giurato numero 2

IL CINEMA DEI GIUSTI - "GIURATO NUMERO 2", E' LO STREPITOSO, SERISSIMO ULTIMO FILM DIRETTO DA CLINT EASTWOOD A 94 ANNI - FRANCAMENTE, POCHI FILM VEDO OGGI GIRATI CON LA STESSA ATTENZIONE, LO STESSO AMORE PER IL RACCONTO E CON LO STESSO RIGORE MORALE E RISPETTO PER I SUOI PERSONAGGI. A TONI COLETTE E A NICHOLAS HOULT BASTA UN MOVIMENTO DI OCCHI PER CAPIRE COSA STANNO PENSANDO. E A CLINT EASTWOOD BASTA CAPIRE DOVE METTERE LA MACCHINA DA PRESA E MUOVERE O NON MUOVERE I SUOI ATTORI PER FARE CINEMA... - VIDEO

Marco Giusti per Dagospia

 

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“La giustizia è cieca. La colpa vede tutto” recita lo slogan americano di questo strepitoso, serissimo ultimo film diretto da Clint Eastwood a 94 anni, “Giurato numero 2”, legal thriller con Nicholas Hoult e Toni Colette che si incontrano qui a 22 anni di distanza da “About a Boy”, quando il primo era il ragazzino del titolo e lei sua madre. Un thriller che si pensava di spedire direttamente sulle piattaforme, e invece, grazie al successo del trailer sui social, rendendosi conto che c’era grande interesse per il film, è finito dove doveva stare, cioè su un grande schermo.

 

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E, francamente, pochi film vedo oggi girati con la stessa attenzione, lo stesso amore per il racconto e con lo stesso rigore morale e rispetto per i suoi personaggi. Perché di un problema morale di esseri umani si parla, come spiega appunto lo slogan americano del film. Un problema morale che, in un momento storico come quello segnato dalla vittoria presidenziale di Trump e Musk diventa quasi un dito nell’occhio rispetto all’idea di giustizia americana. Eppure…

 

Io so che non rispettando la verità, salverei una famiglia per bene e manderei in galera un criminale dichiarato, che è però innocente rispetto al processo che sta subendo. Il problema morale passa attraverso due personaggi, quelli che conoscono la verità, il pubblico ministero Faith Kellembrew di Toni Colette e il giurato numero 2, il Justin Kemp di Nicholas Hoult. Ma passa anche attraverso gli occhi di chi li sta inquadrando, Clint Eastwood. Decisamente più importanti, credo, di quelli di chi ha scritto il film, il quasi sconosciuto Jonathan Abrams, che a Clint ha dato solo un testo funzionale, una base sulla quale muovere la sua messa in scena.

 

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Per questo servivano due attori superiori, capaci di muoversi in continuazione tra sentimenti diversi. E’ curioso che Clint Eastwood, che deve molto della sua carriera a un sigaro, un poncho e un cappello, abbia deciso di chiudere la sua prestigiosa carriera con un piccolo film processuale. Ma, a ben vedere, non lo ha affatto diretto come un piccolo film processuale da mandare sulle piattaforme. Guardate come non muove la macchina da presa, come preferisce mettere due o più personaggi nella stessa inquadratura larga.

 

E’ lo spettatore che muove gli occhi, non un campo e controcampo televisivo del cazzo. Non gli serve. Gli serve che lo spettatore si faccia una sua idea scivolando da uno sguardo all’altro dei personaggi. Che lo spettatore veda, diventando lui stesso il giurato numero 2, quel che accade nella testa dei personaggi del film. A cominciare da quella di Justin Kemp, alcolista che da quattro anni non beve più un goccio e cerca con la moglie, Zoey Deutch, di avere finalmente un figlio, che si ritrova a fare il giurato in un processo apparentemente facile e di breve durata. Ma non lo sarà.

 

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Perché si accorge che James Sythe, cioè Gabriel Basso, l’imputato su cui la giuria deve discutere, è sì un uomo violento, magari un criminale, ma non è un assassino. Perché la sua donna, interpretata dalla stessa figlia di Clint, Francesca Eastwood, non l’ha uccisa lui per poi buttarla giù da un ponte in una terribile notte di pioggia e di buio. Lo sa perché ha capito che quella stessa notte, dopo essere stato nello stesso bar e aver visto litigare la donna con l’imputato, non era un cervo quello che ha preso con la sua macchina spingendolo giù dallo stesso ponte.

 

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Si è raccontato che era un cervo, certo. E ha rimesso a posto la macchina. Ora, avendo capito questo, cosa deve fare? Deve rovinare per sempre la sua vita per il rispetto della giustizia o deve far finta di niente? Ma il problema morale lo ha pure Faith, la pubblica accusa che grazie alla vittoria in questo processo diventerà procuratore. Perché ha capito che le cose non tornano e, anche se gli serve politicamente mettere in galera a vita un assassino, si pone il dilemma morale su cosa fare. Tutto qui.

 

A Toni Colette e a Nicholas Hoult basta un movimento di occhi per capire cosa stanno pensando. E a Clint Eastwood basta capire dove mettere la macchina da presa e muovere o non muovere i suoi attori per fare cinema. In sala.

 

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