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BRET-A-PORTER – EASTON ELLIS È TORNATO ED È PIÙ SCORRETTO CHE MAI! – “WHITE”, L’ULTIMO LIBRO DELL’AUTORE DI “AMERICAN PSYCHO” È UNA RACCOLTA DI SAGGI CHE DEMOLISCE I LIBERAL OSSESSIONATI DA TRUMP – MA PURE LUI SI È DATO UNA CALMATA: “NON VADO PIÙ ALE FESTE, SONO UN VECCHIO SEDUTO IN VERANDA” – I COMMENTI ALL’INTERVISTA AL “NEW YORKER” CHE DICONO CHE IL LIBRO FA SCHIFO: FORSE ANDREBBE LETTO SOLO PER QUESTO

1 – BRET EASTON ELLIS " FESTE E COCA ADDIO SONO UN VECCHIO SEDUTO IN VERANDA"

Articolo di Lauren Christensen per “The New York Times” e pubblicato da “la Repubblica”

 

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Bret Easton Ellis non è nuovo alla cattiva pubblicità. Fin dal suo esordio con Meno di zero, nel 1985, che lo trasformò in un fenomeno letterario, la sua narrativa violentemente nichilista e il suo personaggio pubblico politicamente scorretto gli hanno attirato indignazione e acclamazione in parti uguali. E dopo tre decenni, altri cinque romanzi e una raccolta di racconti, Ellis ha ancora qualcosa da dire.

 

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Ieri ha pubblicato il suo primo libro da nove anni a questa parte: una raccolta di saggi intitolata White. Non tutti lo apprezzeranno, ma a lui non importa. «Mi sento molto rilassato al riguardo», dice. «È un po' un libro per collezionisti di Bret Easton Ellis». Per quelli che non lo sono, rinfreschiamo un po' la memoria: il successo (non unanime) del suo romanzo d' esordio del 1985, che raccontava le bravate amorali di adolescenti losangelini ricchi e scontenti, trasformò il ventunenne scrittore al terzo anno del college in una presenza fissa della scena sociale newyorchese, fotografato ovunque, dagli Mtv Movie Awards al nightclub Nell' s a Manhattan, spesso insieme al suo amico Jay McInerney. Ricorda il suo appartamento nell' East Village, all' epoca, come un «covo di scelleratezze cocainiche».

 

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I critici lo definivano un enfant terrible, i fan dicevano che era il simbolo della sua generazione. Fu durante quegli anni di dissipatezza che Ellis scrisse il noir newyorchese American Psycho su un finanziere ventiseienne crudelmente materialista, che ha un tracollo mentre si dedica patologicamente a commettere truculenti stupri e omicidi. L' indignazione collettiva per American Psycho fornisce lo sfondo per i saggi contenuti in White, che parlano degli argomenti più vari, dall' infanzia non vigilata di Ellis negli anni '70, nel quartiere agiato di Sherman Oaks, a Los Angeles, alle sue critiche di film e star del cinema, fino al presidente Trump.

 

Nell' ultimo decennio, Ellis, che ha 55 anni, ha fatto notizia più per le sue dichiarazioni poco diplomatiche che per la sua produzione creativa. C' è stato quel tweet del 2013 - «Kathryn Bigelow sarebbe considerata una cineasta moderatamente interessante se fosse un uomo, ma essendo una donna molto sexy è assolutamente sopravvalutata» - che scatenò un vespaio tale da costringerlo a presentare scuse formali sul Daily Beast.

 

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Si è lamentato dei liberal che lo considerano un apologeta di Trump, poi ha difeso le simpatie destrorse di Kanye West. È stato definito razzista per aver sostenuto che il film Black Panther era stato fatto in ossequio alla «mania per la diversità» di Hollywood. «Negli ultimi tempi la cosa che mi infastidisce è il mondo dei tweet e il fatto che lì, non essendoci nessun contesto, nessuna sfumatura, ed essendo tutti super isterici, ti appiccicano etichette che non ti rappresentano», dice Ellis. «La polizia del linguaggio è una cosa difficile da sopportare se sei un creativo». Vorrebbe davvero che tutti si dessero una calmata.

 

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Lui, per certi versi, una calmata se l' è data. Davanti all' ascensore nel suo condominio di West Hollywood, con in mano un sacco della spazzatura da portare giù, quest' uomo alto e dai capelli argentati, con indosso una polo consunta, sembra lontano anni luce dal protagonista della scena mondana sempre pronto a provocare che era un tempo.

«Ormai non vado quasi più alle feste», dice. «Ho superato quella fase». Ha superato anche il suo fatalismo giovanile riguardo agli eventi correnti: ora preferisce trattare le notizie come una forma di intrattenimento fugace, invece che come la fine del mondo («Sul serio, Jared Kushner è uno schianto in costume da bagno»).

 

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Questa frivolezza sembra un' estensione del tono disincantato che attraversa tutto White, dove la politica è trattata come semplice foraggio per soliloqui stilizzati. Ellis ha tenuto a sottolineare che non ha votato per Trump, e che anzi aveva messo in guardia fin dal principio dal pericolo che rappresentava in quanto capitalista famoso. Nel periodo in cui scriveva American Psycho, ricorda, «a Wall Street tutti leggevano L' arte di fare affari, e Trump mi inquietava a tal punto che decisi di farne la figura paterna di Patrick Bateman, il protagonista del libro».

 

Il distacco non è semplicemente un abito mentale per Ellis, è il suo mantra artistico. «Neutralità, distanza, riserbo: sono le cose in cui ho sempre credito, la mia guida estetica», dice. White non fa eccezione: «Ho affrontato questo libro come ho affrontato i romanzi, in modo letterario. Volevo che desse la sensazione di essere quasi insieme a questo personaggio, questo narratore che è me, ma per certi versi non è me».

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Tuttavia, a differenza dei suoi romanzi, sottolinea, White «non è mai stato immaginato come uno sforzo per calarsi a fondo dentro qualcosa. L' ho pensato come qualcosa di frivolo, molto legato al presente. Sono in una fase positiva della mia vita, nel senso di fregarsene veramente», dice. «È una libertà non preoccuparsi di quello che la gente pensa di te.

 

Non preoccuparsi se sei attraente, non preoccuparsi dei fardelli del sesso». In questo momento Ellis sta con un musicista di 32 anni di nome Todd Schultz. È la relazione più lunga che abbia mai avuto. Il loro corteggiamento, che è cominciato dieci anni fa a un ricevimento dove Schultz era il fidanzato del padrone di casa (Ellis: «Io ero l' Angelina della situazione»), ha messo fine a quelli che lo scrittore chiama i suoi «anni da scapolo equivoco».

 

Definisce la sua famiglia post-2016 come «una sitcom scadente con un vecchio cinquantenne scontroso, che è una sorta di centrista liberal non osservante, e il mio fidanzato gay e comunista». In contrasto con i timidi accenni omoerotici dei suoi primi romanzi, scritti quando non aveva ancora reso pubblica la sua omosessualità, i riferimenti al suo partner sembrano quasi lo sketch di un comico. Se Schultz fa la parte del millennial melodrammatico e ossessionato dai media, Ellis si identifica come «il vecchio seduto sulla veranda» che piagnucola sulla profondità culturale dei decenni passati.

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Nonostante le sue pose da reliquia annoiata di un' epoca meno indignata, Ellis trasuda lo stesso spirito giovanile che ha sempre avuto: uno spirito di irriverente divertimento, tranquilla ironia, indefessa curiosità artistica. È l' incarnazione vivente di come, tra il mondo predigitale del 1985 e oggi, sia cambiato tutto e al tempo stesso non sia cambiato nulla. E metterci di fronte all' assurdità di quel mondo in tutta la sua arcigna severità, la sua comicità e la sua bellezza plastica è stata l' opera di una vita per Ellis.

 

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Ma lui non vuole che ci arrovelliamo troppo su tutte queste cose. Per Ellis la letteratura, Twitter, la politica, le relazioni, la vita stessa, nulla di tutto questo dev' essere preso troppo sul serio. «Godetevela! Interessatevi al mondo, scavate a fondo», consiglia. «Ma non trasformate tutto quello che scrivo in uno spot di pubblicità progresso».

 

2 – BRET EASTON ELLIS CONTRO TUTTI

Cristiano De Majo per www.rivistastudio.com

 

Tra le tante cose che Bret Easton Ellis scrive nel suo nuovo libro, White, che esce negli Usa il 16 aprile (e in autunno in Italia per Einaudi), ce n’è una che può essere presa come parte per spiegare il tutto: una delle caratteristiche della Generazione X, sostiene lo scrittore, è il non tenere particolarmente alla propria reputazione e questo, nell’epoca della cosiddetta «reputation economy», può rappresentare un problema.

 

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Non ha pensato certamente alla sua reputazione Ellis, rilasciando qualche giorno fa al New Yorker un’intervista fatta di mezze risposte e non si sa quanto frutto di una manina vendicativa, visto che, nello stesso libro per cui veniva intervistato, demolisce il pensiero liberal ossessionato da Trump di cui la prestigiosa rivista è certamente una delle centrali.

 

La media delle reazioni suscitate dall’intervista ha ridicolizzato lo scrittore californiano, giudicandolo un cretino o, nel migliore dei casi, una specie di disadattato che non sa badare a sé stesso, com’era già successo in passato per via di alcuni suoi tweet (che pure sono argomento del libro), e come spesso è successo a Ellis, che proprio per questo non tenere alla propria reputazione ha finito per essere macchiettizzato.

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Tuttavia in White, che sta a metà tra la raccolta di saggi e l’autobiografia, ed è il suo primo libro non fiction, il fatto che Ellis non sia né un cretino né un disadattato e che anzi, oltre a essere un grande romanziere, sia anche provvisto di un pensiero particolarmente limpido, consapevole, intelligente, controcorrente (cosa che tra l’altro ci fa balenare il lontano e irrecuperabile ricordo di quanto poco tranquillizzante possa essere il pensiero di un intellettuale) risulta chiaro con molte prove a sostegno, New Yorker consentendo.

BRET EASTON ELLIS INTERVISTATO DAL NEW YORKER

 

A cominciare dalle sue analisi sulla cosiddetta likeability – il paradigma dei social network che ci ha portati a creare una falsa proiezione di noi stessi improntata all’ipocrisia e al conformismo che lui paragona a una forma di «acting», di recitazione – per arrivare alla politica americana e appunto a quell’ossessione liberal per Trump che si fa materia psicoanalitica – «Barbra Streisand ha detto ai media di essere ingrassata per colpa di Trump. Lena Dunham ha detto ai media di essere dimagrita per colpa di Trump.

 

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Da tutte le parti ci sono persone che incolpano il presidente per i loro problemi e le loro nevrosi» – e che ha come corrispondenza l’acritico sostegno a Bernie Sanders, la cui piattaforma viene definita «impraticabile al limite dell’assurdità», passando poi per altre mille discorsi, tra cui acuminate riflessioni sulle identity politics – una lunga e ragionata stroncatura di un film come Moonlight, per esempio – raccontate da uno che fissa l’inizio della sua educazione sentimentale con American Gigolò (molto belle le pagine in cui analizza il film di Schrader come il primo esempio di oggettificazione maschile e di ingresso dell’immaginario gay nel mainstream).

 

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White è anche un libro ferocemente avverso ai millennial, a cui probabilmente non piacerà. Contro il suo fidanzato millennial e i di lui amici, che descrive come portatori di una pericolosa forma di superiorità morale. Contro il fenomeno tipicamente millennial dell’avvelenamento dei pozzi dell’arte con l’ideologia (“tipicamente millennial” in America ovviamente, visto che in Italia è il nostro pane dal Dopoguerra almeno). E contro la propensione millennial alla «reazione esagerata», alla «passivo-aggressività positiva», quella «millennials oversensivity», la chiama lui, determinata da un’infanzia iper-protetta.

 

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«Il fatto che qualcuno possa interpretare una battuta o delle immagini (un dipinto o persino un tweet) come sessista o razzista (al di là del fatto che lo sia) e quindi offensivo e intollerabile – con la conseguenza che nessun altro dovrebbe ascoltare, vedere o tollerare quella cosa – è una nuova forma di mania, di psicosi che la nostra cultura sta coccolando», scrive.

 

Mi chiedo se sia una questione di affinità generazionale allora se ho continuato a leggere le 270 pagine di White facendo di sì con la testa. Probabilmente è uno dei suoi limiti, quello di essere uno scrittore che ha saputo raccontare meglio di chiunque altro le illusioni e le disillusioni dei nati in quel quindicennio che sta tra la metà dei Sessanta e la fine dei Settanta, cosa che lo ha reso amatissimo ma anche profondamente incompreso dai fuori epoca.

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Ciò detto non è che poi dimostri di non capire quell’attuale, di epoca. Piuttosto sembra aver accettato con una forma di serenità la fine – o la lunga sospensione – della sua ispirazione romanzesca: perché ha potuto permettersi il lusso di non dover scrivere un romanzo ogni due anni (fenomeno che descrive come una forma di follia dell’editoria contemporanea), ma anche perché il romanticismo e la violenza, che erano gli ingredienti fondamentali del suo stile, non possono più descrivere questo di mondo, e la realtà più autentica per uno scrittore così attento alla “società” è diventata quella dei tweet e delle polemiche “culturali”.

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Per gli appassionati di letteratura e per gli ammiratori dei suoi romanzi gli spunti  sono comunque molti, a cominciare dallo svelamento della vita dietro le quinte della sua carriera (che in  una forma più mascherata era stata raccontata in quelle prime cinquanta bellissime pagine di Lunar Park): il successo precocissimo per una storia che aveva in testa sin da adolescente (Meno di zero), il famoso Literary Brat Pack, la vita nel condo di Manhattan (nello stesso palazzo dove viveva Tom Cruise, proprio come in American Psycho, di cui racconta lucidamente la gestazione), la serate passate a tirare coca, l’amicizia con le celebrità, i film, le riviste, e gli scrittori amati e odiati.

 

Come Joan Didion: considerata un modello per la sua assoluta devozione allo stile; la sua estetica ha cancellato tutto il resto, un resto fatto di idee – era repubblicana e anti-femminista – che non piacerebbero affatto ai millennial che pure la venerano. E come David Foster Wallace: scrittore bravo ma, secondo Ellis, sopravvalutato, trasformato dopo la sua morte in santino e in vittima, e venerato oggi per un discorso da guru come “This is water”, definito «A very special example of bullshit», in mezzo a un po’ di pagine che riescono a spiegare con rispetto “da collega” ma senza lesinare in sincerità il famoso rant su Twitter che gli provocò centinaia di reazioni scandalizzate. «Un problema crescente della nostra società», scrive in un passaggio, «è l’incapacità delle persone di sopportare due pensieri opposti nello stesso momento in testa, così ogni “critica” del lavoro di chicchessia viene rubricata come elitarismo o come invidia o senso di superiorità».

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Purtroppo per me (o dovrei dire: per noi) White è un libro che induce nostalgia e passatismo, sentimenti che ci eravamo imposti di non provare fino a questo momento, ma a cui sembra sempre più difficile resistere. Non siamo più giovani e, probabilmente, senza essercene accorti, siamo già approdati alla fase dei bei vecchi tempi, quando le opere d’arte erano ambigue – ti ricordi? – o quando una frase, un pensiero, un’opinione non dovevano passare il vaglio dell’autocensura; i bei vecchi tempi del dico quello che penso pubblicamente, piuttosto che scriverlo nel gruppo Whatsapp di chi la pensa come me per paura di “posizionarmi” male; quel passato sempre più idealizzato in cui i mitomani del like non ti scorrevano davanti agli occhi tutti i giorni. Probabilmente come i vecchi di tutte le generazioni stiamo rimpiangendo i tempi in cui anche noi siamo stati giovani e leggevamo i romanzi di Bret Easton Ellis. Ma, ditemi, scrittori come lui – dirompenti stilisti, interpreti così brillanti del proprio tempo, sperimentali ma capaci di farsi leggere anche da chi non legge e che pensano contropelo – oggi se ne vedono?

 

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3 – “ALLORA, DISPREZZATEMI!”: TUTTI SCRIVONO CHE L’ULTIMO LIBRO DI BRET EASTON ELLIS FA SCHIFO. PER QUESTO DOBBIAMO LEGGERLO

Da www.pangea.news

 

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Prima di dire quello che penso ricalco ciò che pensano gli altri. Tra un paio di settimane Knopf manda in orbita White, l’ultimo libro di Bret Easton Ellis. Didascalia per illetterati. Bret Easton Ellis è lo scrittore statunitense più incisivo degli Ottanta-Novanta-Duemila. Esordio divinizzato dalla precocità – era il 1985, aveva 21 anni, era Less Than Zero – libro fondamentale – American Psycho, era il 1991, da cui il film con Christian Bale – imperiale creatività – Glamorama, Lunar Park– fino a dieci anni fa, quando BEE ha pubblicato Imperial Bedrooms, il romanzo di una stella cadente. Nel frattempo, si è messo a scrivere un po’ di sceneggiature per il cinema. Ora. White. L’ex scrittore prodigio, a 55 anni – li ha fatti lo scorso 7 marzo – pubblica una raccolta di saggi. Ottimo titolo, comunque.

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*

 

Anche l’abstract che cinge White è riuscito: “Dobbiamo essere tutti uguali, avere le stesse reazioni di fronte a qualsiasi opera d’arte, movimento, idea; se rifiuti di unirti al coro dell’approvazione pubblica sei etichettato come un razzista e un misogino. Questo è quello che accade alla cultura quando non si occupa più di arte”. Visione estetica preminente a quella etica – da bovini buonisti. Attacco frontale al ‘politicamente corretto’. Chi non la pensa così? Niente di nuovo sotto il sole letterario.

 

*

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Come di norma, alcune riviste hanno già avuto il libro di BEE e ne hanno scritto. Bookforum ha pubblicato un lungo pensiero di Andrea Long Chu, Psycho Analysis. Bret Easton Ellis rages against the decline of American culture. Nonostante il titolo, il pezzo è una roboante stroncatura. BEE, di fatto, è accusato di essere un piagnone, di fare arte sulla nostalgia degli anni Ottanta – luccicanti, cocainomani, devotamente ‘bianchi’ – di non avere più altro da dire (e chi decide cosa c’è da dire?). “La tesi di White è che la cultura americana è entrata in un periodo di declino irreversibile e che i social media e i millennial siano da biasimare. Questo è ridicolo, non perché non sia vero che i social media non abbiano cambiato il mondo in modo tremendo, ma perché si tratta di affermazioni radicate in una visione nostalgica e infantile del nostro tempo”, scrive il rabbioso recensore. “Come la sua eroina, Joan Didion, Ellis crede che lo stile sia tutto: peccato aver speso un libro per raccontare un concetto così misero”. Secondo l’arguto giornalista, Bret Easton Ellis si è trasformato in Patrick Bateman, cruento antieroe di American Psycho: “Entrambi ricchi. Entrambi ammiratori di Donald Trump. Entrambi spesso a cena in ristoranti di lusso. Entrambi frustrati”. D’altronde, lo rimarca BEE nel libro: “Bateman è la figura immaginaria che incarna la versione peggiore di me stesso, il mio incubo, qualcuno che odiavo ma che, nella sua impotente inquietudine, mi era prossimo, simpatico”.

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*

 

L’Observer, per la firma di Scott Indrisek, spara un titolo perentorio. A Few Good Reasons Not to Read Bret Easton Ellis’ New Book. Il gioco penso sia volutamente voluttuoso: negare una cosa ci fa venire voglia di appropriarcene. “Se i romanzi di Ellis hanno dato vita, parole sue, a un ‘nichilismo scintillante’, il suo libro di saggi è decisamente meno ambizioso: è nostalgia stantia… Che seccatura leggerlo. Ellis, come romanziere, ha dimostrato prodezza di genio e di ironia… questo, in fondo, è un ritratto dell’artista come martire di mezza età che spande le sue opinioni a una platea di idioti”.

 

*

 

Alcune frasi di White sono interessanti, eccone un florilegio:

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“I millennial devono tirarsi su le braghe e asciugarsi il moccolo”.

 

“Non ho ancora capito cosa possa recare offesa a qualcuno. Da quando sono diventato uno scrittore pubblico, a 21 anni, sono stato giudicato e recensito, e ho goduto, sempre, nell’essere amato e ignorato, adorato e disprezzato”.

 

“Da qualche parte, negli ultimi anni – non saprei dire esattamente quando – un vago fastidio, ma travolgente e irrazionale, ha incominciato a squarciarmi almeno una dozzina di volte al giorno”.

 

“Twitter ha stuzzicato il cattivo ragazzo che cova dentro di me”.

 

“I paladini della giustizia sociale non hanno senso estetico”.

 

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“I sentimenti non sono fatti, le opinioni non sono crimini, l’estetica è l’unica cosa che conta. Il motivo per cui sono scrittore è che ho una estetica: le cose sono vere senza per forza essere fattuali o immutabili”.

 

*

 

Ecco perché va letto White di BEE. BEE è lo scrittore terminale. Qualcosa di cannibale lo muove. BEE azzanna tutto, con sano istinto suicidale, s’accanisce al cadavere degli Usa, usa la giugulare che detona sangue per annaffiare il giardino di casa. Ritiene che l’immaginazione sia più radioattiva della realtà, che le parole stimolino istinti bestiali. Con spregiudicato vizio abbiamo distrutto tutto – abbiamo ucciso ciò che amiamo – abbiamo spaccato la nostra immagine sui vetri – non resta che ucciderci. O penare. BEE va letto perché è l’urlo assonnato sulla città massacrata. Ora, appunto, serve una letteratura nuova. Fitta di nostalgici peana – non ci appartiene, non appare. Oppure, che con avidità nuova – di foglia e di follia – racconti l’eredità deserta, l’ultimo uomo. (d.b.)

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