende bene l’idea. Più efficace dell’ormai banale: Renzi stai sereno.

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