filippo ceccarelli avvocato agnelli

GIANNI AGNELLI CHIAMA FILIPPO CECCARELLI: “E’ VERO CHE LA VILLA DI CRAXI AD HAMMAMET ASSOMIGLIA A UN GARAGE?...'' L’AVVOCATO SEMBRAVA UN CRONISTA MANCATO” - VITA, ANSIE E DISINCANTO DI UN GRANDE GIORNALISTA: "M'INTERESSA STUDIARE IL POTERE, A PARTIRE DALLA SUA FISICITÀ, OSSERVANDOLO CON DISTACCO, QUINDI ANCHE NEI SUOI ASPETTI BUFFI - IL SESSO E' UN OTTIMO RILEVATORE DELLA SOCIETA' E DEL POTERE" - MIELI CHE TEME SPADOLINI, CARLO ROSSELLA E LA SINDROME BERLUSCONI - LA CHICCA: C’ERA UNA STORIA DI COCAINA GIÀ ALLA COSTITUENTE

Francesco Melchionda per lintellettualedissidente.it

 

 

Filippo Ceccarelli

Il primo contatto con Filippo Ceccarelli avvenne al principio di ottobre dell’anno scorso. Gli scrissi una mail per sondare e solleticare un po’ la sua curiosità. Avevo voglia di incontrarlo e “confessarlo”.

 

 

La sua carriera, il suo lavoro di immenso archivista, le sue manie e i suoi tic, avevano acceso il mio interesse. La sua risposta, ricordo, fu immantinente, e positiva. Lo chiamai subito, senza aspettare: dall’altra parte della cornetta trovai un uomo curioso, indagatore.

 

Voleva capire chi fossi, e, soprattutto, come mai fossi così tanto interessato alla sua vita. Dopo quasi un’ora di telefonata, mi disse:

filippo ceccarelli

”Francé, famola sta intervista, ma aspettiamo che passi questa seconda ondata de Covid… C’ho paura, non vojo finì in ospedale!”

Nel frattempo, alla seconda ondata ne sono succedute altre due, tre… E poi l’Italia a colori: gialla, rossa, bianca, arancione. Un groviglio di regole, codicilli, imposizioni, coprifuoco, mascherine. Ogni volta che lo chiamavo al telefono, le nostre chiacchierate erano lunghe, lunghissime. Parlavamo di giornali, giornalisti e di amenità; speravo sempre che mi dicesse: Francé, so pronto! Vieni a casa e intervistami…

Filippo Ceccarelli

 

Niente, al solito mio ritornello: beh, allora, quando ci vediamo?,  tergiversava, temporeggiava:

“… aspettamo ancora un po’… Nun ce core nessuno

 

A giugno, quando l’estate cominciava a palesarsi, il primo, vero avvicinamento: incontro Ceccarelli dal vivo, a casa sua; mi fa sedere su una scrivania e, sempre a debita distanza, mi interroga su chi sono veramente, cosa faccio, cosa voglio veramente da lui, chi sono i dissidenti dell’Intellettuale.

 

filippo ceccarelli

Dopo un’ora di chiacchierata e prima di salutarlo, gli porgo ufficialmente l’invito di Libropolis, il festival dell’editoria e del giornalismo a Pietrasanta. Finalmente, molla gli ormeggi e accetta: l’intervista si farà in Toscana, coram populo, direbbe Lui. Ma le rendez-vous è a ottobre: altri quattro mesi di attesa e telefonate e rassicurazioni. Il 9 ottobre è il grande giorno: dinanzi alla statua del Belli, in quel di Trastevere, ci diamo appuntamento, pronti per partire: intabarrato come fossimo a gennaio, Ceccarelli punta il dito sul mio ritardo (per l’esattezza: 8 minuti). “Sbrighete! Prendiamo il taxi… Stamo in ritardo”, mi ammonisce severo. Guardo l’orologio: mancano 50 minuti alla partenza…

Filippo Ceccarelli

 

Risolti velocemente i controlli di rito alla stazione – mascherina, green pass, biglietto – Ceccarelli, placata la sua proverbiale ansia, dà il via ad una chiacchierata travolgente. Gesticola, ricorda, sghignazza, apre il cassetto dei suoi ricordi e, con essi, le vicende del nostro Paese. Il treno, un intercity che sa tanto di accelerato veloce, costeggia il Tirreno, mentre il cielo è azzurro come gli occhi di un husky; qualche nostalgico dell’estate, dopo Grosseto, si azzarda ad una tintarella. 

 

Osservandolo da vicino, penso che Filippo faccia parte di quella schiera di giornalisti alla Pansa, alla Gorresio. Più che giornalisti, narratori di storie, ritrattisti di uomini. Pur avendo raccontato per quarant’anni le numerose sfumature del cosiddetto Palazzo, Ceccarelli, però, è attratto terribilmente dalla strada, da quello che succede nelle piazze, nei treni, negli autobus, nelle taverne. A differenza di tanti pennivendoli, distratti dal denaro e dalla notorietà, il Nostro ama le viscere del terreno che sta sotto i nostri piedi. Con cinismo e un sano distacco, sa che tutto è effimero, è transeunte.

 

avvocato agnelli

Nel frattempo, giunti a Livorno, questo Borghese anomalo comincia a fremere, a guardare l’orario: “ma non sarebbe mejo – mi chiede – se ci venissero a prende a Viareggio? Semo più vicini a Pietrasanta… Va bene – gli faccio per placare la sua ansia – ora telefono e ci facciamo venire a prendere”. Poco prima di scendere, però, il treno si ferma: pensiamo di essere arrivati, ma gli sportelli non si aprono.

Filippo Ceccarelli

 

Da una carrozza all’altra Ceccarelli corre, impreca, prova a premere i bottoni di apertura. Niente. Va nel pallone… “Sta a vedè – dice – che scennemo a Genova”. Un napoletano, alle nostre spalle, in un italiano imbarazzante, per usare un eufemismo, rinfocola le sue ansie. Ma per fortuna, dopo qualche minuto di agitazione, l’altoparlante spiega che il treno, in quel momento a Torre del Lago, ripartirà a breve. Così accade.

 

Arrivati – finalmente! – a Viareggio, una macchina ci attende fuori. Come due aristocratici, ringraziamo e ci scusiamo per il disturbo. Dopo qualche minuto di silenzio, Ceccarelli, curioso come un bambino, tartassa il nostro chauffeur occasionale di domande sulla Toscana, sulle Alpi Apuane, sulle minuzie di paesini mai visti e sentiti prima. Il tempo, però, scivola come il ghiaccio: manca poco alla nostra chiacchierata pubblica. Sono quasi le 15: abbiamo fame. Nella piazza di Pietrasanta – un salotto davvero accogliente ed elegante – scegliamo due piatti al volo… Filippo mi fa:

filippo ceccarelli

“so stanco, m’hai fatto parlà troppo in treno, mo che je dico alla gente… Me raccomannonun me fa domande personali”.

 

Faccio finta di non sentirlo: dai – gli dico – cambiamoci e andiamo. E’ arrivato il nostro turno. Ignaro delle sue raccomandazioni, parto subito con il personale. L’uomo di carta – come qualcuno l’ha definito – abbozza, si scusa con il pubblico delle mie domande e parte in una lunga, lunghissima, sugosa e aneddotica “Confessione”.

 

Filippo Ceccarelli

Filippo Ceccarelli, finalmente ci siamo! Dopo un anno di corteggiamento, eccoci qua. Voglio cominciare questa Confessione, coram populo, partendo un po’ dagli inizi della tua professione. Inizi giovanissimo: se non erro, a 19 anni. Come mai scegliesti di fare il giornalista? Non mi dire che avevi già le idee chiare su cosa volessi fare da grande…

 

Premesso che davvero non so quanto possa fregare a chi legge, quando ho cominciato ero proprio un ragazzino che non sapeva nulla del mondo. Era un’altra Italia, un’altra epoca, un’altra temperie, un altro giornalismo.

 

Filippo Ceccarelli

Mi piaceva scrivere, ero curioso di capire, conoscere, e la scrittura era, per me, un mezzo per soddisfare queste mie inclinazioni. Misi piede nella redazione di Panorama, che era un luogo pieno di ragazzi perché evidentemente aveva bisogno di antenne che intercettassero mondi nuovi, realtà magari diverse, novità.

 

Era l’autunno del 1974. In quegli anni, il newsmagazine della Mondadori vendeva la bellezza di oltre 400 mila copie alla settimana: a pensarci oggi, fa impressione. Come diceva Enzo Bettiza, tutti i giornali sono macchine d’infelicità: quelli che si lamentavano nei corridoi, i capi e capetti cattivi, i vice che si facevano la guerra, le rivalità. Ma a 19 anni era una condizione di grande sorpresa, novità, emozioni. Naturalmente, non avevo nessuna capacità di scrittura, impiegavo ore e ore a scrivere un pezzo, e, cosa oggi assurda, si facevano le notti, in pratica non si staccava mai…

 

Chi ti raccomandò per entrare a Panorama?

Entrai per la prima volta nel villino Liberty di via Sicilia perché mia madre lavorava insieme ad un giudice importante, Adolfo Beria d’Argentine; la figlia, Chiara, era una brava giornalista, oltre che moglie dell’allora vicecapo della redazione romana, Gianni Farneti.

 

Chiara Beria di Argentine

Ma non parlerei di raccomandazione perché Panorama accoglieva tutti, un abusivismo virtuoso per così dire, poi ti mettevano alla prova facendoti fare delle cose, per lo più “informative” per i veri redattori che così disponevano di maggiori notizie. All’inizio non ti facevano firmare, eri “Pallino nero”, il segno grafico al termine del pezzo. Dovevano passare mesi e mesi prima di vedere il tuo nome sul giornale… Ma a quell’età, si è pronti a tutto, ad aspettare, a essere mortificati.

 

Era la scuola del giornalismo… Chi voleva imparare non aveva che l’imbarazzo della scelta, dinanzi a Sechi, Rinaldi, Melega, Rognoni. Che settimanale trovasti?

filippo ceccarelli foto di bacco

Beh, io già leggevo Panorama, conoscevo le firme, la leggenda parlamentare di Guido Quaranta, a Roma c’era Maurizio De Luca, ogni tanto scendevano Giulio Anselmi, Carlo Rossella, da Torino collaborava Ezio Mauro, allora alla Gazzetta del popolo, tutti parecchio giovani in quel Panorama poi rivelatosi una fabbrica di direttori. 

 

A chi ti sei ispirato nella tua vita giornalistica?

Vittorio Gorresio

Il modello era Vittorio Gorresio, allora alla Stampa.

Nel 1990 lasci il settimanale, con sorpresa e stupore di tutti, e finisci alla corte della coppia Mieli-Mauro, alla Stampa. Cosa ti spinse a mollare? I soldi, la megalomania, la noia?

Non i soldi, che pure aumentarono, tanto meno la megalomania, figurarsi.  Quello che mi incoraggiò a lasciare la cuccia dove ero cresciuto e avevo lavorato per quasi 15 anni fu che la Stampa di Mieli e Mauro era la novità editoriale del momento, ma soprattutto il fatto che la materia che mi interessava, la politica, in un settimanale viveva una volta alla settimana, mentre in un giornale è carne che vive tutti i giorni.

eugenio scalfari ezio mauro

 

 

Ogni santo giorno, succedeva sempre qualcosa e quindi chi, come me, aveva questa passione, questa specializzazione, a quel punto anche dei ricordi, poteva applicarli sette giorni alla settimana. All’inizio, ovviamente, fu faticoso, perché non avevo i tempi, non ero allenato ai ritmi infernali del quotidiano.

 

Non mi dire che lasciasti Panorama solo perché volevi lavorare di più…

Beh, se hai passione e te lo chiedono dei colleghi che tu stimi, non mi sembra una cosa così strana!

 

Quanta vanità o vanagloria c’è nel momento in cui ti metti a scrivere un articolo?

ROBERTO D AGOSTINO FILIPPO CECCARELLI GAD LERNER

Direi che c’è il contrario. Ogni volta sento una vocina che mi dice: oh no, questa volta scoprono il bluff, questa volta è finita, adesso è arrivato il momento in cui si accorgeranno che non sono in grado di fare niente. Altro che vanità o vanagloria!

 

Ancora adesso, dopo oltre 45 anni di professione, da pensionato, sento, quasi visceralmente, un senso strisciante di inadeguatezza, oddio, non sarò capace, come riempio sto’ articolo… Al contempo, però, ho imparato a riconoscere che questa inadeguatezza mi consente di fare cose non brutte, decorose.

 

filippo ceccarelli con la mamma

Come tanti pennivendoli, anche a te piace apparire in prima pagina? O vivi tutto con assoluto distacco?

 

Mi piace, certo, è un riconoscimento, anche se alla lunga i direttori e i loro vice lo sapevano talmente bene da essersi inventati uno stratagemma: il moncherino, definizione di Antonio Padellaro, ossia pubblicano in prima le prime quattro righe del tuo articolo, per poi rimandarti, chessò, a pagina 30, che magari il lettore s’è pure scordato…

elena polidori filippo ceccarelli foto di bacco

 

Ma poi è anche bello quando ti mettono il pezzo male, quasi nascosto, ma è riuscito bene, e allora è come se il lettore trovasse un tartufo. Però stiamo dentro il mondo di carta, la vanità della prima pagina oggi fa un po’ ridere. Vuoi mettere con quella della prima serata in tivvù o con i giornalisti che sui social hanno milioni di follower?

 

 

Hai detto, una volta, che gli anni alla Stampa furono anni felici; cosa ti dava felicità?

filippo ceccarelli giuliano ferrara

La terzietà, vale a dire che il giornale non era né di Roma né di Milano, e non era né di destra né di sinistra. Questo duplice distacco, questo non doversi schierare apertamente per nessuno, mi dava una sensazione di libertà, o almeno mi ero fatto questo convincimento. In più la circostanza che ci fosse la Fiat dietro, che all’epoca era un potere molto forte, assicurava un senso di protezione.

 

 

ugo sposetti filippo ceccarelli

Ogni tanto, ricordo, ricevevamo le visite, inaspettate, dell’Avvocato. Ci voleva conoscere, chiedeva, s’incuriosiva, amava i dettagli, chiedeva i particolari, dal collega che si occupava di mafia voleva sapere bene del ragazzino sciolto nell’acido, a quello della politica chiedeva: “E’ vero che la villa di Craxi ad Hammamet assomiglia a un garage?”. Era attratto dal mondo romano, interessatissimo ai comunisti, metteva sullo stesso piano i grandi temi e i particolari apparentemente futili, ma si annoiava facilmente. Sembrava, per certi versi, un giornalista mancato.

 

 

dago e filippo ceccarelli

A volte telefonava la mattina presto ai giornalisti: era attratto dal mondo romano. Per noi ciurma del giornale, questa usanza era fonte di scherzi feroci. Cominciava con una voce: “Pronto, qui è Casa Agnelli”. Ti prendeva un colpo, scappavo in bagno per non svegliare mia moglie, che pure era del mestiere. Mi rivedo alle 6 del mattino,  seduto in mutande sul bordo della vasca, dall’altra parte della cornetta non eri mai sicuro che fosse veramente l’Avvocato…

 

Quanta ansia hai dovuto combattere nella tua carriera? E perché?

Tanta ansia, la paura di non farcela, di prendere abbagli, toppare il giudizio, scrivere scemenze, sbagliare il tono, i nomi, le date, beccare querele…

COPERTINA DEL LIBRO DI FILIPPO CECCARELLI _COME UN GUFO TRA LE ROVINE

 

Pur avendo letto e studiato tanto, perché, dinanzi alla scrittura di un articolo o di un libro, hai detto che ti senti inadeguato…

Boh. Forse è un patto che faccio con me stesso per produrre una cosa un po’ più decente, magari più interessante; poi ho paura di diventare, o di essere già diventato un trombone, come sovente accade a quelli della mia età che si prendono troppo sul serio, sanno tutto loro, assumono un tono oracolare, non si accorgono che gli ridono dietro.

FILIPPO CECCARELLI 'INVANO'

 

Balzac sosteneva che i giornali fossero bordelli del pensiero. A che età, Filippo, hai smesso di idealizzare i giornalisti, e, forse, te stesso?

Mi sa che non li ho mai idealizzati. I giornali fanno benissimo a essere  dei bordelli del pensiero, il punto è che sono anche delle centrifughe pazzesche, quindi vanno avanti per automatismi e il pensiero si perde, si omologa, rimane in superficie. Di ideale c’è ben poco…

 

Sì, ma tu, in questo grande calderone, quand’è che hai cessato di idealizzare i giornalisti e, probabilmente, la tua persona?

 

Non capisco che vuoi farmi dire. Anche da ragazzino non ero così ingenuo, almeno su queste cose, la retorica del Giornalismo mi pare una roba un po’ così…

 

“Quando mi assunsero – sono le tue parole, rilasciate il 21 marzo del 2012 – Mieli mi disse: C’è uno solo che devi salvare, Spadolini. Obbedii volentieri”. Ti sei mai vergognato o pentito, con il senno del poi, di quell’obbedienza?

paolo mieli filppo ceccarelli

No, anche perché mi parve di capire, umanamente, che Mieli non volesse essere scocciato da “Spadolone”. Dopo tutto, era un leader di un partito piccolo: un uomo molto colto, anche ragionevole, ma vanitoso come un bambino. Quando andavi a parlargli ti regalava tutti i libri che aveva scritto, con dediche a caratteri giganteschi. Se l’articolo gli piaceva mandava un telegramma.

 

Era un personaggio divertente, una figura curiosa, a suo modo il segno che la politica, da astratta, tornava a essere figurativa e quindi sempre più personalizzata. Simboleggiava l’aspetto infantile del potere. Diciamo che negli anni ne ho fatte di peggio che usare un occhio di riguardo con Spadolini. Dovrei, semmai, pentirmi o vergognarmi di altre cose…

 

Tipo? Diccene una…

 

Filippo Ceccarelli e Alessandro Campi

Guarda, io sono fortunato perché come giornalista politico sono sempre stato nelle retrovie, non parlavo con nessuno, potevo fregarmene se l’ufficio stampa non mi dava più notizie o non mi diceva a che ore il presidente o il ministro prendeva l’aeroplano, cose decisive per chi sta in prima fila.

 

Eppure, per vigliaccheria, a volte sto troppo attento a evitare che poi ti succedano guai. Ho questo scrupolo, questo sovrappiù di  prudenza. Cerco di non fare troppo arrabbiare la gente, di non ferirla, penso ai figli che leggeranno l’articolo, sono convinto che c’è sempre un modo migliore per dire cose sgradevoli. Sarà l’indole… Ma poi a volte si monta sul cavallino bianco, o slitta la frizione, comunque ti lasci prendere, e i buoni propositi vanno a farsi benedire.

Filippo Ceccarelli

 

 

Facci un esempio proprio concreto: non divagare…

Non mi viene in testa un pezzo che avrei dovuto incattivire. In compenso mi sarei volentieri risparmiato un articolo gratuito e velenosetto su Pietro Scoppola, chiamato al capezzale del centrosinistra per delineare l’Ulivo del domani. Avercene oggi di uomini come Scoppola!  

 

Sei un po’ codardo?

Ecco, a proposito di sfumature, non credo di aver mai usato questa parola: già il mondo è complicato, la vita lo è ancora di più, specie quella degli altri. Riconosco di non essere proprio un cuor di leone… Non fiammeggia il mio animo, non sono tipo da barricate, beati i miti. La cosa che più mi piace è di stare in ultima fila, osservare, gustarmi lo spettacolo e insieme farmi venire in testa riferimenti, analogie, ricordi, appuntarli, tornare a casa, farmi una bella scaletta e poi scriverne.

 

 

Rosy Greco Carlo Rossella e Irene Ghergo

Osservandoti, dai l’idea di essere un po’ parroco…

Non so, probabilmente faccio questo effetto. Non sono pregiudizialmente contrario ai parroci, ne ho conosciuti di bravissimi, ad alcuni ho voluto bene.

 

Carlo Rossella, tra i tanti, è stato il direttore con cui ti sei trovato meno bene: cosa non gli piaceva dei tuoi articoli?

Carlo è un uomo molto simpatico, anche buono e di formidabile fantasia, ma gli piace moltissimo il potere. A me interessa di studiarlo, a partire dalla sua fisicità, osservandolo con distacco, quindi anche nei suoi aspetti buffi. Erano i tempi di Berlusconi, probabilmente gli dava problemi questo approccio.

 

 

Filippo Ceccarelli

Per 25 anni, se non sbaglio, sei stato giornalista parlamentare: come mai il cosiddetto Palazzo è stato un tuo grande “amore”, se così possiamo definirlo? Ti affascinava la politica o era, per te, un filone come tanti altri?

Mi affascina la storia, che nella seconda metà del novecento si è svolta in gran parte in quei palazzi, oltretutto antichi e a loro volta pieni di memorie.

 

 

Perché, secondo te, i giornalisti che trafficano nelle stanze dei bottoni, per dirla con Nenni, alla fine diventano dei megafoni, per non dire lacché? Tu hai mai corso questo rischio?

Filippo Ceccarelli

No.

Che cos’è, per il te, il Potere, visto che l’hai raccontato e vissuto?

Il potere è vano, al massimo è in prestito, è un modo per ingannare la morte, che però arriva lo stesso.

 

 

Come nacque il libro “Il Letto e il Potere”? Attrazione per il sesso, per il pruriginoso, per il buco della serratura, o volevi raccontare altro?

Curiosità post-ideologica, era il 1993, nessuno ne aveva scritto finora.  Preceduta dalla profetica elezione di Cicciolina, durante la stesura stava venendo giù la Prima Repubblica. Quindici anni dopo, con il bunga bunga e grandi scandali sessuali di Berlusconi, sarebbero arrivate in Italia troupe televisive dal Brasile e dalla Corea! In realtà il sesso è un ottimo rivelatore della società e del potere.

 

C’era questo campo sterminato da battere, se così posso dire, specie nel momento in cui saltavano i confini tra pubblico e privato. Piano piano scoprii, andando anche molto indietro nel tempo, e scavando di qua e di là, sempre con i guanti di lattice data la materia, che venivano fuori passaggi interessanti di proibizioni, tradimenti, ipocrisia, violenze, sputtanamenti, strumentalizzazioni. C’era una storia di cocaina già alla Costituente.

ciampi

 

 

Avendoli raccontati nella loro intimità, c’è qualcosa o qualcuno che salveresti, ora, con il distacco del tempo?

Direi Ciampi.  Aveva competenza, dignità, resistenza, senso della misura. Quando era Governatore della Banca d’Italia diceva ai suoi dirigenti: quando uscite dal lavoro, state attenti, non vi fate vedere nei locali notturni, non andate con le macchine scoperte perché voi rappresentate la Banca d’Italia.

 

Nel saggio “Invano: il Potere in Italia da De Gasperi e a questi qua” ti sei avventurato in una sterminata e aneddotica galleria degli orrori, se così posso dire, della nostra classe politica. Qual è stato il movente di questo esercizio storico-politico?

GIOVANNI SPADOLINI

Non solo orrori, se mi consenti, in mille pagine e cinquanta fitte fitte di bibliografia, ci sono anche le virtù di una classe politica oggi scomparsa. “Invano” è l’opera della vita mia. Una ricostruzione anche umana della rotolata giù per la china, ma senza animosità, né rimpianti. Doveva andare così. Poi le cose ricominciano. 

 

Una volta hai detto: da nonno Ceccarius ho ereditato strumenti fantastici: il culto per la città di Roma e quindi il dileggio, lo scetticismo, la cojonella, la facoltà di godere anche della magnificenza ridotta in macerie. Da dove nasce questo culto per una città così torbida e puttana come Roma?

È dentro la tua domanda la risposta. Esci da casa e incontri rovine. Le macerie del Palazzo imperiale sul Palatino come segno di caducità delle cose terrene, il fatto che a Roma si è visto tutto, che tutto è finito,  tutto è ricominciato, e tutto rifinirà. Questo ti mette in una posizione di lontananza, prendi le cose senza farti travolgere, cerchi di non prenderti mai troppo sul serio.

Filippo Ceccarelli

 

C’è orgoglio e vanto nella tua romanità?

Non mi piace la retorica dell’orgoglio, che spesso è pure un peccato. Come tutte le cose grandi, Roma è ambivalente, metà valore e metà dannazione.

In una città come Roma, dove tutto si compra e tutto ha un prezzo, come diceva Sallustio [è Giovenale], che prezzo hai dovuto pagare per essere il giornalista che sei?

Quello che tutti pagano nella loro esistenza: fai degli errori, li capisci, cerchi di non ricascarci, ci ricaschi, provi a soffrirne di meno. Non credo che essere giornalista ti metta in una condizione speciale.

 

A 66 anni, hai ancora curiosità verso i burattini e burattinai che affollano le stanze del potere? Non provi nausea e fastidio dopo averne viste e scritte tante?

casa di bettino craxi ad hammamet 2020

Certo che provo nausea, ma cerco di farmela tornare utile. La stucchevolezza va indagata, sezionata, sviscerata. L’aspetto spettacolare che ha preso la politica mi alimenta e mi diverte. Oggi, ad esempio, con i social è entrato in azione una sorta di Osservatore Collettivo della classe politica. In Italia, patria della commedia e del melodramma, è difficile annoiarsi.

Filippo Ceccarellifilippo ceccarelli fabrizio roncone foto di baccofilippo ceccarelli foto di baccofilippo ceccarelli fabrizio roncone walter veltroni foto di baccofilippo ceccarelli giovanni lo storto foto di baccoceccarellielena polidori filippo ceccarelli foto di baccofilippo ceccarelli bruno manfellottoROBERTO D AGOSTINO FILIPPO CECCARELLI GAD LERNERceccarelli elena stancanelliceccarelli e sallustifrancesco persili alessandro berrettoni filippo ceccarelli riccardo panzetta federica macagnonebonito oliva e ceccarelligloria satta valerio aprea filippo ceccarellifilippo ceccarelli

craxi hammamet

Ultimi Dagoreport

vecchione renzi ranucci sgrena mancini draghi conte gabrielli carlo parolisi

TRA LE PIEGHE DELL’AFFAIRE LAVITOLA-RANUCCI, RICICCIA UNO DEI TANTI MISTERI ALL’ITALIANA: IL FAMOSO SERVIZIO DI ‘’REPORT’’ DEL MAGGIO 2021 SULL’INCONTRO IN AUTOGRILL TRA MATTEO RENZI E MARCO MANCINI, UNO DELLE FIGURE PIÙ CONTROVERSE DELL’INTELLIGENCE ITALIANA - ALL’ORIGINE DEL RENDEZ-VOUS AUTOSTRADALE, FORSE C’ENTRA DI PIÙ IL FATTO CHE STAVA CADENDO IL SECONDO GOVERNO CONTE, A CAUSA DEL RITIRO DALL'ESECUTIVO DI ITALIA VIVA. QUALCUNO DEVE AVER SCOMMESSO SULLE DOTI AFFABULATORIE DI NEGOZIATORE DI MANCINI PER CONVINCERE RENZI A TROVARE UNA QUADRA PER MANTENERE IN PIEDI CONTE – UNA VOLTA CHE LA MISSIONE E' ANDATA A VUOTO, PERCHE' RANUCCI MANDO' IN ONDA IL SERVIZIO RENZI-MANCINI BEN CINQUE MESI DOPO LA SEPOLTURA DEL GOVERNO CONTE II? A CHI GIOVAVA? - BEN SAPENDO DI QUANTO MANCINI SIA DETESTATO DAI SUOI COLLEGHI, RENZI DEFINI' LO SCOOP UN "REGOLAMENTO DI CONTI INTERNO AI SERVIZI SEGRETI" – GLI ''ADDETTI AI LIVORI'' AGGIUNGONO ALTRE DUE IPOTESI: CHI PARTENDO DAL BURRASCOSO RAPPORTO TRA RENZI E RANUCCI, CHI CONSIDERANDO LA VOGLIA DI CONTE DI REGOLARE I CONTI CON COLUI CHE SI VANTA DI AVERLO SLOGGIATO DA PALAZZO CHIGI E DI AVER CONVINTO DRAGHI A PRENDERE IL SUO POSTO… 

meloni salvini tajani

DAGOREPORT – CON UN PARTITO IN DISCESA LIBERA E SEMPRE PIU' SPAPPOLATO DAI "LEGHISTI DEL NORD", NESSUNO, NEMMENO IL SUO "IDEOLOGO" E FUTURO SUOCERO DENIS VERDINI, RIESCE A FAR RAGIONARE MATTEO SALVINI - L’ULTIMA DELLE TANTE USCITE FUORI DI SINAPSI DEL "BOLLITO LOMBARDO'' SAREBBE AVVENUTA NEI GIORNI SCORSI, L'IPOTESI DI FDI DI VOTO CON BALLOTTAGGIO, L'AVREBBE TALMENTE "ALTERATO" DA CHIAMARE GIORGIA MELONI, SBRAITANDO: “TOLGO LA FIDUCIA AL GOVERNO!” - E DOMENICA 20 SETTEMBRE, A PONTIDA, POTREBBE SUCCEDERE DI TUTTO, SE SALVINI NON TROVA UN ACCORDO CON LA FRONDA CAPEGGIATA DA FONTANA E ROMEO – ALLA LEGA DEL CAOS, LA ''PREMIER DURACELL'' DEVE AGGIUNGERE LO STATO DI GUERRIGLIA IN FORZA ITALIA, DOVE IL “MAGGIORDOMO DI CASA MELONI", ANTONIO TAJANI , GIACE NEL TRITACARNE DEGLI OCCHIUTO, ZANGRILLO, MULÈ, ETC. – MA SE LA DUCETTA RICOMPATTA GLI ALLEATI E SFANGA LA LEGGE ELETTORALE, POTREBBE ARRIVARE LA DISCESA: L’ITALIA HA OTTIME PROBABILITÀ DI USCIRE DALLO STATO DI INFRAZIONE DEL 3%. E CON UNO SPOSTAMENTO DI BILANCIO NELLA FINANZIARIA, GIORGIA SI TRAVESTIRÀ DA BEFANA E CI INONDERÀ DI BALOCCHI E PROFUMI...

mattarella renzi conte schlein bonelli fratoianni

DAGOREPORT - DAJE E RIDAJE, I GALLETTI DEL CAMPOLARGO HANNO FINALMENTE DECISO DI SMETTERE DI BECCARSI MASOCHISTICAMENTE TRA LORO E DI FARE SQUADRA CONTRO L'ARMATA BRANCA-MELONI - IL NODO POLITICO PIÙ DIFFICILE DA SCIOGLIERE, LA PRESENZA DELL'INFIDO RENZI NELLA ALLEANZA, SI E' DISSOLTO IN UN INCONTRO A QUATTR'OCCHI SCHLEIN-CONTE: LA DUCETTA DEL NAZARENO, CHE HA UN PATTO CON MATTEONZO CHE SI CHIAMA CASA RIFORMISTA, HA TIRATO FUORI GLI ATTRIBUTI E A CONTE NON E' RIMASTO CHE SIBILARE: ELLY LO VUOLE ED IO NON POSSO FARCI NIENTE... (SEMPRE CHE RENZI RIESCA A MANTENERE LA PROMESSA DI FARE UN PASSO INDIETRO) – LA PIPPA DELLE PRIMARIE SI FARA', MA COME L'INDICAZIONE DEL CANDIDATO PREMIER SUL PROGRAMMA ELETTORALE, NON SERVIRA' A UN CAZZO: A DECIDERE IL PREMIER SARÀ, COME SEMPRE, SERGIO MATTARELLA – PER RISOLVERE L'ETERNO SCAZZO SULLA POLITICA ESTERA, E SULL'UCRAINA IN PARTICOLARE, A ELLY E CONTE BASTA UNA SUPERCAZZOLA LINGUISTICA, CHE SI PUÒ RIASSUMERE CON LO SLOGAN: "NO AL RIARMO NAZIONALE, SÌ ALLA DIFESA EUROPEA"...

leonardo del vecchio giorno

FLASH! - COSA FRULLA NELLA TESTA DI LEONARDINO? - DEL VECCHIO JR HA CAPITO CHE, ALL'OMBRA DELLA MADUNINA, IL MERCATO EDITORIALE È SATURO: POSSEDERE DUE TESTATE MILANESI, COME "IL GIORNALE" (DI CUI HA IL 30%) E "IL GIORNO" NON SERVE GRANCHÈ - PER DIVERSIFICARE, LEONARDINO HA INTENZIONE DI TRASFORMARE "IL GIORNO" IN UN QUOTIDIANO FINANZIARIO, MOLTO PIÙ UTILE PER I SUOI AFFARI, IN GRADO DI FARE CONCORRENZA A "SOLE 24 ORE" E "MILANO FINANZA" - DEL VECCHIO, CHE HA RIANIMATO IL MERCATO DEI GIORNALISTI, UN SETTORE CHE SEMBRAVA ORMAI MORTO E SEPOLTO, DOVREBBE CONFERMARE AGNESE PINI ALLA DIREZIONE DI "QUOTIDIANO NAZIONALE" (LA TESTATA CHE RIUNISCE "LA NAZIONE", "IL RESTO DEL CARLINO" E "IL GIORNO")

bettini ruffini gabrielli schlein renzi conte onorato

DAGOREPORT – CON SALVINI ALLE CORDE, TAJANI ALLO SBANDO, VANNACCI IN AGGUATO, BASTEREBBE UNA SPINTARELLA TUTTI INSIEME E, PLUF!, L'ARMATA BRANCA-MELONI NON CI SAREBBE PIU' - INVECE, IL CAMPO LARGO E' SEMPRE AL PUNTO ZERO DEL "VAFFA": PRIMARIE SÌ O NO? SCHLEIN O CONTE? E COME TENERE INSIEME I GRILLINI CON L'INFIDO RENZI? - QUALCOSA NEI PROSSIMI GIORNI POTREBBE MUOVERSI: ERNESTO MARIA RUFFINI DOVREBBE FORMALIZZARE LA TRASFORMAZIONE DEL SUO MOVIMENTO “PIÙ UNO”, FORMATO DA UNA RETE DI GRUPPI CATTOLICI, IN UN PARTITO - AD AFFIANCARE RUFFINI, SAREBBE PRONTO FRANCO GABRIELLI, GIOVANILE DEMOCRISTIANA, COMPAGNO DI SCUOLA DI ENRICO LETTA, EX CAPO DELLA POLIZIA E DEI SERVIZI, GIA' SOTTOSEGRETARIO DEL GOVERNO DRAGHI - L’OBIETTIVO? DIVENTARE I FRONTMAN “ISTITUZIONALI” DI CASA RIFORMISTA, CON RENZI DEFILATO E IL VOLTO AUTOREVOLE E SECURITARIO DI GABRIELLI A GUIDARE IL CENTRONE - COME LA PRENDERA' IL ''CONTE TRAVAGLIO'' LA PRESENZA DEL DRAGHIANO GABRIELLI? E COME REAGIRA' LA DUCETTA DEL NAZARENO ALL'ANNUNCIO DELL'"ONORATO BETTINI DI PRESENTARSI ALLE PRIMARIE? AH, SAPERLO...

conservative political action conference cpac donald trump giorgia meloni arianna francesco giubilei emanuele merlino sara kelany susanna ceccardi

AMERICÀ, FACCE TARZAN! – IL CONSERVATORISMO TRUMPIANO SBARCA A ROMA E DIVENTA SUBITO ROBA DA NANDO MERICONI INTERPRETATO DA SORDI – NEMMENO IL TEMPO DI APPARECCHIARE I TAVOLI DELLA CENA DELLA “CONSERVATIVE POLITICAL ACTION CONFERENCE” (CPAC), CHE SUBITO DEFLAGRANO GLI SCAZZI NELLA DESTRA CACIO E PEPE – CI SONO ARIANNA MELONI, SARA KELANY, LA LEGHISTA SUSANNA CECCARDI E IL PREZZEMOLINO FRANCESCO GIUBILEI. MA NON GLI ATTESI LUCA CIRIANI, ITALO BOCCHINO ED EMANUELE MERLINO – IL CLIMA È TESO SULLE TESTE DEI MAL-DESTRI DE' NOANTRI: TRUMP È CONSIDERATO POLITICAMENTE TOSSICO E IL CPAC “ITALIANO” DEL 2027 VIENE CONSIDERATO UN POTENZIALE INTRALCIO, FONTE DI POLEMICHE E IMBARAZZI NELL’ANNO DELLE ELEZIONI…