piccoli tasti, grandi firme mostra ivrea

PICCOLI TASTI, GRANDI FIRME - QUANDO I GIORNALI SI FACEVANO CON LA MACCHINA PER SCRIVERE, SENZA PC GOOGLE E CELLULARI: EPPURE QUELLI ERANO GIORNALI CREATIVI, RICCHI DI SERVIZI, BATTAGLIERI, PENSATI E SCRITTI BENISSIMO, E VENDUTI IN CENTINAIA DI MIGLIAIA DI COPIE. A IVREA UNA MOSTRA CURATA DA LUIGI MASCHERONI CELEBRA L'ETÀ D'ORO DELLA STAMPA

Luigi Mascheroni per www.ilgiornale.it

 

Chi ha meno di cinquant'anni lo troverà incredibile: eppure ci fu un tempo in cui i giornali si facevano senza computer, senza mail, senza Google, senza cellulari...

PICCOLI TASTI, GRANDI FIRME mostra ivrea

 

Che tempi. Più belli? Più brutti? Senza le nuove tecnologie le giornate erano più pesanti, i tempi più lunghi, e i servizi più complicati. Eppure quelli erano giornali creativi, ricchi di servizi, battaglieri, pensati e scritti benissimo, e venduti in centinaia di migliaia di copie.

 

I tempi d'oro del nostro giornalismo, quelli che coincidono con la diffusione e l'uso delle macchine per scrivere portatili: dal 1950 (anno in cui l'Olivetti progetta la mitica Lettera 22) ai primi anni '90 (quando i pc entrano nelle redazioni) e che ho provato a raccontare nella mostra Piccoli tasti, grandi firme che ho curato al Museo «Garda» di Ivrea (ha inaugurato venerdì, resterà aperta fino al 31 dicembre). Un'epoca segnata dalla nascita di testate rivoluzionarie, sia per la grafica sia per il nuovo ordine delle pagine e delle notizie (Il Giorno ad esempio, che nasce nel 1956). Alcune delle quali giocano

 

PICCOLI TASTI, GRANDI FIRME mostra ivrea

un ruolo fondamentale nella battaglia delle idee (il manifesto, il Giornale, la Repubblica, tutti apparsi negli anni Settanta). Altre sono anticonformiste e irriverenti (il Borghese di Leo Longanesi, del 1950, oppure, per tutt'altro verso, Cuore, il «Settimanale di resistenza umana» dell'Unità, del 1989). Senza contare i quotidiani del pomeriggio, da Paese sera a La Notte (erano il nostro online...).

fedele toscani Indro Montanelli

 

Testate, vecchie e nuove, che offrivano un'informazione pluralista accompagnata da un livello eccezionale di scrittura. Come dimostrano le grandi firme che battevano sui quei piccoli tasti. Grandi giornalisti-scrittori, o scrittori-giornalisti se volete, che hanno ancora molto da dirci. Su come si trova una notizia e su come la si racconta.

 

Senza dimenticare i colleghi che non usavano la macchina per scrivere, ma gomma, forbici e matita: come Giuseppe Trevisani, che ideò l'impaginazione innovativa del manifesto e del Giorno, o Piergiorgio Maoloni, il grafico e designer che firmò la progettazione o il restyling di tutti i più importanti quotidiani e periodici italiani del tempo. La sua prima pagina del Messaggero, il giorno dell'allunaggio, è un capolavoro. E infatti è esposta al MoMA di New York.

PICCOLI TASTI, GRANDI FIRME mostra ivrea

 

Fu una stagione - a guardarla bene - lontanissima, in tutti i sensi. Che ebbe certo molti limiti: tante idee ma anche troppa ideologia, i medesimi conflitti di interessi di oggi, solo più camuffati (a lungo non si seppe che dietro Il Giorno c'era l'Eni, ad esempio), protagonismi eccessivi, corpi redazionali abnormi, costi di gestione altissimi e spese folli (che infatti oggi le aziende editoriali pagano con gli interessi), ma che, pure, fu straordinaria. E che ancora può offrirci suggerimenti particolarmente utili in un momento come l'attuale in cui la carta stampata vive una delle sue crisi più profonde.

 

biagi bocca montanelli

Tra le sale della mostra, curiosando, troverete di tutto. Le pagine del Corriere con i pezzi più belli di Buzzati, l'edizione originale della strenna Olivetti con Il deserto dei tartari illustrato da Enrico Baj, il suo capolavoro nato nelle notti di turno al giornale. E poi i numeri originali dell'Espresso con la celebre rubrica «Il lato debole» di Camilla Cederna, un lungo servizio su di lei di Panorama degli anni '80, la pagina che il Corriere le dedicò il giorno della sua morte, e là c'è anche la sua macchina per scrivere.

 

Rossa. Silenzio, arriva il maestro. Indro Montanelli: articoli dattiloscritti, prime pagine di giornali, una serie di caricature dei maggiori vignettisti italiani, fotografie. Di Giovannino Guareschi ci sono le copertine e le pagine di quella meraviglia che è il Candido (la doppia pagina con il disegno di Stalin all'inferno, dopo la sua morte nel marzo 1953, vale più di un trattato di filosofia politica), e le sue inimitabili vignette satiriche. Tocca poi all'inchiesta.

 

PICCOLI TASTI, GRANDI FIRME mostra ivrea

Enzo Biagi e Giorgio Bocca furono due campioni. Ci sono i numeri originali di Epoca, pagine di giornali con i loro articoli e interviste-ritratto, fotografie con politici e uomini di spettacolo che incontrarono nella loro lunga carriera, i filmati dalle teche Rai delle loro trasmissioni tv. E poi gli inviati?

 

Ecco a voi Oriana Fallaci, con il dattiloscritto della sua intervista a Lech Walesa, pagine di giornali, fotografie in cui sembra una modella e quelle in cui è una scrittrice, ma anche la sua macchina per scrivere, i registratori, gli occhiali... e Goffredo Parise: le pagine del Corriere con i celebri reportage dal sudest asiatico, foto in giro per il mondo, un quadro-ritratto di Giosetta Fioroni, la sua compagna di una vita...

GIANNI BRERA E IL VINO - GIANNI RIVERA

 

Attenzione. Si entra nella redazione cultura, così snob. Le «firme» sono quelle di Mario Soldati (dattiloscritti e pagine dell'Europeo, del Corriere e del Giorno; ma anche la rivista «per adulti» Kent, siamo nel 1968-69, con suoi racconti) e Pier Paolo Pasolini (il dattiloscritto del famoso «articolo delle lucciole» e il ritaglio del micidiale «Il PCI ai giovani» uscito sull'Espresso il 16 giugno 1968, e poi gli scatti originali del servizio di Dino Pedriali, realizzato poche settimane prima della tragica morte, nel 1975, in cui lo scrittore è ritratto davanti alla sua macchina per scrivere). Infine, lo sport. Che sui giornali arriva per ultimo ma è il primo a essere letto.

luigi mascheroni

 

I cantori sono due. Gianni Brera, con le agende, i dattiloscritti, la pipa e tutti i suoi giornali: Gazzetta dello Sport, Guerin Sportivo, Il Giorno, il Giornale, Repubblica. E Beppe Viola: i numeri di linus con i suoi pezzi, il dattiloscritto con l'irresistibile (leggetela, per favore) «Lettera inviata alla direzione Rai» (1979), e poi i filmati delle teche Rai e le foto con Bruno Pizzul, un giovanissimo Fabio Fazio col registratore a cassetta in spalla, e Gigi Radice...

 

Che strano. Abbiamo citato i giornalisti, i grafici, potremmo dire anche degli infaticabili tipografi (ci sono le foto di Scalfari in tipografia con la prima copia di Repubblica, 1976, e di Montanelli con quella del Giornale, 1974), eppure manca ancora qualcuno. Forse la persona più importante. Ma no. Ci sei. Eccoti là, fra la gente con il giornale in mano, per strada, nei luoghi pubblici, sui tram... Sei tu, lettore. O almeno, lo eri.

 

BEPPE VIOLA

 

VITA DI REDAZIONE

Tony Damascelli per www.ilgiornale.it

 

Passami gli steno. Ti mando a breve con radiostampa. Vorrei una ERRE con Milano. Controlla in zincografia se è tutto a posto. I dima sono già arrivati? Passami le pinzette del piombo e il cordino per le misure. Rullo, Neroooo.

PICCOLI TASTI, GRANDI FIRME mostra ivrea

 

Ma che roba è? Che roba era ed è stata? Che significano quelle parole? Passami chi? Chi erano gli steno? E tutto il resto, il piombo e le pinzette, un repertorio lessicale da codici bizantini. Eppure è roba bella, roba buona, sapori e profumi di giornalismo che fu, senza scivolare troppo nella nostalgia però accarezzandola appena. Storia di ieri, carta bagnata e inchiostro nerissimo come la notte che era un tempo lungo più del giorno passato alla ricerca della notizia, tra polveri poco sottili e cronache forti. Una penna, un quaderno, a righe o (...)

 

(...) quadretti, poi un taccuino come i detective nei film americani, schizzi, scarabocchi più che appunti, parole e pensieri raccolti su un marciapiede, in una caserma dei carabinieri, negli uffici scuri della questura, nei corridoi tristi di un ospedale, nel caldo appiccicoso di uno spogliatoio, tra mille voci urlanti e volti di cera.

 

PICCOLI TASTI, GRANDI FIRME mostra ivrea

Bello il mestiere del giornalista, un piede sull'Orient Express e in mano una coppa di champagne mentre i vapori del treno segnalano la partenza per una nuova avventura. Balle spaziali. Bello, piuttosto, il mestiere di sfangarsela ogni giorno, senza orario, sfasciando famiglia e amicizie, inseguendo lo scoop da trasmettere al volo, da scrivere come clandestini, da rileggere a noi stessi come cantori narcisi. Niente computer, niente telefonini, niente internet, niente di tutto quello che oggi permette che la notizia venga a noi. Noi andavamo verso di LEI, Indiana Jones alla ricerca della pietra di qualunque colore essa fosse.

 

ORIANA FALLACI ALEKOS PANAGULIS

Articoli determinati e determinativi, il pezzo, come viene definito, quasi fosse l'esito di un taglio, una parte, una quantità più o meno piccola mentre per noi era ed è ancora, il Tutto, l'Intero, il Totale, l'elaborato, lo scritto, l'opera magna. Il giornale, il punto di arrivo e non di partenza, la laurea, l'ingresso nella tribù degli eletti, l'iscrizione al circolo dei privilegiati, il senso del potere effimero, esibito con un tesserino verde o color prugna, con una Bic e una macchina per scrivere, trascinando il corpo e la mente, teatranti dall'aria affaticata, addobbati con abiti stazzonati, il repertorio dello scrittore che presume di essere affermato ma, al momento del vedo, trattasi di scrivente sconosciuto ai più.

 

PICCOLI TASTI, GRANDI FIRME mostra ivrea

Da dove incomincio, allora? Che cosa accadeva che non accade più? Chi c'era e non c'è più, non per morte o prigionia ma perché quel tipo, quel ruolo, quella funzione sono scomparse, cancellate, eliminate, tritate dalle tecnologie che non hanno forma ma fanno sostanza, sono ma non esistono, non respirano, non maledicono, non piangono, non ridono, immagini senza sostanza. La macchina per scrivere era il giocattolo del piacere perverso. Battevi sui tasti cercando di evitare i punti interrogativi severamente proibiti da Indro Montanelli, più semplicemente, per noi de Il Giornale Nuovo, Il Vecchio o Cilindro, perché LUI diceva, chiudendo le labbra della bocca a culo di gallina: «Titoli chiari, netti senza interrogativo finale, siamo noi a chiarire e non lasciamo sospesa l'interpretazione eventuale al lettore». Il nastro della bobina, metà nero e metà rosso, sulla grigia Olivetti, saltava ad ogni lettera dell'alfabeto, quando impazziva a Marcello Marchesi venne l'idea, di fronte a quelle macchioline bizzarre, creando la frase «Anche le formiche nel loro piccolo si incazzano» perché insetti sembravano, sul foglio bianco. Per le correzioni Gianni Brera sfruttava un paio di pennarelli verdi estratti dalla sua borsa tattica gonfia di ogni, pipe, toscani, sigarette.

PICCOLI TASTI, GRANDI FIRME mostra ivrea

 

PICCOLI TASTI, GRANDI FIRME mostra ivrea

Giovanni Arpino vergava senza errori, Giovanni Mosca usava soltanto la penna stilografica. Quindi si passava alla dettatura. Da dove? Come? Un telefono, quello di casa, oppure la cabina di un albergo, di un ristorante con posto pubblico, sudori e afrori, gettoni di zinco, nichel e rame, gioielli preziosissimi a dosi industriali, oppure la ERRE di cui sopra, la telefonata rovesciata a carico del ricevente che doveva rispondere positivamente alla domanda del centralinista «Accetta?». Massì che accettava. Finalmente ecco gli steno, nel senso di stenografi, ecco i dima, nel senso di dimafonisti, usi ad obbedir tacendo, come i militi della benemerita, cuffie, registratore e via a trascrivere il dettato. Quando cadeva la linea telefonica, e come se cadeva, gli insulti decollavano nell'alto dei cieli, il mal evento si verificava spesso dall'estero, tipo Paesi dell'est là dove, senza teleselezione e simili, dovevi per forza passare dalla centrale di Mosca che, dopo il controllo di regime su chi e che cosa, dava l'ok a Praga o Bucarest, a Plovdiv o a Lodz, falce, martello e censura. Nei casi più romantici o disperati, il pezzo non veniva scritto ma sgorgava a braccio, parole pensate, parlate, riferite, emozioni che diventavano frasi, pensieri trasformati in aforismi, non avevi bisogno del cordino in spago e del conteggio delle righe, l'esperienza non ingannava le misure. Esaurita la dettatura stava ai dimafonisti e agli steno passare alla trascrizione, da qui il pezzo finiva in redazione, cartellette in doppia o triplice copia. Di poi, le ulteriori eventuali correzioni e la titolazione, sommario, occhiello, tipografia.

ORIANA FALLACImarchesi

 

Ma attraverso quale percorso? Fattorini, come portalettere, bersaglieri di corridoio, complici e compagnoni, prima dell'avvento della posta pneumatica, quel tubo nel quale infilare il bussolotto che percorreva curve, rettilinei, discese, per finire la corsa in tipografia. Il regno delle tute nere, camici lucidi di inchiostro, linotype e linotipisti, macchine giurassiche e uomini della notte, piombo fuso che diventava pagina sul carrello, il proto, il capo operaio di quella fucina, controllava la copia modello, un foglio biancastro, quasi trasparente, bagnato d'acqua, appoggiato con delicatezza sul telaio, il rullo, lo strillo «Nerooo» a significare che la pagina poteva infine essere letta, dopo aver sollevato il foglio, come un sacro telo. Il Direttore, il caporedattore annuivano, si andava, pronti per l'impaginazione, la stampa.

 

Tony Damascelli

Tutto questo «a caldo», prima che spuntasse il mondo tipografico «a freddo», camici bianchi, computer, cellulari, internet, social. Il passato è remoto, trapassato. Ma gli ultimi minuti del giorno restano identici, minuti di una giornata senza inizio e con un epilogo mai veramente conosciuto e finito. Perché la notizia non ha orario, quando credi di avere terminato il tuo lavoro, un secondo dopo accade l'imprevisto, un fatto, il fatto, un altro fatto e allora devi ricominciare, il telefono, i pensieri, le parole, la scrittura. Diceva Oscar Wilde «La vita è tutto quello che accade mentre ti stai occupando d'altro». Questo altro è stata, è ancora è la nostra vita. Di giornalisti.

PICCOLI TASTI, GRANDI FIRME mostra ivrearivera beppe viola

 

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