harold bradley

IL NECROLOGIO DEI GIUSTI - SE NE È ANDATO NELLA SUA ROMA CHE HA TANTO AMATO HAROLD BRADLEY, 92, ARTISTA, CANTANTE, ATTORE, MUSICISTA, NONCHÉ FONDATORE DEL FOLKSTUDIO, LA MITICA CANTINA DOVE DAGLI ANNI ’60 PASSÒ CHIUNQUE, DA ODETTA A BOB DYLAN – ERA TRA I PRIMI AFRO-AMERICANI CHE AVEVANO DECISO DI VIVERE A ROMA. ARRIVATO A NEL 1959 COME STUDENTE DI BELLE ARTI ALL’UNIVERSITÀ PER STRANIERI DI PERUGIA AVEVA UN FISICO IMPONENTE, VENNE PRESTO ADOCCHIATO DAI CINEMATOGRAFARI ITALIANI E FINÌ IN QUALSIASI TIPO DI FILM… - VIDEO

 

 

 

 

 

Harold Bradley rip

Marco Giusti per Dagospia

 

harold bradley

Se ne è andato nella sua Roma che ha tanto amato Harold Bradley, 92, artista, cantante, attore, musicista, campione di football, nonché fondatore del Folkstudio, la mitica cantina dove dagli anni ’60 passò chiunque, da Odetta a Bob Dylan. Diceva, inoltre, che a Bob Dylan, arrivato in Italia alla ricerca della fidanzata Susie Rotolo, non gli fece cantare molti pezzi perché temeva che puntasse sua moglie, Hannelore, profuga ebrea arrivata dai campi di concentramento nazisti.

 

harold bradley 1

Harold era tra i primi afro-americani che avevano deciso di vivere a Roma, come aveva fatto John Kitzmiller, ufficiale dell’esercito americano che era entrato nel cinema casualmente, scelto da Luigi Zampa e Carlo Ponti come protagonista di “Vivere in pace” e poi rimasto fino alla morte improvvisa nel 1964.

 

In quegli anni nel cinema americano non c’erano ruoli da protagonista per gli attori neri né ci potevano essere, fino a film come “La cavalletta” con Jim Brown e Jacqueline Bisset e “El Verdugo” con Jim Brown e Raquel Welch, possibilità di vedere un attore nero baciare una donna bianca sullo schermo.

 

harold bradley 2

Harold Bradley, come tanti altri afro-americani, aveva notato che il cinema italiano, coi film interpretati da John Kitzmiller, “Senza pietà”, “Tombolo”, ma arriverà perfino a vincere il premio per il miglior attore a Cannes nel 1956 con un film jugoslavo, non avevano proprio questo problema.

 

bob dylan folkstudio

C’era perfino un film, “Il peccato di Anna” di Camillo Mastrocinque, del 1951, dove il protagonista, Ben A. Johnson, è un attore americano chiamato per fare Otello a teatro a Roma che si innamora contraccambiato della sua Desdemona, Anna Vita.

 

Arrivato a Roma nel 1959 come studente di Belle Arti all’Università per stranieri di Perugia, Harold Bradley, che aveva un fisico imponente, visto che era stato un campione di football famoso ancor prima di Jim Brown, venne presto adocchiato dai cinematografari italiani e finì in qualsiasi tipo di film, a cominciare da “La tragica notte di Assisi” e da “Barabba” di Richard Fleischer, dove era un gladiatore.

 

harold bradley

Un percorso che attraverserà sia il peplum (“Io Semiramide”, “L’eroe di Babilonia”, “Maciste l’eroe più grande del mondo”) che un po’ tutto il nostro cinema di genere, da Franco e Ciccio (“00-2 agenti segretissimi”, dove assieme a Pietro Torrisi fanno due culturisti gay) allo spaghetti western (“i giorni della violenza”), alla tv anni’60 (“Peppino Girella”), lo porterà fino agli anni di “Daylight” con Stallone e di “Habemus Papam” di Nanni Moretti, dove interpreterò un cardinale.

 

la tragica notte di assisi

Harold, come Kitzmiller, ma come un po’ tutti gli attori afro americani che arrivarono a Roma in quel periodo, scoprì che l’Italia, e Roma in particolare, era un posto meraviglioso dove non c’era alcun tipo di razzismo e dove gli attori afro-americani erano trattati come gli attori bianchi.

 

Al punto che quando sul set di “Cleopatra” di Joseph L. Mankiewicz si incontrerà a Cinecittà con un gruppo di attori e ballerini arrivati da tutto il mondo, da Archie Savage a Calvin Lockhart, da Van Aikens ai fratelli Hawkins, da Jay Riley a Leo Coleman, Norman Davis, quasi tutti decideranno di rimanere a Roma.

 

Fra loro si chiamavano “gypsies”, erano davvero un gruppo di amici. Li potete vedere sia nella grande scena del balletto di “Cleopatra” che nell’episodio di Fellini di “Boccaccio 70” o nel curioso “TarzaN contro gli uomini leopardo”.

 

harold bradley

Nato a Chicago nel 1929, figlio di un lavoratore delle poste, già piccola star di football locale, come era stato il padre, Harold decise presto di studiare arte e si iscrisse all’Università dell’Iowa nel 1946. Anche il padre si era iscritto alla stessa università, ma non aveva potuto finirla perché aveva preferito lavorare subito.

 

giancarlo cesaroni

Malgrado le leggi razziali e un clima ancora pesante per i giovani neri nell’Iowa, Harold diventò nella stagione 1950 il Most Valuable Player dell’Hawkeye Footbal Team. Dopo essersi laureato nel 1951 e dopo tre anni di militare nei Marines, diventa un giocatore di football professionista vincendo due campionati di NFL coi Cleveland Browns nel 1954 e nel 1955. La sua ultima stagione la gioca nel 1958 coi Philadelphia Eagles.

lawrence ferlinghetti e harold bradley ph marcellino radogna

 

E’ allora che arriva in Italia a studiare Belle Arti a Perugia, dove incontra la donna della sua vita, Hannelore Zaccharias, ebrea sopravvissuta all’Olocausto, che sposerà nel 1962, quando è ormai un attore del cinema italiano. Nello stesso anno fonda il Folk Studio nel centro di Roma, in Via Garibaldi 59 a Trastevere, che diventerà presto un luogo di cultura, musica e arte, presto noto in tutto il mondo.

 

harold bradley folk studio

Fonda anche il gruppo dei Folkstudio Singers con Jimmy e Eddie Hawkins, Archie Savage e altri, pronto a spostarsi in tutta Italia per recital e concerti. Sempre nello stesso periodo segue Calvin Lockhart e Jay Riley e tutto il gruppo degli afro-americani di Roma nello spettacolo “Shakespeare in Harlem” di Langston Hughes in giro per l’Italia, dove canterà e reciterà.

harold bradley giocatore di football nel 1955

 

Nel 1968 Harold lascia il Folkstudio in mano all’amico Giancarlo Cesaroni e con tutta la famiglia, Hannelore e i loro tre figli, Michael, Oliver e Lea, vanno a Chicago, dove gli era stata offerta un lavoro di curatore all’Illinois Arts Council. Lavora anche in tv a Chicago.

 

 A differenza di tanti altri attori afro-americani, come Calvin Lockhart, Jay Riley, Archie Savage o Van Aikens, che partirono negli anni ’70 e non ritornarono più, Harold e sua moglie tornano nel 1987 per le celebrazioni del cinquantenario del Folk Studio e decidono di rimanere per sempre a Roma. Si sentivano a casa. Harold riprenderà a cantare e a recitare in qualche nostro film. Hannelore se ne andrà nel 2014 e Harold l’ha seguita adesso. Ma, come ricordo nell’intervista che gli ho fatto per Stracult qualche anno fa, non solo non aveva nessun rimpianto riguardo le sue scelte, ma sapeva di aver fatto una vita bella e felice.

harold bradley in habemus papamharold bradley in habemus papam 1

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