carlo verdone

AAA: CINEMA ITALIANO VENDESI – VE LI RICORDATE GLI ANNI D’ORO DEL CINEMA ITALIANO? BENE, SONO FINITI. IN SALA NON CI VA PIÙ NESSUNO: DAL 2019 AD OGGI LE PRESENZE E IL FATTURATO DEI CINEMA SONO DIMEZZATI – VERDONE: “IN ITALIA NON SIAMO PIÙ PROPRIETARI DI NULLA. FIGURATI SE WOODY ALLEN RIESCE A CAPIRE UN’ITALIA CHE NON CAPIAMO NEANCHE NOI. I FILM ORAMAI SI SCRIVONO UNA SETTIMANA E I RISULTATI SI VEDONO..." – ORAMAI È TUTTO IN MANO AI PRODUTTORI ESTERI, PERFINO LA SERIE TV “MONTALBANO” È FRANCESE – LA COLPA? DEGLI SGRAVI FISCALI DEL MINISTERO DELLA CULTURA (SANGIULIANO FACCI LA GRAZIA)

1 - VERDONE: «I FILM SI SCRIVONO IN 7 GIORNI, I RISULTATI SI VEDONO...»

Valerio Cappelli per il “Corriere della Sera – ed. Roma”

 

CINEMA FIAMMA CHIUSO

L'Italia, dopo la pandemia, è in ripresa, tranne un settore fortemente radicato nel Lazio: l'audiovisivo. È il mondo dove si fabbricano sogni e paradossi: gli incassi segnano meno 72 percento, le sale sono vuote (il primo vero e inatteso successo è il Pirandello di Roberto Andò che ha superato 4 milioni e 800 mila al botteghino), ma si continuano a sfornare film; nel 2021 in Italia se ne sono prodotti 328, nelle sale ne sono usciti 156 (e su 100 film, appena 17 sono italiani).

 

La «colpa» è degli sgravi fiscali voluti dal ministero della Cultura (una misura nata con le migliori intenzioni per attivare risorse), che si riversano a pioggia su tutti; il risultato è che in molti si sono improvvisati imprenditori (o affaristi) di cinema: tra sgravi, e fondi delle Film Commission, loro ci guadagnano, e amen se i film non si vedono.

 

CINEMA ROXY CHIUSO

È questo il quadro che emerge da conversazioni avute con i protagonisti del cinema. «Si produce troppo, per prendere finanziamenti, e con poca qualità», ha ammonito il direttore della Mostra di Venezia Alberto Barbera. «Si scrivono film in una settimana e i risultati si vedono», afferma Carlo Verdone. E Francesca Archibugi: «Sono andata al cinema, in sala c'eravamo solo mio marito ed io. Che rito collettivo è?».

 

C'è un secondo tema, slegato ma che agita le acque: i principali produttori italiani, film e soprattutto serie tv, Lux Vide, Cattleya, Groenlandia, Palomar, Wildside, hanno venduto all'estero. Il rischio è che in futuro si mostrerà un'Italia da cartolina, un po' come in To Rome with Love di Woody Allen. Un'Italia che(s)vende la sua anima, laddove la forza del cinema italiano, dal neorealismo in poi, è nell'originalità del nostro sguardo. È il tema dell'identità, di cui tanto si parla in altri ambiti.

SALE CINEMATOGRAFICHE CHIUSE A ROMA

 

Dice Giampaolo Letta di Medusa: «I proprietari di alcuni prodotti simbolo, come I Medici o Doc , sono diventati anglo-tedeschi, Gomorra è inglese, Montalbano è di proprietà francese. Queste operazioni di acquisizione e aggregazione di produttori italiani effettuate da grandi gruppi europei collegati a broadcaster, agli italiani sono però di fatto inibite. Se da una parte è un segnale importante di attenzione dall'estero per la nostra creatività e le nostre professionalità, è evidente l'asimmetria competitiva che si è creata. Un ulteriore rischio che, nel tempo, possa essere messa in discussione la nostra identità».

 

carlo verdone foto di bacco

Per Verdone, «l'Italia è un paese in svendita su tutto, non siamo più padroni di niente, dalle acque minerali ai prodotti alimentari, è tutto in mano a holding straniere, dobbiamo trovare la nostra identità, che non è quella degli Anni '60, il mondo è cambiato e le comparse sono indiane e cinesi, ma c'è il rischio dell'oleografia, di raccontare luoghi comuni che nemmeno esistono più. Il film di Woody Allen? Quella è un'Italia che non aveva capito: non la capiamo noi, figurati lui. Ha esaltato dei luoghi comuni che manco esistono più».

 

Roberto Andò dice che «l'omologazione di format narrativi deriva dalle piattaforme che creativamente si pongono in modo invasivo, controllano, decidono. Serie e film si fanno secondo algoritmi e creano standardizzazioni, è un effetto della globalizzazione ma c'è il rischio dell'esotismo, raccontando solo certi aspetti italiani o piegandoli a come li vedono gli stranieri».

 

Woody Allen su Woody Allen Stig Bjorkman

Riccardo Tozzi, che fondò Cattleya ora venduta a una società inglese, al contrario dice che «la rivoluzione digitale ha cambiato i rapporti di forza, lo sviluppo delle tv a pagamento e delle piattaforme ha portato a una crescita senza precedenti.

 

Per questo grandi distributori internazionali, o gruppi tv investono nell'acquisto delle migliori società di produzione, scelte per la loro capacità di generare il prodotto che tutti cercano: il glocal. Opere radicate nelle culture nazionali che possono viaggiare internazionalmente.

 

L'investimento estero è volto a rafforzare le società nazionali, non vuole dirigerle, e restano società nazionali che pagano le tasse nel paese, quindi non un centesimo esce, al contrario affluiscono investimenti esteri, crescono le esportazioni e aumenta l'occupazione. Ma c'è un segno di declino nei gruppi italiani che non acquisiscono società all'estero».

 

carlo verdone armando feroci gallo cedrone

«Questa è una forte anomalia - dice Sergio Rubini - l'Italia è in svendita, e parlando di cultura parliamo di identità, sforniamo prodotti glocal. La seconda anomalia è che spariscono i piccoli produttori indipendenti, che garantiscono eterogeneità, ed è una forte identità nostrana.

 

Vogliamo bloccare gli stranieri? Magari no, ma regolamentiamoli, e soprattutto diamo incentivi agli indipendenti che si portano la croce dei prodotti italiani». Ancora Letta: «I due punti da chiedere al legislatore sono: incentivi fiscali straordinari e limitati nel tempo, per i distributori e per gli esercenti. E poi la finestra, il periodo di uscita in sala e la messa a disposizione sulle piattaforme: in Francia è 18 mesi, da noi 90 giorni, ma per un film americano anche meno.

 

È fondamentale che siano uguali per tutti. Non esiste poi un'equazione tra quantità e qualità, oggi gli incentivi alla produzione sono automatici, andrebbe messo un criterio selettivo per migliorare l'utilizzo delle risorse pubbliche». Ma (fermo restando l'aumento dei posti di lavoro), il paradosso è, lo ripetiamo, che mentre il mercato crolla, si fanno più film.

 

2 - CINEMA, PUBBLICO E INCASSI DIMEZZATI IN TRE ANNI E I GESTORI ADESSO PUNTANO SULLE MULTISALE

Flavia Fiorentino per il “Corriere della Sera – ed. Roma”

 

cinema

La chiusura senza appello del cinema King in via Fogliano nel quartiere Salario alla fine della scorsa primavera, è soltanto l'ultima ferita di un'emorragia che sembra inarrestabile. Solo negli ultimi anni hanno tirato la saracinesca giù per sempre oltre una quarantina di cinema e i dati dell'Anec Lazio parlano chiaro: dal 2019 al 2022 a Roma gli incassi sono scesi del 50% a 15.984.577 e le presenze del 54% a 2.138.915.

 

Lo stop per la pandemia, la concorrenza delle piattaforme streaming e ora anche il caro bollette in un circuito altamente energivoro con un aumento, sempre secondo Anec, dei costi del 400%, hanno reso il futuro delle sale della Capitale, ancora più incerto. E sono sbiadite, forse irripetibili, quelle immagini del ponte di Ognissanti con le lunghe file fuori dai cinema.

cinema 2

 

Ma c'è anche qualche segnale incoraggiante che traccia un possibile percorso per la ripresa: a fine ottobre, dopo due anni di ristrutturazione, ha riaperto il Barberini con sei sale lusso e interventi ad alta tecnologia. «Gli imprenditori che possono investire riescono a rinnovarsi e rilanciare - spiega Leandro Pesci, presidente di Anec Lazio e gestore di 4 cinema a Roma (Lux, Odeon, In Trastevere e Tibur) -.

 

Si deve migliorare la qualità dell'accoglienza e dei servizi, magari anche con un ristorante interno, come ha fatto il Barberini. Dalla fine degli anni Ottanta, nonostante le chiusure di molte strutture, a Roma gli schermi sono aumentati, passando da circa 80, agli attuali 202 (400 complessivamente nel Lazio), quindi è evidente che la direzione giusta è quella delle multisale: la diversificazione dell'offerta è quella che permette di raggiungere il miglior risultato economico e dunque la sopravvivenza».

cinema 1

 

Ma la maggior parte di chi un tempo gestiva cinema con floridi incassi, oggi non ha le risorse per riaprire e tanti impianti restano in stato di abbandono. Il Metropolitan in via del Corso, ad esempio, non è mai stato recuperato: sembrava che dovesse prima accogliere un brand americano dell'abbigliamento, poi trasformarsi in un megastore di fast fashion e infine è rimasto chiuso. Così come un'altra sala iconica come l'Embassy di via Stoppani che ha spento per sempre le luci dopo aver ospitato anteprime mondiali con divi hollywoodiani al seguito.

 

cinema barberini

«Dopo il superamento delle norme che permettevano di trasformare i cinema in sale Bingo, ora per fortuna non si può più fare - precisa Francesca Del Bello, presidente del II Municipio dove hanno chiuso un alto numero di strutture - la materia è disciplinata dal Piano regolatore e dalla legge regionale sulla rigenerazione urbana del 2017, che impone a un ex cinema un vincolo di destinazione d'uso del 50% ad attività culturali, mentre il resto della superficie può essere utilizzata per fini commerciali.

vista panoramica di piazza barberini e via veneto dalla terrazza del cinema barberini foto di bacco

 

Al momento non abbiamo nessuna richiesta in corso da parte dei gestori ed essendo proprietà private non possiamo fare nulla contro il degrado a cui inevitabilmente sono destinate. Sarebbe opportuno che il Comune faccia una ricognizione di questi cinema abbandonati - prosegue Del Bello - per proporre un piano di aiuti per la loro riqualificazione. Però l'ex Academy Hall in via Stamira, che era diventata una sala giochi, poi confiscata alle mafie, adesso ospiterà l'Associazione Libera, mentre la Lucisano group sta per riaprire il cinema Africa (ex Apollo) in piazza Elio Callistio, alla Sedia del Diavolo con grande soddisfazione da parte dei cittadini del quartiere».

sale cinematografiche del barberini (3)

 

In questo momento, per chi ancora non ha capitolato, la vera emergenza è rappresentata dal caro energia: «Nei miei 4 cinema prima dell'estate pagavo circa 12mila euro al mese - aggiunge Pesci - a fronte dei 42mila di ottobre». Ma nonostante le difficoltà, il presidente degli esercenti cinematografici è convinto che ci sia ancora spazio per questo tipo di intrattenimento: «Il prodotto è molto importante, con questo avvio di autunno c'erano pochi film interessanti, sia italiani che americani e il pubblico scarseggiava. Poi improvvisamente conclude Pesci - quando sono arrivati Dante, Stranezza, Il Colibrì , gli spettatori non si sono fatti attendere. E ora, con l'uscita di Black Panther della Marvel, gli incassi volano».

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