anelli

UN MARZIANI A ROMA - STUDI D’ARTISTA, ARTISTI DA STUDIO. IN UN VOLUME MARCO ANELLI RACCONTA GLI ATELIER AI TEMPI DEL VIRUS - JULIAN SCHNABEL (GREENWICH VILLAGE) ESALTA IL GIGANTISMO IN ALTEZZA DEGLI SPAZI AMERICANI - UGO RONDINONE (HARLEM) HA SCELTO UNA VECCHIA CHIESA IN CUI LE OPERE TROVANO IL LORO SPAZIO SPIRITUALE. E SHIRIN NESHAT E MARINA ABRAMOVIC…

Gianluca Marziani per Dagospia

 

 

marco anelli (damiani)

Strani giorni per le opere d’arte che subiscono un forzato letargo medicale, sospese a tempo determinato dentro gallerie, musei e fondazioni. Il lockdown ha messo in quarantena limbica migliaia di quadri e sculture, d’improvviso distanziati dai nostri occhi discreti, visibili in sola forma privata da guardiani, allarmisti, global service e altro personale di servizio.

 

Ascoltate le opere in isolamento e provate a mettervi nei loro panni, o meglio nelle loro tele, immaginando lo stupore senza meraviglia (ottica), la paura dell’abbandono (umano), l’insostenibile pesantezza del non essere (guardati). Ora tornate nei vostri panni, o meglio nei vostri vestiti da casa, immaginando di entrare negli studi d’artista, qui dove l’opera nasce e si abitua al mondo, godendo l’infanzia di un tempo sospeso, in attesa che si riveli il suo destino espositivo e collezionistico.

 

Gli atelier ai tempi del virus ce li racconta MARCO ANELLI nel suo volume dal titolo ARTIST STUDIOS NEW YORK: un occhio di luce naturale tra loft, hangar e stanze dentro una metropoli che l’arte contemporanea la rispetta e supporta. Perché una cosa il Covid la sta scrivendo a chiare lettere: non tutti gli Stati considerano quei “lavoratori” un patrimonio collettivo che, oltre alla ricchezza economica, produce aura ad elevato contagio sociale. La domanda è d’obbligo: quando accadrà che la nostra Italia, costruita su fondamenta culturali, sintonizzi la vita istituzionale sul valore fondativo degli artisti viventi? Quando vedremo task force di creatori visionari che, riscrivendo il presente, disegnino la forma etica di un futuro compatibile?

julian schnabel

 

Ora proviamo ad immaginare una telecamera ad infrarossi che varchi le soglie sbarrate dei musei. Eccola scavare nel buio, atmosfera tra Oceans e Mission Impossible, un silenzio monacale e una rivelazione: le opere in un luogo deumanizzato sono come un abito da sera sulla prua di una barca vuota, sono un’apnea in profondità, sono come i calciatori dentro un Santiago Bernabeu senza pubblico. Le opere attendono i nostri occhi con pazienza omerica, non si muovono ma scalpitano per sentire le carezze dell’aria, per giocare col loro narcisismo stanziale, per darsi senza spostarsi.

 

L’arte vive nel luogo d’origine (studio d’artista), poi nel luogo di passaggio (gallerie e altri spazi per mostre temporanee), quindi nel luogo d’approdo (la collezione museale o qualsiasi altra forma di collezionismo, da quello domestico a quello aziendale). In ogni posto l’opera si adegua alla condizione del suo fautore: i silenzi e i vuoti nel luogo della creazione, la visita di sguardi nei luoghi espositivi, gli sguardi di pochissimi nei luoghi del collezionismo domestico. Se accade, come in questo 2020, che il vuoto di sguardi sia nello spazio della fruizione canonica, l’opera sgonfia il suo pathos ed entra in crisi. Non capisce dove si trova, trasformandosi nella metafora della nostra condizione coatta. Una compagna di solitudini che insegna qualcosa anche quando non si mostra ai nostri sguardi da voyeur curiosi.    

alfredo jaar

 

Così, mentre gli spazi espositivi scalpitano per riaprire, gli artisti occupano il proprio studio sotto uno strano rumore bianco, dettato da nuove regole che per molti di loro erano la normalità della disciplina da interni, l’unica via per assecondare la ritualità ciclica dell’autore. Gli artisti conoscono il silenzio, lo gestiscono nel loro sistema creativo, sanno bene cosa significa isolarsi per trovare una zona di conforto interiore. Ma un conto è farlo per scelta naturale, nel sistema di private virtù, un altro è vedersi piombare addosso un divieto che manda in cortocircuito il proprio ideale monastico. Il compito di molti sarà doppio e intrecciato: riportare il sistema espositivo ad una sua nuova normalità, al contempo supportare gli artisti con passaggi pragmatici e sistemici, senza casualità e con un serio progetto di rifondazione.  

 

Adesso lasciamo la telecamera e sediamoci in modo comodo, sfogliando il nostro viaggio da fermi dentro gli studi di alcuni artisti a New York. Dietro il progetto di Marco Anelli (gli scatti vanno dal 2011 al 2019) c’è la casa editrice DAMIANI, orgoglio italiano e vetta internazionale nell’editoria fotografica.

 

ugo rondinone

Un progetto nato a Bologna sotto la stella di Andrea Albertini, nipote del fondatore di Grafiche Damiani, tipografia storica sorta dopo la Seconda Guerra Mondiale. Andrea era uno di quei personaggi speciali, non solo bellissimo coi suoi occhi liquidi e melanconici, non solo educato e dai modi antichi, non solo bravo e veggente ma anche sfortunato vista la sua dipartita del 2019, ad un’età che si usa per rottamare lo scooter e non per abbandonare corpi amati e amici fidati. Damiani è l’oggetto del desiderio cartaceo, la maestria artigianale che confeziona volumi per occhi elettrici e mani carezzevoli. Damiani è l’editoria del conforto estetico, il vero “fatto in Italia” che lo Stato dovrebbe tutelare come si fa coi gioielli da esportazione, ricordando il peso economico che la filiera artistica riveste nel sistema nazionale e, non certo da ultimo, nella creazione di un’aura condivisa.

 

La prima cosa che emerge dalle foto è la notevole metratura dei luoghi, fenomeno tipicamente americano che in Italia rappresenta casi più sporadici per ovvie ragioni urbanistiche. Qui da noi, soprattutto nelle città ad alto range come Roma e Milano, le metrature diminuiscono e, di conseguenza, anche i telai di rado superano i tre metri. Altro dato importante è la zona degli studi: a Manhattan i costi immobiliari sono ormai alle stelle, motivo per cui solo grandi nomi e gente “di carriera” la si vede tra Greenwich, Chelsea, Soho, NoHo e altre zone esclusive.

 

francesco clemente

Alcuni hanno scelto Brooklyn o il Queens ma anche lì il valore al metroquadro cresce, roba che i vecchi spazi occupati a SoHo sono ormai letteratura del tempo perduto. Certo, il virus avrà seri effetti sul piano marciapiede, tanti esercizi chiuderanno e tanti proprietari, se vorranno un’entrata mensile, dovranno abbassare le loro richieste. Chissà che non sia la volta buona di vedere le strade riempirsi di studi d’artista, designer, architetti, grafici, editori: sarebbe un ottimo segnale per trasformare i centri urbani in ambienti inclusivi, dove la creatività torna ad essere un vero laboratorio partecipativo.  

 

Fa bene all’occhio indiscreto intrufolarsi nei luoghi privati della creazione: entriamo silenziosi dietro la macchina del fotografo, anche lui a passo felpato tra scaffali, tubetti e vasetti, mobili con rotelle, frammenti da officina, scarti e recuperi, librerie e archivi… Francesco Clemente (NoHo) gestisce l’ordine dei materiali come in un mandala installativo, il tutto dentro il tipico loft con fila di colonne portanti, vetrate ampie e pavimento in legno scuro. Julian Schnabel (Greenwich Village) esalta il gigantismo in altezza degli spazi americani: paretone bianche, poltrone in midollino e pelle, schizzi ovunque di pittura, il sito perfetto per dipingere senza vincoli di formato.

 

Anche Robert Longo (Little Italy) ha lo studio che ogni artista vorrebbe: volumi enormi, soffitti altissimi e una divisione funzionale degli spazi interni, oltre ad una zona da studio che ci riporta alle ispirazioni di Longo, ai riti estetici delle sue selezioni fotografiche. Matthew Barney (Long Island City, Queens) ci introduce nel suo hangar dantesco da “Fast and Furious”, il perfetto backstage del suo universo “Cremaster”. Terence Koh (Chelsea) agisce dentro un bianco quasi assoluto, uno spazio che è pura ascesi interiore. Alfredo Jaar (Chelsea) conferma lo spazio ibrido di un artista concettuale, dove office, laboratorio e atelier alimentano il rigore geometrico dei grandi volumi. Urs Fischer (Columbia Street Waterfront District, Brooklyn) è puro accumulo sotto controllo, uno studio multitasking che è lo specchio del suo agire scultoreo.

matthew barney

 

Ugo Rondinone (Harlem) ha scelto una vecchia chiesa in cui le opere trovano il loro spazio spirituale. Jonas Mekas (Clinton Hill, Brooklyn) si rispecchia in un appartamento stipato di libri, quaderni, telecamere e disordine, come se pensare al progetto fosse un legame continuo con il tempo reale. Shirin Neshat (SoHo) e Marina Abramovic (SoHo) aprono le porte di spazi eleganti e accoglienti, più verso il salotto che il luogo del caos: stanze in cui senti la cura attenta di una donna, la sua vertigine di armonie e luci curate.

 

E poi tanti altri studi che cogliamo nel totale o per frammenti intensi: Alex Katz, Anne Collier, Anthony McCall, Banks Violette, Cecily Brown, Dan Colen, Dana Schutz, Elizabeth Peyton, Glenn Ligon, Jack Pierson, John Giorno, Jonas Mekas, Jordan Wolfson, Joyce Pensato, Julie Mehretu, Kiki Smith, Lawrence Weiner, Mariko Mori, Marilyn Minter, Mickalene Thomas, Nate Lowman, Pat Steir, Rashid Johnson, Rob Pruitt, Rob Wynne, Rirkrit Tiravanija, Ryan Sullivan, T.J. Wilcox, Tony Oursler, Vera Lutter, Vik Muniz… fino ad un onirico spazio di William S. Borroughs (Bowery), anfratto duchampiano speculare ai suoi romanzi, sorta di messinscena del suo ambiente psicotico da Pasto Nudo.

Gianluca Marziani

 

Chiudiamo il libro e attendiamo che il ritorno ad una vita plausibile abbia (re)inizio…

robert longo

 

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