manuel agnelli maneskin

“IN ITALIA O SEI BATTIATO O SEI UN TAMARRO. NON C’È IL CONCETTO DI ROCK NAZIONALPOPOLARE. I ROLLING STONES NON SAREBBERO MAI NATI QUI” - MANUEL AGNELLI, CHE LI “SCOPRI’” A X FACTOR, ESALTA I MANESKIN: "STANNO CANCELLANDO UNA DISCRIMINAZIONE STORICA NEI CONFRONTI DEL ROCK NEL NOSTRO PAESE. MA NEGLI USA C’È PIÙ LIBERTÀ. BAND COME I MANESKIN NASCONO OGNI CINQUANT’ANNI. IN ITALIA, ANCHE OGNI CENTO…" - VIDEO

 

Matteo Cruccu per corriere.it

MANUEL AGNELLI MANESKIN

Se c’è uno che conosce bene i Måneskin , questo si chiama Manuel Agnelli. Nella corsa che sembra senza fine, lui era presente alla linea di partenza, quando li prese, «verdi» come dice lui dagli studi di X Factor nel lontano 2017. E li ha poi accompagnati da lontano, fino a quest’esplosione «globale».

 

Cos’ha provato quando Mick Jagger li ha ringraziati ieri notte?

«Mi sono sentito orgoglioso di loro, perché vanno avanti con una grande sicurezza, molto naturali, senza montarsi la testa. Condividere poi il palco con la band più grande del mondo non li ha immobilizzati. E non dimentichiamo che sono andati a cantare prima degli Stones in italiano. È la cosa più bella: stanno aprendo un portone, cancellando una discriminazione storica nei confronti del rock nel nostro Paese».

 

Come hanno fatto a superare la prova americana?

DAMIANO MANESKIN MANUEL AGNELLI

«In America oggi non sono razzisti dal punto di vista musicale. Se sei bravo, sei bravo: là puoi venire da dove vuoi, l’America sa essere molto accogliente con chi sa fare. Il problema è un altro semmai: come li percepiamo di noi...»

 

Ovvero?

«Mi dà fastidio il nostro provincialismo: solo in Italia, sui Måneskin , si cercano i difetti prima dei pregi. Perché da noi o sei Battiato o sei un tamarro, non c’è il concetto di rock nazionalpopolare e di qualità. I Rolling Stones non sarebbero mai nati qui».

 

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E In Italia, come nel mondo, il rock non lo stava facendo più nessuno, sembrava ci fosse spazio solo per rap e trap...

«Sì. E non è solo una questione musicale: loro hanno rimesso al centro il noi, rispetto all’io, l’individualismo sfrenato e il machismo tipico di certo hip-hop. Il Covid forse ha cambiato un po’ tutto».

 

Già, il machismo. Sembra nuova anche la loro concezione dei rapporti, della sessualità, sono «fluidi» i Måneskin.

«Non recitano, sul palco sono molto teatrali, ma nella vita di tutti i giorni sono così, si sentono così. Il rock è stato liberazione sessuale, ma non fluido. Machista anch’esso, tranne Bowie. Anticipatore, ma è stato un caso unico. Ora è una generazione intera che si identifica. Poi, certo, ci sono state anche delle congiunture astrali...».

 

 

Cioé?

«Arrivano secondi a X Factor, trionfano a Sanremo e Eurovision. E di solito vincere quest’ultimo, fin troppo trash, non ti porta da nessuna parte, vedi ad esempio il caso di Conchita Wurst. Ma loro sono stati capaci di scegliersi i tempi, di cavalcarli, senza pianificare. Dimostrando un istinto mostruoso».

i maneskin aprono il concerto dei rolling stones 8

 

 

Ma di quell’istinto si era accorto anche alle audizioni di X Factor di tanto tempo fa?

«Sì. Era una band «verde», suonava benino ma non benissimo, avevano un piglio fricchettone e un look approssimativo. Ma la personalità l’ho colta subito».

 

E , dal suo osservatorio di «X Factor», ci sono dei nuovi Måneskin all’orizzonte?

«No, band come i Måneskin nascono ogni cinquant’anni. In Italia, anche ogni cento...».

 

 

GRAZIE MANESKIN

Andrea Carugati per "la Stampa"

 

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«Conoscete la band che suona prima degli Stones?». «Certo! I Måneskin, siamo qui apposta per loro. Mia figlia è una loro grande fan». Come li avete scoperti? «Quando hanno vinto l'Eurovision Song Contest. Ci hanno incuriosito, abbiamo scoperto le altre loro canzoni e da allora mia figlia non ascolta altro».

 

A Las Vegas capita dunque che un ex acrobata inglese del Cirque du Soleil, ora agente immobiliare e premuroso padre, sia anche un fan di una giovane band italiana come i Måneskin. Sembra fuori da ogni scala ma, al concerto dei Rolling Stones, i quattro ragazzi laziali che lo hanno aperto con il compito di fare da antipasto per il pubblico, in attesa del piatto forte, avevano la loro fetta di ammiratori.

 

«Bravo Damiano!», si è sentito urlare in perfetto italiano da una voce emersa dagli spalti quando, alle otto in punto ora locale, le quattro del mattino in Italia, Victoria, Damiano, Thomas e Ethan, vestiti a stelle e strisce, magliettina blu con stelle bianche e paillettes e pantaloni tigrati bianchi e rossi in onore della bandiera americana - Damiano con la schiena nuda e gli occhi ancor più truccati del solito - hanno dato il via al concerto all'Allegiant Stadium di Las Vegas con la loro In nome del padre.

 

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«È la nostra prima volta in uno stadio», ha detto Damiano al pubblico, formato in gran parte da persone mature e che applaudiva generoso sia dai posti a sedere sugli spalti che da quelli in piedi davanti al palco dove l'entusiasmo per la loro esibizione è apparso palese. «È un piacere e un onore per noi avere avuto la possibilità di essere qui, a suonare prima di una delle più grandi band di tutti i tempi. Grazie per averci dato questa chance, spero che vi divertirete».

 

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Davanti a circa trentacinquemila persone, per nulla intimiditi e con il brio a cui ormai siamo abituati, hanno proseguito con il loro successo di Sanremo, Zitti e buoni, con alcuni brani originali, tra cui Mammamia, e il loro cavallo di battaglia, 'Beggin, che è ormai disco di platino in America. Poco meno di una quarantina di minuti di canzoni suonate a quel loro ritmo così rock, accompagnati da una scenografia semplice e due maxischermi sui cui campeggiava il nome della band, prima di chiudere l'esibizione con I wanna be your slave. «Conoscete Iggy Pop?», ha scherzato Damiano, raccontando della collaborazione con il leader degli Stooges per quella canzone. Un altro urlo dal pubblico: «Finalmente "We can get much satisfaction" ascoltando un po' di musica italiana» ha urlato un loro sostenitore prima dell'ultima canzone.

 

Poi, dopo il tributo dell'arena, Victoria, Damiano, Thomas e Ethan hanno lasciato il palco ai Rolling Stones e Jagger ha ringraziato pubblicamente i Måneskin in quello che è stato, forse, il passaggio di testimone tra maestri e alunni, tra il vecchio rock degli Stones e il nuovo rock dei Måneskin.

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«Grazie mille ragazzi!» ha detto Jagger appena salito sul palco parlando in italiano. «Bravissimi gli Stones, certo, ma io sono venuto per vedere loro, i Måneskin. I miei amici in Italia me ne hanno parlato benissimo e da emigrato - ha detto Angelo, un giovane cameriere al Venetian, arrivato da Potenza per cercare fortuna in America - non mi volevo perdere questa occasione.

 

I biglietti costavano molto rispetto a quanto guadagno, ma avevo voglia di Italia e ho deciso di fare questo sacrificio anche per sentirmi un po' a casa. Mi hanno reso orgoglioso di essere italiano e non capita spesso qui in Nevada». Il successo dei Rolling Stones negli anni Sessanta fu immediato e enorme grazie a una strategia promozionale precisa, che li mise in contrapposizione con i già famosi e più rassicuranti Beatles. Quel dualismo fece la loro fortuna.

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Quella dei Måneskin, unici nel loro genere, è nata su un palco altrettanto commerciale, quello delle audizioni di X Factor, quando nell'estate del 2017 i quattro ragazzi romani, armati di voce, chitarra, basso e batteria, un look da band inglese da strada conquistano i giudici con un loro inedito in inglese, Chosen.

 

Il pubblico nemmeno a metà canzone dedicò loro una standing ovation facendo capire subito che quella band avrebbe potuto avere un futuro grandioso. Un rock non tutto «sesso, droga e rock' n'roll» come lo slogan del passato ma fortemente libero e sotto il segno dei tempi che viviamo. «La creatività ha bisogno di una mente sana», aveva dichiarato Damiano dopo la nota polemica all'Eurovision.

 

In una Las Vegas illuminata a festa e sferzata da un vento tagliente; in una serata fredda anche all'interno del nuovo e avveniristico stadio, coperto ma flagellato dall'aria condizionata così cara agli americani, a scaldare l'atmosfera ci ha pensato il pubblico e nonostante il piatto forte fosse l'esibizione degli Stones, i Måneskin hanno colpito nel segno. «Che notte. Grazie Rolling Stones. È il miglior ricordo di tutti i tempi», ha scritto il gruppo in un post su Twitter abbinato a due foto con gli Stones: una con Mick Jagger, l'altra con Keith Richards. Non sono le recensioni del concerto o i tributi nazionalistici riservati loro dai media italiani o i download dei loro brani che lo fanno capire e lo rendono evidente.

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Ma tre note canticchiate da due donne afroamericane in coda per un cappuccino fumante dopo l'esplosione dei fuochi di artificio che hanno sancito la fine dell'esibizione. Non erano le note di Satisfaction e nemmeno quelle di Paint it black o di Sympathy for the Devil, ma quelle di Beggin.-

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