IL CINEMA DEI GIUSTI - ESCE SU NETFLIX ''IL PROCESSO AI CHICAGO 7'' DI AARON SORKIN, CON UN CAST DI ECCEZIONE, UNA COSTRUZIONE DI RACCONTO SOLIDISSIMA. UN GRANDE FILM PROCESSUALE, FORSE NON GENIALE MA NON ERA FACILE DARE VITA A COSÌ TANTI PESONAGGI E A UNA STORIA COSÌ COMPLESSA. UNO ''SHOW TRIAL'' VOLUTO DA NIXON ALL'INIZIO DEL SUO MANDATO CONTRO CHI PROTESTAVA CONTRO LA GUERRA IN VIETNAM

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Il processo ai Chicago 7 di Aaron Sorkin

 

Marco Giusti per Dagospia

 

il processo ai chicago 7 il processo ai chicago 7

Ci sono voluti qualcosa come 50 anni con progetti di ogni tipo per girare finalmente un film sul processo ai Chicago Seven. La versione scritta e diretta da Aaron Sorkin, “Il processo ai Chicago 7”, che potete vedere da un paio di giorni su Netflix dopo una sparuta uscita in sala, può vantare da una parte un cast d’eccezione, da un’altra una costruzione di racconto solidissima, da grande film processuale, come ci si poteva aspettare dallo sceneggiatore di “The Social network” e di “Steve Jobs”. Forse non geniale, ma di certo rispettosa rispetto agli eventi e ai protagonisti.

 

Non era infatti facile dare vita a così tanti personaggi e a una storia così complessa. Un processo politico fortemente voluto da Richard Nixon all’inizio del suo mandato di presidente e dal suo procuratore generale, il falco John Mitchell, per stroncare i leader dei movimenti giovanili, come Tom Hayden e Rennie Davis, Abbie Hoffman e Jerry Rubin, Dave Dellinger, che si erano ritrovati a Chicago nel luglio 1968, durante la convention democratica, per protestare contro la guerra in Vietnam e ritenuti responsabili, ben un anno dopo!, dei tumulti che ne erano seguiti con la polizia.

 

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I sette, che diventano otto se si considera anche Bobby Seale, leader delle Black Panther, che si dissociò subito dal gruppo di bianchi, subirono un processo farsa, che diventò presto anche un processo show per l’ottusità del vecchio giudice Hoffman e le risposte da stand up comedian di Abbie Hoffman nonché per le apparizioni eccellenti di cantanti e letterati come testimoni, da Pete Seeger, Judy Collins, Arlo Guthrie, Country Joe a Allen Ginsberg, Phil Ochs, Timothy Leary, che andò avanti per mesi, dal settembre 1969 al febbraio 1970, con ben 28 mila pagine di trascrizioni all’interno di questo palazzo di giustizia mussoliniano di Chicago e addirittura 25 canzoni che vennero composte per l’evento.

 

Un elenco che va da Graham Nash a Phil Ochs a Laura Nyro a Memphis Slim. “Ma niente era paragonabile al processo verbale”, ricordava Abbie Hoffman, che vedeva il giudice Hoffman come una specie di folle e vecchio Mister Magoo, da lui e da Jerry Rubin preso in giro con provocazioni di ogni tipo, come vestirsi da giudice col mantello nero o da poliziotto. Ma al di là delle battute beffarde di Abbie Hoffman, durante il processo, la polizia si macchiò dell’orrendo delitto dell’uccisione di Fred Hampton, altro leader delle Black Panther, amico di Bobby Seale,  freddato a soli 21 anni da una scarica di colpi mentre dormiva. Un delitto che arrivava dopo quelli di Martin Luither King, Malcom X, Robert Kennedy.

 

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Già scritto da Aaron Sorkin nel 2007 per la regia di Steven Spielberg, con un cast che prevedeva, oltre a Sacha Baron Cohen come Abbie Hoffman, Heather Ledger come Tom Hayden e Will Smith come Bobby Seale, si interruppe sia per la morte di Ledger che per il lungo sciopero di 100 giorni degli sceneggiatori. Ripreso da Sorkin dieci anni dopo, ma sempre prodotto da Spielberg, vede ancora, e per fortuna, Sacha Baron Cohen come Abbie Hoffman, e è una meraviglia.

 

Con lui ci sono Jeremy Strong come Jerry Rubin, Eddie Redmayne come Tom Hayden, Mark Rylance come l’avvocato democratico Bill Kunstler, Frank Langella come il terribile Giudice Hoffman, Josesph Gordon Levitt come il pubblico ministero Richard Schultz, Yahya Abdul-Mateen II come la Black Panther Bobby Seale e Michael Keaton come Ramsey Clark, il procuratore generale del presidente Johnson che non aveva ritenuto di incriminare nessuno per i tumulti di Chicago, ma la cui testimonianza il giudice Hoffman non considerò così importante da far sentire alla giuria.

 

Sorkin si muove tra il processo, le riunioni tra i leader e gli avvocati, i flashback sugli scontri, non riuscendo, ovviamente, a raccontare tutto al dettaglio, tralasciando magari qualche momento importante, come la folle audizione di Allen Ginsberg che cantò prima di testimoniare, ma in generale riesce a ben raccontare la storia e i personaggi, puntando sul valore dei suoi attori e la loro duttilità, in testa Langella, Rylance e Baron Cohen. Non può raccontare nemmeno la folle storia del film che un Nicholas Ray completamente fuori di testa, fra droghe, gin, metanfetamine, acidi di ogni tipo cercò di girare sul processo ai Chicago Seven proprio assieme a loro durante il processo e che per anni ha tormentato i cinéphiles.

 

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Un film che in un primo tempo doveva essere solo un documentario ma, non potendo girare all’interno del tribunale, Ray decise che avrebbe avuto la sua parte processuale di fiction, con attori. E per farla chiamò per il ruolo del giudice Hoffman un altro Hiffman, Dustin (“era meglio fargli fare me, sono più bello” disse Abbie Hoffman), poi James Cagney e infine addirittura Groucho Marx, che rifiutò. Abbie Hoffman e Jerry Rubin, animali da spettacolo, si sentirono onorati dell’attenzione del regista di “Gioventù bruciata”, dell’essere trattati come ribelli alla James Dean. Ray fu però l’unioca a filmare, con la sua troupe, il letto macchiato di sangue di Fred Hampton, e le sue forti immagini si videro in molti altri film, come “The Murder of Fred Hampton” di Mike Grady e Howard Alk e “Seize the Time” di Antonello Branca, ma non riuscì poi a combinare davvero un film.

 

Non ne era proprio in grado. I produttori che si erano impegnati a aiutarlo, come Michael Butler, fresco del successo di “Hair” a teatro o Hugh Hefner, il direttore di “Playboy”, scapparono, spaventati soprattutto dall’incapacità di un Ray che non appariva né lucido né professionale rispetto a un tema già così scottante. E’ nel corso di queste riprese che il regista perse un occhio, dopo essersi addormentato alla moviola, anche se sembra che non fu un acido a rovinarglielo, ma il cancro che si sarebbe manifestato pochi anni dopo. Legato a Abbie Hoffman e a Jerry Rubin soprattutto negli abusi di ogni tipo, Ray spinse la loro voglia di fare show durante il processo senza però chiudere davvero nulla di concreto che ne sviluppasse un film.

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Qualcosa del progetto, che si doveva intitolare “Consipracy”, come si era autonominato il gruppo dei Chicago Seven, si vede nel documentario di Marcel Ophuls “Auf der Suche nach meinem Amerika”, dove le due troupe si filmano. Ma quando finì tutto, e i Chicago Seven tornarono alla loro vita, Ray non sembrò rendersi conto che anche il suo progetto era finito. Anche se nulla si vede di questa storia nel film di Sorkin, sarebbe davvero stato un altro film, qualcosa della follia di Ray, del momento di cocktail di acidi e droghe e della spettacolarizzazione da show del processo traspare al di là dell’impostazione del regista, che tende a chiudere piuttosto che a aprire a mille sguardi diversi. Come avrebbe fatto Ray.

 

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