gigi proietti

“CAZZO, GIGI, SEI ANTIPATICO’ – LA BOMBASTICA INTERVISTA A GIGI PROIETTI BY MALCOM PAGANI - IL MATTATORE RACCONTA DI QUANDO SI ACCORSE DI ESSERE INSOPPORTABILE: ‘CAMBIAI COMPLETAMENTE, LA MANIACALITÀ ERA UN DIFETTO’ - CARMELO BENE, ALTMAN, MONICELLI, MA ANCHE ''MARIA ZOZZETTA CHE SVEZZAVA I RAGAZZI PIÙ GRANDI'’ – IL RIFIUTO A GASSMAN: CHE GLI OFFRÌ IL RUOLO DI JAGO IN OTELLO: “NON ME NE SONO MAI PENTITO A SUFFICIENZA. SULLA MIA EPIGRAFE SCRIVEREI: “È STATO CURIOSO, COSÌ CURIOSO DA INSEGUIRE FORSE TROPPE IPOTESI” - VIDEO

Malcom Pagani per ‘Il Messaggero

 

gigi proietti

L' orchestra è cambiata, ma i tromboni sono rimasti gli stessi: «L' esercito degli esperti si è moltiplicato, gli opinionisti sentono l' esigenza di dirci la loro su ogni aspetto dell' esistenza, abbiamo fatto indigestione di parole e ormai siamo immersi testa e piedi in una parodia». Gigi Proietti è nato negli anni della guerra, ma all' età «proprio come le vecchie signore» preferisce non pensare: «Non sono anziano, sono antico».

 

I «saccenti» li irrideva già mezzo secolo fa rielaborando Flaiano: «O come è bello sentirsi profondamente intelligenti/ per il sesso sdilinquirsi/ per la donna restare indifferenti/ rispondere a ogni inchiesta/ avere sempre un' opinione/ sottoscrivere una protesta/ spiegare la situazione» e dopo aver battuto il tacco su un palcoscenico per una vita - giura - di non avvertire fatiche né consunzioni: «Perché di ridere non ci si stanca mai».

gigi proietti

 

Ne è sicuro?

«Sono anni che sento dire: Non è più tempo di ridere e non ci ho mai creduto. Non ci credevano neanche i miei genitori, cresciuti in un' epoca così intangibile da far dubitare persino che certe cose siano avvenute davvero».

 

Quali cose?

«La retorica del passato e della povertà di ieri rilette in chiave nostalgica non mi ha mai convinto, ma il passato è esistito e il mio e quello dei miei genitori deriva da un mondo diverso».

 

gigi proietti

Che mondo era l' Italia degli anni 40?

«Un mondo di tuffi nella marana, sassaiole con i coetanei e prostitute come Maria Zozzetta che svezzava i ragazzi più grandi e che noi pischelli ci accontentavamo di fischiare al suo passaggio. Un microcosmo da Via Pal incastonato in borgata, al Tufello.

Era un mondo severo?

«Il maestro Bianchi aveva un bastone molto aguzzo e ogni mattina passava in rassegna gli alunni per vedere se avevano le orecchie pulite. Se scorgeva cerume o sporcizia, calava la bacchetta come una mannaia».

 

Avrebbe mai pensato di diventare attore?

«Escluso un Lago dei cigni di stampo liceale che affrontai con un cortissimo, terrificante tutù legato con la corda, Il teatro non sapevo neanche cosa fosse. Mi iscrissi al Centro universitario teatrale, al Cus, con lo stesso trasporto con il quale avevo deciso di affrontare Giurisprudenza all' Università.

 

All' epoca le provavo tutte. Cantavo nei night fino all' alba, anche 80 canzoni a sera. Bevevo, sudavo, fumavo e ricominciavo mentre sotto, a un passo da me, tra puttane, avventori alticci e litigi per i conti faraonici, succedeva qualsiasi cosa. Concentrarsi senza smarrirsi era complicato. Alla fine della corvée cercavo sempre uno specchio».

Per quale motivo?

gigi proietti casotto

«Per vedere se riuscivo a riconoscermi. Era tutto frenetico, folle, velocissimo. Papà mi avrebbe voluto laureato. Non c' era famiglia italiana che non fosse votata al totem del posto fisso e mio padre non faceva eccezione: Piove o tira vento, prima o poi lo Stato arriva. E con lo Stato intendeva tasse, responsabilità, scadenze, impegni. Ogni tanto mi trovava a recitare da solo e nei suoi occhi incontravo il dubbio: 'Sto figlio mio non lo capisco».

 

Lei invece si capiva?

«Guadagnavo 5.000 lire a sera, questo capivo. Cambiavo panni e attitudini al ritmo delle esigenze del momento, ma troppe domande non me le facevo».

gigi proietti jodie foster casotto

 

Proietti: il Fregoli del secondo novecento.

«Magari. Di certo ogni tanto mi sono sentito come lui: «Sono un po' stanco di me / sempre la stessa vitaccia / qualche volta mi cambio la faccia / ma la vita rimane com' è.» Agli attori, anche a quelli giovani, càpita spesso».

 

Come fece a conciliare studio, night e teatro nei primi anni?

«Facile: non aprii libro e lasciai perdere gli studi. Non c' era tempo per fermarsi né per riflettere in maniera approfondita. La paura del debutto, l' emozione e la responsabilità di dover conquistare anche l' ultimo spettatore della platea sono giunti molto dopo.

Il primo maestro fu Cobelli. Mi offrì una parte ne Il Can can degli italiani. Testi di Arbasino, Vollaro e Flaiano. Esordii all' Arlecchino. Mi ricordo tutto come se fosse oggi. Quando Giancarlo mi propose la parte, una parte minuscola, fui sul punto di rifiutare. Grazie a dio non lo feci, se c' è una cosa che ho imparato in fretta è che non esiste ruolo apparentemente piccolo che non possa rivelarsi una grande occasione».

 

Cos' altro ha capito nel tempo?

gigi proietti un'estate al mare

«Che la maniacalità che rimproverandomi mi addebitava Gassman era un difetto e non un talento. Mi mancava l' umiltà di chi si mette al servizio del pubblico, senza dover usare la tecnica come uno schermo tra se e gli spettatori. Mi dicevano Sei troppo bravo che era altra cosa dall' affermare: Sei bravissimo. A un tratto, mi resi conto di un dato inconfutabile. Ero insopportabile. Me lo dissi da solo: «Cazzo, Gigi: sei antipatico».

E cambiò?

«Completamente, ma per ricordarmi da dove venivo, mutare pelle e cominciare a ragionare sul mio terreno d' elezione, ebbi bisogno di un' esperienza differente. Non esisteva solo il teatro d' avanguardia e dopo aver partecipato al Don Chisciotte televisivo e poi ad Alleluja brava gente, lo capii definitivamente anche grazie all' incontro con lo sceneggiatore che aveva messo mano a Cervantes, Roberto Lerici. A presentarmi Carmelo Bene fu proprio lui».

GIGI PROIETTI E MICHELE MIRABELLA NEL FILM BORDELLA

 

Che animale da palco era Bene?

«Lo conobbi che non aveva ancora compiuto quarant' anni. Da ragazzo avevo visto il suo Caligola. Mi era rimasta impressa una frase: Voglio soltanto la luna. A ben vedere, un manifesto programmatico».

 

Allo Stabile de L' Aquila passaste molto tempo insieme.

gigi proietti

«Era uno spettacolo vivente, Carmelo. Anzi, era lo spettacolo sempre nuovo di se stesso. In Abruzzo, il grande salentino abituato ai tepori della sua terra d' origine, arrivò vestito come se dovesse scalare le vette himalayane per recitare ne La cena delle beffe. Bevitore incallito, tifoso juventino non di rado fazioso, citazionista compulsivo di Stirner, Majakovskij e del suo preferito, Schopenhauer, al quale secondo me affibbiava teorie e pensieri che il filosofo non aveva mai pronunciato. Ogni tanto lo interrompevo: Dove l' avrebbe scritta il tuo Arturo questa cosa? A che pagina esattamente? A quel punto ridevamo fino a star male» .

gigi proietti

 

A L' Aquila lei divideva tempo e idee anche con Gassman.

«Quanto mi sono divertito con Vittorio. Il teatro di avanguardia stava diventando ministeriale e quello di ricerca non si preoccupava di apparire grottesco. Gassman era spiritoso, pare che un giorno abbia detto a chi lo annoiava con le spiegazioni dotte e cervellotiche: Non vi affannate, sospendete le ricerche».

 

Vi eravate incontrati per la prima volta su un set di Scola.

«In Se permettete parliamo di donne, nel 64. Vittorio era scatenato, amava le feste, il casino, il vitalismo. Andare in macchina con lui però rappresentava un pericolo».

 

Correva?

«Correva e in auto con lui evitavo accuratamente di salire. Aveva precedenti non proprio rassicuranti. A Napoli, tornando da una festa piena di stelle del cinema, irritato per la fila immobile, aveva sgasato con una Porsche finendo per travolgere una 500. Al volante c' era una signora, Gassman si precipitò a vedere se si fosse ferita e per lasciare i propri estremi. La donna era illesa, ma quando vide l' attore più famoso d' Italia circondato da Sordi e Lollobrigida ebbe quasi un mancamento».

Vi ritrovaste poi sul set di Robert Altman.

gigi proietti (2)

«Il film si intitolava The wedding e nel 1978 trascorremmo un mese in una villa sulle rive del lago Michigan, tra Canada e Stati Uniti. Per ingannare il tempo e regalarci una variazione dal paesaggio pianeggiante e monotono, andavamo spesso in un vicino luna park».

 

Che facevate al Luna Park?

«Lunghi giri sulla ruota panoramica. Poi tornavamo sul set e a volte, improvvisavamo. I ruoli non erano fissi e un giorno mi toccò interpretare il fratello minore di Vittorio. Sulla sceneggiatura c' era scritto: Dialogo in italiano e lo rivisitammo a modo nostro. Lui mi chiese come stesse mia moglie, io gli risposi che aspettava un bambino e lui, mimando con le mani il gesto dell' amplesso, proruppe in un grevissimo: Sempre a scopà, eh?. Altman non capì una sola parola, ma decise dalla prossemica che il ciak andava benissimo. Se cerca il film lo troverà identico ad allora».

 

Altman si accontentava?

gigi proietti

«Tutt' altro. Era un duro, capace di severità inattese e pedanterie che altro non erano che perfezionismo. Un altro duro era Monicelli. Fuori dal lavoro, uomo simpaticissimo. Sul set un generale prussiano che sapeva sempre quello che voleva».

 

Lavorò per lui su un set statunitense.

«A New York passammo 20 giorni di grande letizia. Giocavamo a fare i gagà italiani e Mario si piccava di essere più elegante di me. Non gliela davo vinta: Mario, ma ci hai guardati bene? Come fai a sostenere una fregnaccia simile?. Con le persone ironiche il problema della gerarchia non esisteva».

 

È vero che rifiutò un Otello propostole da Gassman?

«Uno dei pochi grandi rimpianti della mia carriera. Mi offrì il ruolo di Jago. Tra Otello e Jago la rivalità dal testo si innerva sugli attori e li mette in inevitabile opposizione. Memore di un' altra edizione dell' Otello in cui Vittorio aveva recitato con Salvo Randone scambiandosi di ruolo ogni sera e ritrovandosi quindi regolarmente paragonato a lui in positivo o in negativo, sfidarlo mi parve imprudente e rinunciai: Vittorio, lo sai bene come funziona 'sta storia fra Jago e Otello, no? - gli dissi- se vinci tu me ce rode, se vinco io mi dispiace: mi sa che è meglio che continuiamo ad andare a cena insieme e rimaniamo amici. Non me ne sono mai pentito a sufficienza».

GIGI PROIETTI

 

Ha mai provato invidia per qualcuno?

«È successo, certo, ma mai nei confronti di quelli che ritenevo bravi. Non ho mai sentito astio né frustrazione per chi possedeva e dominava un mestiere, al limite ho masticato amaro per chi sprovvisto di talento arrivava a recitare comunque su palcoscenici importanti».

 

Lei li ha calcati, non solo in teatro. Fellini la adorava.

«Mi chiamava Gigiaccio e diceva che venirmi a vedere a teatro era come assistere allo spettacolo del fuoco. Federico non si permetteva il lusso di domandarsi il perché o il per come, guardava e basta: Mi avvicino a te per lasciarmi riscaldare. Uno dei complimenti più belli che mi abbiano mai fatto.

GIGI PROIETTI

 

Altre blandizie? Altre dolcezze?

«Eduardo De Filippo mi venne a vedere ai tempi di A me gli occhi please, lo spettacolo che nel 1976, senza alcuna aspettativa, ebbe un esito lungo e molto duraturo. La faccia sorpresa di Sagitta, mia moglie, che la sera della prima mi avverte insieme all' impresario della fila di persone in attesa sul ponte, non me la sono più dimenticata.

Perché?

«Perché non ci credevo. Li mandai amorevolmente a fare in culo, eppure non mentivano».

 

Torniamo a Eduardo?

«Era il 1977. Si sedette in prima fila e a fine spettacolo, madido di sudore, bagnatissimo, con il trucco che mi calava sugli occhi andai a salutarlo. Poi mi raggiunse in camerino, vecchio, con le rughe profonde, mi strinse le braccia e mi disse che anche lui, quando era giovane, faceva cose simili alle mie: Qualcuno finalmente continua insistette e io un po' mi commossi».

gigi proietti renzo arbore

 

La grandezza della semplicità?

«A me gli occhi era uno spettacolo autenticamente popolare messo in piedi ai tempi in cui i detrattori pur di non pronunciare la parola popolo, preferivano dire popolaresco con un evidentissima puzza sotto il naso. Eduardo e Fellini erano grandi proprio nella semplicità. Una sera a cena con Lerici e Federico, il maestro romagnolo lo teorizzò in parole a me e a Roberto: Non c' è un solo mio lavoro che non sia partito da un' idea semplice che sviluppando ho trasformato in complessa. Federico detestava i parolai che usavano termini astrusi per non dir nulla. Se osavi pronunciare sovrastruttura ti inseguiva con il bastone».

gigi proietti (2)

Di gente così ne ha incontrata tanta?

«Tantissima. Alzavano il ditino e ti spiegavano: Questa è la cultura alta e quest' altra invece, quella bassa. Io a questa dicotomia non ho mai riconosciuto dignità. Non avverto la necessità di definire. Quando sento dire: Stanzio un miliardo per la cultura applaudo, però poi mi chiedo: Ci spiegate anche cosa intendete esattamente per cultura?».

 

Cos' è la cultura per lei?

«Sapersi comportare. Saper stare in mezzo agli altri. Saper crescere insieme. È sempre più difficile, ma non dispero. Le persone in fila al Globe per Shakespeare o all' Auditorium per ascoltare lezioni di storia contemporanea mi fanno ben sperare. Di cultura, nel senso più ampio del termine, c' è sete».

 

Se dovesse vergarsi un' epigrafe cosa vorrebbe che ci fosse scritto?

gigi proietti

«È stato curioso, così curioso da inseguire forse troppe ipotesi».

nancy brilli massimo ghini gigi proiettiGIGI PROIETTI CELLINIGIGI PROIETTI IN CABINA DI DOPPIAGGIORobert Altmansordi gassman tina aumont e gigi proietti nel film l urloGassman riso amaroGIGI PROIETTI GLOBE

 

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