ENNIO FLAIANO, UN ABRUZZESE A ROMA - LE RADICI PESCARESI MAI DIMENTICATE E LA PARTENZA IN TRENO PER LA CAPITALE LA SERA DEL 26 OTTOBRE 1922: PER UNO DI QUEI CASI DA FILM SI RITROVÒ TRA I FASCISTI DELLA MARCIA SU ROMA E RIMARCO' L'ODORE DI FRITTATE, COTOLETTE, POLLO ARROSTO E VINO SCURO CHE SI SPRIGIONAVA TRA I VAGONI - L'INTRICATO RAPPORTO CON FELLINI FINITO PER IL VIAGGIO IN AEREO NEGLI STATI UNITI PER LE NOMINATION ALL'OSCAR PER 8 E ½ : FLAIANO E TULLIO PINELLI (ANCHE LORO NOMINATI COME MIGLIOR SCENEGGIATURA) IN CLASSE TURISTICA, GLI ALTRI IN BUSINESS…

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Paolo Conti per il “Corriere della Sera”

 

flaiano flaiano

Per ritrovare il più autentico, disincantato Ennio Flaiano, occorre partire dalla sua inimitata capacità di polverizzare in una battuta le illusioni umane. Appunto numero 327 del 1969 nel postumo Diario degli errori , raccolta di fogli sparsi pubblicata nel 1976: «Il bello dell'innamorarsi è il principio. Ti sembra tutto nuovo. Dopo un anno non riesci a capire perché tutto ti sembrava nuovo».

 

Flaiano dedicherebbe certamente il suo corrosivo sarcasmo ai riti di questo cinquantesimo anniversario della sua morte, avvenuta a Roma il 20 novembre 1972 per un secondo infarto dopo il primo del 5 marzo 1970. In poco più di 62 anni (nasce a Pescara il 5 marzo 1910) colleziona tante identità, tutte a eccellenti livelli:

 

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letterato, giornalista, epigrammista, critico cinematografico e teatrale, autore di teatro, soggettista e sceneggiatore, traduttore (Il corvo di Edgard Allan Poe nel 1936 quando è impegnato nella guerra d'Etiopia), persino attore (appare nel 1946 in minimi ruoli sia in Mio figlio professore di Renato Castellani che in Roma città libera di Marcello Pagliero, di cui firma soggetto e sceneggiatura). Una produzione vastissima tra scritti, appunti, progetti realizzati o incompiuti (un Proust immaginato nel 1965 per il regista René Clément).

 

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Ha radici pescaresi mai dimenticate (un baratro lo separa dal concittadino Gabriele D'Annunzio) ma qualsiasi racconto su Flaiano sarebbe impossibile senza Roma, autentico snodo esistenziale. Parte in treno per la Capitale la sera del 26 ottobre 1922 diretto al Collegio Nazionale e per uno di quei casi davvero da film si ritrova tra i fascisti della marcia su Roma. Il 5 novembre 1972, pochi giorni prima della morte, esce sul Corriere della Sera un elzeviro intitolato proprio La mia marcia . Si rivede dodicenne e descrive l'euforia di un gruppo di fascisti pescaresi «inebriati dall'avventura che li attendeva». Ma la natura del satiro riporta subito «il forte odore di frittate, cotolette, pollo arrosto e vino scuro» che si sprigiona di notte nei vagoni.

 

Flaiano disprezzerà sempre il regime per i suoi aspetti antropologici più che politici («il fascismo conviene agli italiani perché è nella loro natura e racchiude le loro aspirazioni, esalta i loro odi, rassicura la loro inferiorità»). Così come sarà anticomunista convinto in un universo di intellettuali legati al Pci (Appunto 36 del 1955 sempre nel Diario degli errori : «Alberto Moravia, Renato Guttuso, Carlo Levi: tre casi di narxcisismo»). Celeberrima la sua proposta su «Il Mondo» alla fine del 1956 di introdurre nelle scuole un esame di comunismo senza il quale «niente diplomi, niente licenze, niente lauree».

 

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Roma è lo scenario amato-odiato, studiato senza sospetti di mitizzazione: «Vivere a Roma è un modo di perdere la vita», appunta mentre lavora con Federico Fellini a La dolce vita , uno dei suoi aforismi più citati. La Capitale è il palcoscenico della sua dolorosa vita privata e di tutte le sue scelte di lavoro dal 1938, da quando prende casa in via dei Greci e diventa amico del poeta Vincenzo Cardarelli e del pittore Orfeo Tamburi. Lavora per «Oggi» di Mario Pannunzio come critico teatrale e cinematografico.

 

Nel 1940 sposa Rosetta Rota e nel 1942 comincia a lavorare per il cinema come consulente artistico del regista Romolo Marcellini per Pastor Angelicus , documentario su Pio XII. In quel periodo nasce sua figlia Luisa, anzi Lelè. La felicità diventa dolore perenne dopo la gravissima encefalopatia infantile che segna Lelè e devasta i Flaiano: difficoltà a camminare, afasia e disabilità intellettiva. Lui e Rosetta, dirà Flaiano, hanno per quella infelice figlia «un amore purissimo».

 

flaiano fellini anita ekberg flaiano fellini anita ekberg

L'ombra non lo lascia fino alla fine, in tanti hanno letto le sue molte avventure femminili come un modo di reclamare vita e felicità. Ma, nella morte, Ennio, Rosetta morta a 92 anni nel 2003, e Lelè, scomparsa nel 1992, si ritroveranno in una candida tomba a Maccarese, a un passo dall'amata Fregene, altro sfondo della sua vita romana.

 

Flaiano nel 1947 vince il primo Premio Strega (contro Libero Bigiaretti, Gianna Manzini, Giuseppe Berto e Corrado Alvaro) con Il tempo di uccidere , romanzo commissionato da Leo Longanesi, ambientato nella vissuta guerra d'Etiopia.

 

Mario Pannunzio lo chiama al vertice de «Il mondo» come capo redattore («cupo redattore» ironizza lui) lavorando con Sandro De Feo, Vitaliano Brancati, Mino Maccari (il giornalismo ritma la sua vita, la collaborazione col «Corriere della Sera» comincia nel 1956 e si conclude con la sua morte). A Parigi incontra Jean Cocteau e Raymond Queneau. Una così solida e raffinata struttura intellettuale lo conduce al cinema che in quel momento vive in Italia una stagione di irripetibile qualità e vitalità.

 

fellini flaiano fellini flaiano

L'incontro con Fellini nel 1950 produce un binomio-mito che si conclude nel 1965: Luci del varietà ('50), Lo sceicco bianco ('52), I vitelloni ('53), La strada ('54), Il bidone ('55), Le notti di Cabiria ('57), La dolce vita ('60), il capitolo felliniano Le tentazioni del dottor Antonio nel film a episodi Boccaccio '70 ('62), 8 e ½ ('63), Giulietta degli spiriti ('65), tra sceneggiature e soggetti co-firmati. Sarebbe ingiusto ma soprattutto ridicolo ridurre il Flaiano cinematografico all'universo felliniano: lavora con Mario Monicelli, Luigi Zampa, con il William Wyler di Vacanze romane , con Dino Risi, Michelangelo Antonioni, Roberto Rossellini, Pietro Germi, Elio Petri, Marco Ferreri.

 

Ma i tre dei quattro Oscar di Fellini che portano anche la firma di Flaiano ( La strada , Le notti di Cabiria , 8 e ½ ) lo collocano nella storia del cinema e nella cultura diffusa accanto a Federico. Rapporto complesso, anche per la evidente disparità dei livelli intellettuali, come nota Aldo Grasso nel 2020 riguardando su Rai Movie La dolce vita . Flaiano vede nel 1960 alcune scene appena girate proprio di quel film e parla di «gongorismo» di Fellini, di un «museo delle cere».

 

Flaiano Fellini Ekberg 1960 Flaiano Fellini Ekberg 1960

Ma in una lettera a Fellini nel 1969 cambia parere dopo aver rivisto il film col distacco del tempo («bellissimo per l'abbondanza e la precisione dei motivi, dei personaggi e delle storie che si intrecciano un romanzo, non un racconto»). L'intricato rapporto tra i due si incrina e finisce per il famoso viaggio in aereo che conduce tutti negli Stati Uniti per le nomination all'Oscar per 8 e ½ : Flaiano e Tullio Pinelli (anche loro nominati come miglior sceneggiatura) in classe turistica, gli altri in business.

 

Un incidente organizzativo che Flaiano non digerisce e fa emergere il malessere del soggettista-sceneggiatore così simile quello di Cesare Zavattini, rintracciabile nei diari appena usciti per La nave di Teseo a cura di Valentina Fortichiari e Gualtiero De Santi (23 novembre 1948, sul successo di Ladri di biciclette registrato dai giornali: «Nessuno o quasi parla di me parlano di "mondo di De Sica" e non c'è una virgola che, nel testo, non abbia inventato io, e sullo schermo c'è tutto e solo il mio testo»).

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Racconterà nel 2010 Tullio Pinelli parlando nel film documentario Flaiano. Il meglio è passato di Giancarlo Rotondi e Steve Della Casa: «Sopportava molto meno di me questa predominanza di Fellini, che sicuramente la collaborazione nostra l'ha sempre tenuta un po' in ombra». Nello stesso film, così Vaime: «Ennio non ne poteva più, si sentiva considerato male, ingiustamente accantonato».

 

L'indubbia grandezza di Flaiano si ritrova, a ridurla in una battuta come amava lui, nel finale della versione teatrale di Un marziano a Roma del '60, clamoroso insuccesso sulle scene nonostante il protagonista Vittorio Gassman. Il marziano all'inizio è il centro dell'attenzione. Poi Roma lo divora, lo metabolizza, lo ridicolizza: «Aoh! Er marziano. Guarda/ Pija er fresco, sotto le feste/ Quant' è buffo, me fa ride'». Certo è Roma. Ma è anche la profezia di una contemporaneità che tritura ogni novità in pochi istanti. Chissà cosa avrebbe scritto del web.

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